Vreni Schneider, fra le più grandi interpreti mondiali dello sci, ha incantato soprattutto fra i paletti stretti. Perché proprio lo slalom?

«È come una danza. Ritmo, flusso, angolazione, sensibilità, occhio. È l’armonia di questi elementi che mantiene alta la velocità e ti fa vincere. Quando sei dentro nel Circo bianco non ti accorgi di tutto quanto muovi attorno a te. Realizzi solo a fine carriera, quando entri nella stanza dei trofei e sei orgogliosa di averli portati a casa tu».

E in quella stanza c’è anche quello di sportiva svizzera del secolo, un riconoscimento che rende immortale “Vreneli”, come la chiamava sua mamma Sibilla. Cosa si prova a essere la regina delle regine?

«Per me ha un valore enorme, anche se il premio è legato al mio passato. Sono cresciuta in una famiglia semplice con quattro figli, mio padre ci ha fatto anche da madre perché l’ho persa quando avevo solo 16 anni, e ci ha sempre insegnato a dare e non solo a ricevere. Io ho ricevuto tantissimo dalla mia carriera e cerco di trasmettere le mie esperienze positive agli altri, in primis ai miei figli Florian e Flavio». 

Il Ticino si è sempre distinto nella velocità e oggi va fiero della sua campionessa olimpica e duplice campionessa mondiale Lara Gut-Behrami…

«Mi piace, ha classe ed è spregiudicata. Non vedo in lei il timore di affrontare anche le piste più ripide, libera il suo talento e ha già conquistato dei risultati molto prestigiosi. Mi era piaciuta particolarmente in un’altra occasione con un gesto splendido nei confronti di Jasmine Flury, quando ha confortato la sua giovane compagna di squadra che era uscita con il numero 1 nel super G dei Mondiali 2019 di Are. La ticinese, giunta nona, non ha pensato alla medaglia mancata, ma ha fatto prevalere l’aspetto umano dello sport. Nessuna lacrima, nessuna scusa, tanto cuore: brava Lara!».

Vreni Schneider ricorda con piacere un’altra fuoriclasse ticinese, Michela Figini, con la quale ha condiviso diverse stagioni in nazionale…

«Grande coraggio. Raramente ho visto una ragazza affrontare i salti come Michi, era unica. Noi colleghe eravamo tutte estasiate dal suo modo di sciare oltre i cento all’ora, sembrava volare. E i tempi erano sbalorditivi, come i suoi successi alle Olimpiadi e ai Mondiali. Michi ha segnato sicuramente una svolta epocale di come si affrontava “a tutta” una discesa libera femminile, senza dimenticare che ai nostri tempi i gatti delle nevi non spianavano le piste come biliardi. Mi piacerebbe gareggiare oggi, sarebbe piacere puro. Adesso si può ispezionare il percorso scendendo a fianco dei paletti, ai miei tempi si poteva solo farlo risalendo a scaletta. Un momento fondamentale, bisogna cogliere ogni insidia e registrarla in testa. Quando scatti dal cancelletto, non hai più spazio per le esitazioni, uno slalom è una millimetrica discesa in apnea. Noi eravamo più sollecitate anche in gigante e in discesa, le traiettorie erano impegnative».

Cosa ti è rimasto impresso del nostro Cantone?

«Durante il periodo estivo, la Federazione Svizzera organizzava a Tenero gli allenamenti di condizione fisica. Lavoravamo anche a Cadenazzo e quando potevo, scendevo a Lugano. In Ticino ho sempre incontrato gente gioviale, come del resto in tutto il mondo, perché le persone sono più importanti delle medaglie, ti restano nel cuore per tutta la vita. Ho ricordi splendidi, come per esempio la mamma di Deborah Compagnoni che mi ha curata a letto tutta la settimana per una forte influenza e il weekend ho conquistato la mia prima vittoria in Coppa del Mondo».

Il tuo segreto rimane l’energia positiva di Elm, il paesino di 626 abitanti dove sei nata e cresciuta. Come ti senti a casa?

«È la mia patria, non ho mai potuto farne a meno. È un rapporto magico fra me e la montagna, naturalmente con la mia famiglia, che mi ha sempre dato tanta forza. Nella mia carriera, sono stata sollecitata parecchio anche sul piano psicologico, la responsabilità del successo è notevole, e quando riuscivo a tornare nella mia valle per rigenerarmi, il giorno dopo ero di nuovo performante. Anche mia madre Sibilla, scomparsa di cancro a soli 51 anni, mi è sempre stata vicina con il suo spirito. Al cancelletto di ogni gara ho sempre “parlato” con lei, ha gareggiato al mio fianco e mi ha aiutata a sviluppare quella forza interiore per far fronte alla sua dipartita. Quando sono diventata io mamma, il dolore è stato ancora più forte perché ho realizzato la vera importanza di avere una madre. Sono molto grata a mio padre Kaspar che è riuscito nel doppio ruolo di genitore con quattro figli da allevare».

