Marco Solari, riandiamo all’origine di quella sua scelta…
«Sono uno svizzero italiano nato e cresciuto nella Svizzera tedesca con studi universitari compiuti nella Svizzera francese. La mia vita, a parte un breve periodo internazionale, si è poi svolta tutta in Ticino, la mia terra. Sono cresciuto a Berna con il Ticino nel cuore, e il Ticino per me voleva dire, oltre alla cultura, alla lingua e alle storie di mio padre, soprattuttto le belle vacanze estive in riva al lago, a Casoro. Mio padre, alto funzionario federale, era ticinese e fra l’altro si è battuto per la presenza dell’italiano nell’Amministrazione federale. Lui era liberale e cattolico. Mia madre invece, patrizia svizzero tedesca, figlia e nipote di teologi e pastori protestanti, apparteneva a un altro versante di cultura. Ho respirato queste due anime e dalla mia infanzia e prima giovinezza bernesi ho tratto razionalità ed emozione, rigore e curiosità, e una nostalgia del Ticino che lo idealizzava: per me il Ticino voleva dire appunto le vacanze mentre Berna voleva dire scuola, impegno, fatica. Quando poi sono sbarcato sul serio in Ticino, ho dovuto subito scoprire che il Ticino idealizzato doveva essere rimesso nella realtà della vera conoscenza».
Questa scelta professionale, quasi una vocazione, sembra quasi iscritta nel suo DNA…
«Credo di aver avuto prestissimo una mia inclinazione per il principio dell’accoglienza come empatia e come servizio. Da ragazzo guadagnavo l’argent de poche aiutando i turisti americani a trasportare le valigie fra alberghi e stazione. Più avanti ho fatto anche la guida turistica, in Europa e nel mondo, intanto che studiavo Scienze sociali all’Università di Ginevra. Mi attiravano l’accoglienza, appunto, l’apertura verso l’altrove, i viaggi. Dopo essermi diplomato all’università ho così inizato subito a lavorare nel campo del turismo, come Resident Manager della Kuoni a Bangkok, a Rio de Janeiro, a Palma e a Las Palmas. A 27 anni mi raggiunse la proposta di concorrere alla carica di direttore del nuovo Ente ticinese per il turismo. Sentii subito il fascino della sfida e dissi di sì. Capivo che questa opportunità poteva mettere insieme in modo ideale la mia passione per la mentalità dell’accoglienza e il mio amore per il Ticino».
Lei arriva in Ticino e tocca in modo concreto la realtà del nostro territorio, dovendo impostare una strategia, una visione nuova nell’offerta dell’immagine e dunque del volto multiforme di questo territorio…
«Ho ben presto scoperto la complessità di un lavoro appassionante ma soprattutto ho individuato il punto di una certa contraddizione fra “mito” e “realtà” della cosiddetta “immagine Ticino”. C’era da rimettere a fuoco il ritratto più vero della nostra identità, proprio mentre mi accingevo a rilanciare la politica dell’offerta dell’immagine della Svizzera italiana. Ho avuto un vantaggio subito, grazie alla mia curiosità accesa su tutto, anche sulle persone. Penso a quelli che oggi potrei chiamare i miei Maestri in cui allora mi imbattei: Piero Bianconi, Virgilio Gilardoni, Vincenzo Snider, Giovanni Orelli, Alberto Camenzind, con le loro visioni immaginose e lucide. Loro mi hanno fatto presto capire che la visione riduttiva e folcloristica del Ticino era una diminuzione rispetto alla ricchezza profonda del nostro territorio. Mi sono sentito stimolato a farmi parte attiva in un processo di conversione dell’immagine del Ticino dallo stereotipo alla complessità del vero. Senza peraltro mai smentire l’attrattività positiva del folclore (che non è folclorismo) e delle nostre caratteristiche climatiche e di costume. Ma bisognava valorzzare molto altro. Ho voluto mettere in risalto, per esempio, l’enorme ricchezza del genius architettonico dei grandi maestri ticinesi che lungo parecchi secoli realizzarono grandi opere: quella vocazione quasi genetica la si può leggere sul nostro territorio, ma soprattutto la si può leggere in giro per il mondo, dalla Roma barocca mutata e addirttura creata da Borromini. Bernini e altri, fino a Mosca e San Pietroburgo dove lavorarono parecchi architetti delle terre ticinesi. Ed ecco che proprio negli anni Settanta si scopre una prodigioa linea di continuità fra quella tradizione radicata e la creatività nuova di alcuni grandi architetti ticinesi: Tami, Camenzind, Snozzi, Galfetti, Botta, Vacchini, altri. E poi i monumenti, l’arte, gli affreschi del passato e le opere di oggi. Il manifesto “Ticino terra d’artisti” di Orio Galli, con un affresco cinquecentesco e la sagoma della “casa rotonda” di Mario Botta, ne fu la perfetta sintesi. E, ancora, gli scrittori, gli ingegni dell’arte. Dietro questa lettura culturale del nostro territorio veniva messa in luce la ricchezza della complessità profonda di un Ticino più completo, più vero».