Florian e Flavio sono fortunati ad avere come mamma Vreni Schneider. Hanno un futuro nello sci?

«Seguono l’apprendistato e lo sport diventa impegnativo. La cosa più importante per me è la loro salute, poi i successi sulle nevi sono relativi. Florian, 18 anni, ha voluto seguire le mie discipline tecniche, si impegna molto, cura i dettagli e si pone obiettivi importanti. Ha un carattere positivo e lavora sull’aspetto fisico. Andrà sicuramente avanti con lo sci». 

E Flavio?

«A 16 anni frequenta il primo anno di apprendista meccanico di macchinari agricoli ed è entusiasta del suo primo lavoro. È molto impegnato e probabilmente non continuerà con le sue discipline di velocità in quanto non riesce ad allenarsi in modo costante. Sembra avere trovato la sua strada e io lo sosterrò nelle sue scelte anche se non comportano più lo sci».

I tuoi fratelli maggiori Jakob, Barbara e Heiri hanno contribuito allo sviluppo del tuo senso della famiglia, considerato il forte legame che vi ha unito con vostro padre Kaspar…

«Il destino ci ha uniti al punto tale che quando ero via dovevo subito chiamare a casa per dire che ero atterrata sana e salva. Capivo la preoccupazione di mio papà e mi faceva piacere rassicurarlo, anche perché è stato eccezionale con tutti noi e meritava questo genere di attenzioni. Io mi sentivo al top nello sci perché eravamo una squadra affiatata a Elm». 

Hai mai avuto un manager?

«Ho cominciato con l’aiuto della mia famiglia, poi mi sono affidata alla competenza di Franz Julen, fratello del campione olimpico Max. Un anno, in agosto, mi aveva proposto di volare a Los Angeles per un evento con il grande sprinter Carl Lewis, ma io rifutai perché volevo concentrarmi sul mio programma estivo di allenamento. Franz mi lasciava la possibilità di decidere serenamente, del resto sono sempre stata libera nel mio ruolo di sportiva».

E il mental coach?

«Ho trovato un buon equilibrio scrivendo nel mio diario le cose positive e quelle negative che mi capitavano ogni giorno. Mentalmente ero forte e preparata, era un metodo semplice per liberare la mente. E poi il dialogo interiore con mia madre ha fatto la differenza».

Preferisce lo Jodel a Simply the best della sua gemella astrale Tina Turner

Corsi di sci e di snowboard, allenamenti da competizione, lezioni private, eventi aziendali e per club, organizzazione di gare. Vreni Schneider, nella località glaronese di Elm, dove è nata e cresciuta, è sempre più richiesta nonostante il suo ritiro avvenuto 27 anni fa, quando il 19 marzo 1995 concluse l’ultima gara di Coppa del Mondo, vincendo lo slalom speciale di Bormio, e sette giorni dopo Vreni Schneider si aggiudicò l’ennesimo titolo di campionessa svizzera. «Un’ernia discale mi ha accompagnato durante tutta la mia attività. La schiena, le spalle e le ginocchia mi fanno male, talvolta faccio fatica ad abbassarmi. È il prezzo che pago ancora oggi alla mia carriera, ma è stato tutto fantastico e rivivrei il mio sogno di sportiva. Questa vita resta la mia vita».

I risultati sono sensazionali, tanto che le sono valsi l’onorificenza di sportiva del secolo. Campionessa olimpica per tre volte, tre titoli mondiali, tre Coppe del mondo, undici di specialità (5 di gigante e 6 di slalom), 101 podi (di cui 55 vittorie), cinque volte sportiva svizzera dell’anno, sciatrice mondiale nel 1994 ed eletta a due riprese sciatrice d’oro dall’Associazione internazionale dei giornalisti di sci.

Verena Schneider, per tutti Vreni, è nata il 26 novembre 1964, lo stesso giorno della cantante Tina Turner. «Un’autentica star. Ascolto volentieri la sua musica, anche se mi rilassa quella tradizionale svizzera come lo Jodel».

La sua capacità di gestire la pressione, oltre a una classe immensa, le hanno permesso di diventare la prima atleta al mondo a vincere tre medaglie d’oro alle Olimpiadi nello sci alpino: a Calgary nel 1988 in gigante e speciale, a Lillehammer nel 1994 in speciale. «È senza dubbio quello che mi sta più a cuore quello conquistato ai Giochi norvegesi, perché volevo chiudere in bellezza la mia carriera. Ero quinta dopo la prima manche e ho dato l’anima per quel titolo. Sofferto ma splendido».