Questa piccola rivoluzione culturale avviene proprio mentre il Ticino vive grandi cambiamenti, con una profonda trasformazione del territorio e della realtà socio-economica…
«È vero, basti pensare che all’inizio degli anni ‘70 il Cantone non aveva autostrade, non aveva un aeroporto con voli di linea ed era in attesa dell’inizio dei lavori della galleria stradale del San Gottardo. Le acque non erano depurate, la rete delle strade cantonali aveva bisogno di raccordi e circonvallazioni, il Cantone si sentiva molto periferico rispetto alla centralità federale. Avevo intuito che il Ticino e la sua poltica dovevano allacciare maggiori contatti con l’Amministrazione federale, con la Svizzera intera. Mi diedi da fare, riuscii ad accendere molti contatti che poi diedero frutti concreti».
In quegli anni, e anche dopo, sembrava che lei incarnasse la figura – per sostanza e forma – di un ambiasciatore ideale del Ticino e della sua identità vera…
«Ambasciatore certamente no. Direi piuttosto mediatore e poi promotore convinto della voce del Ticino dentro la realtà confederale e il respiro internazionale. Ho sempre pensato che al Ticino dovesse essere data maggiore visibilità, associandolo in modo sostanziale all’immagine della Svizzera. Faccio un esempio, quello delle visite di stato in Svizzera. Mi sono battuto a Berna perché nei programmi delle visite di capi di stato e di reali si inserisse appena possibile anche la Svizzera Italiana. Quando giunse il presidente della Repubblica italiana Sandro Pertini, per esempio, io insistetti perché ci fosse una ricca parte ticinese e ricordo che lottai per ottenere che il treno ufficiale si fermasse a Faido perché il presidente potesse incontrare una delegazione di minatori attivi nel cantiere della galleria del San Gottardo. Pertini si infiammò, ascoltò il coro dei minatori e si mise a cantare con loro, indugiando a lungo fino a far ripartire il treno in ritardo: accanto al volto ufficiale si manifestò pure la ricchezza umana e sociale di una realtà effettiva e della mescolanza migratoria. Perché quei minatori non erano mica svizzeri, erano soprattutto italiani, ed erano qui a lavorare per noi, per la costruzione di un’opera gigantesca».
Negli anni ’80 e nei decenni successivi il Ticino moderno che cambiava è diventato ancora più moderno. L’ETT ha riflesso queste mutazioni ma è stato addirittura, spesso, promotore diretto del cambiamento…
«Credo che un certo dinamismo che mi muove sempre abbia contributo a far sì che la poltica turistica del Ticino interpretasse al meglio il profondo cambiamento in atto nelle nostre società. Ticino Turismo addirittura contribuì spesso ad accelerare questi cambiamenti. Sono riuscito infatti, spesso insistendo, ad essere interlocutore attivo di molte dinamiche pubbliche. Per esempio nelle relazioni con i grandi responsabili del trasporti. Ci battemmo per assicurare a Bellinzona una fermata dell’allora mitico treno Trans Europe Express e ottenemmo anche tanti altri miglioramenti qualitativi e quantitativi concreti. Non nascondo di essere stato parte attiva nello sviluppo dell’aeroporto di Agno: a un certo punto entrai in contatto con i dirigenti dell’Ufficio federale dell’aria e di SWISSAIR e manifestai a nome del Cantone la speranza che anche il Ticino avesse un collegamento aereo costante con il resto della Svizzera e dell’Europa. Il principio fu accolto, in seguito a ciò si fece vivo con me Moritz Suter, patron della Crossair, e da lì cominciò la grande avventura di Agno e dei voli da e per il Ticino».
Forse si può dire che senza cancellare le tradizioni, c’era una contemporaneità di cambiamenti e valori da interpretare: il turismo ticinese con lei ha alzato l’asticella delle attese…
«Bisogna puntare sempre al massimo per ottenere il possibile. Per mantenere armoniosamente tradizione e innovazione occorre non censurare nulla. Così a noi andava sempre bene il mito di Ascona, persino con un tipo di automobile battezzato da una grande marca (e poi palme, vicoli, merlot in riva al lago, eccetera). Ma abbiamo anche collaborato allo sviluppo di grande qualità scientifica e culturale del Monte Verità, vero polmone nazionale e internazionaale sulla scia di una lunga storia».
Proprio per la sua capacità di incrociare le varie dinamiche dell’intera Svizzera lei fu nominato delegato ufficiale per le celebrazioni del 700mo della Confederazione del 1991. Questa funzione, che esulava da ETT, lei l’ha saputa declinare in modo immaginoso e dinamico anche a favore di una visibilità nuova per la Svizzera italiana. Lei ebbe l’idea di coinvolgere l’architetto ticinese Mario Botta e con lui pensaste la dimora itinerante del giubileo federale, la celebre tenda che si accampò all’avvio dell’anno nel prato di Castelgrande a Bellinzona. Il Ticino in prima pagina di fronte a tutta la Svizzera…
«Credo che quel 10 gennaio del 1991, con tutto il governo federale (quell’anno presieduto dal ticinese Flavio Cotti) e tutti igli ex consiglieri federali, e tutti i governi cantonali e tutta la Svizzera ufficiale riuniti a Bellinzona, resterà per sempre impresso nel cuore di chi l’ha vissuto. Penso alla bellissima festa di popolo e autorità, la sera, nella città illuminata dalle mille luci di fiaccole e lanterne. L’immagine della tenda luminosa fra i castelli di Bellinzona diventò una icona nazionale».
Più tardi la sua carriera professionale ha preso slanci nuovi, con alte responsabilità nazionali nei direttivi di Migros e di Ringier, e infine alla presidenza del festival Internazionale del film di Locarno, che dirige tuttora. Ma certamente i decenni passati al vertice di Ticino turismo costituiscono una parte centrale della sua vita. Guarderà dunque con attenzione sensibile alle vicende nuove del turismo, a possibili scenari futuri…
«Quando mi ritirai dalla presidenza di ETT presi l’impegno di non più interferire nella politica del turismo. Credo fermamente nel principio dei patrizi bernesi: “Servir et disparaître”. Ripeto qui unicamente l’ultima frase del mio ultimo discorso quale presidente nel 2014: “Turismo è dare e ricevere. Se manca il lato umano si riduce a mera operazione economica: ma non era, non è, e mi auguro che questa non sarà mai la visione turistica del nostro Ticino, cantone per lunga tradizione e civiltà generoso, aperto ed accogliente».
D’accordo, Marco Solari vuole “scomparire” da ogni coinvolgimento sul turismo che verrà. Però l’uomo, l’intellettuale Marco Solari può riflettere su questioni generali di vita e società. C’è forse, sotteso al dinamismo positivo dell’offerta turistica, anche il pericolo della banalizzazione massificata? A furia di sognare il “tutto esaurito” da ogni parte, non si rischia di ridurre il turismo a una quantificazione commerciale? E se cercassimo di inventare una “sobrietà turistica”?
«Sobrietà turistica? Mi sembra ci voglia più sobrietà in tutti i campi. Rigore e intransigenza nei confronti della superficialità, dell’egoismo ma pure della sopraffazione imperante. L’università sforna sempre più esseri da inserire nel sistema di produzione, le materie umanistiche sono trascurate. Se si iniziasse il ripensamento con la scuola e la formazione? Insegnare a sapersi accontentare è insegnare una radice, o forse la vera radice profonda della serenità».
“Servir e diparaitre”, lei diceva. Ma un intelletto interiore nutrito da 70 anni di curiosità, dinamismo, esperienza dirigenziale, cultura, non può mica rifugiarsi in un limbo solitario. Un animo forte ad aver voglia di immaginare e fare. E allora per finire una domanda molto personale: quali sono le voglie, i desideri di Marco Solari davanti agli anni che verranno?
«Detto negativamente vorrei evitare l’angoscia. Non l’angoscia della morte, di cui non si deve mai avere paura, ma l’angoscia esistenziale. La malattia, la triste vecchiezza, gli affanni. Del resto anch’io, come molti, ho vissuto momenti di tristezza infinita: il divorzio, il suicidio dell’adorato nipote Sebastian, i violentissimi attacchi personali da persone invidiose e se non fosse stato per mia moglie Michela mai sarei riuscito a superare certi colpi. Espresso invece positivamente: vorrei poter mantenere un dono ricevuto che ha arricchito la mia vita: la curiosità. La curiosità per le cose e le persone, per le esperienze belle e sorprendenti pur accettando sempre anche quelle meno liete. La vita è dare. Vorrei potere, anche se nel silenzio e con discrezione, continuare a dare, almeno a chi mi è vicino».