Una locuzione latina attribuita al filosofo Rosellino di Compiegne (1120) “Flatus Vocis” (emissione di voce) secondo il quale i concetti universali non hanno alcuna realtà oggettiva in quanto semplici espressioni di voci prive di significato e quindi di emozioni, contrasta e fa emergere nella storia della comunicazione umana l’incomparabile magistero vocale di Maria Callas, che oggi dona alla musica il ritornello di una intramontabile canzone dell’anima.
E da questa visione antropologica, sorge spontaneo un richiamo alle virtù di un tempo perduto e per una vita che più non torna, come nelle struggenti parole di Garcia Lorca nella celeberrima elegia de “Il lamento per la morte di Ignacio Sanchez”: «…tarderà nascere, se nasce un andaluso così caro, così puro, così ricco d’avventura». Così come tarderà a nascere una irripetibile icona del teatro lirico e del bel canto, come Maria Callas, “divina” sui palcoscenici del mondo, con il fascino di un felino e con un cuore che albergava in un oceano di arcaica bellezza tale da sciogliere ogni passione in polvere. La sua diafana figura, ogni suo gesto, persino la sua statuaria immobilità sulla scena, disegnavano un’opera d’arte tra Fidia e Michelangelo.
Come ogni grande artista, ha vissuto con la solitudine del cuore, sopraffatta da eventi mondani, alimentati da un frastuono tanto opposto al suo straordinario “silenzio musicale “. Così si confidava… «per questo ho bisogno del calore della gente, essere amata non mi fa sentire sola». Ma il 16 settembre 1977 a soli 53 anni, moriva sola nella sua casa in Avenue George Mandel a Parigi.
Al di là della cronistoria degli eventi collaterali umani e mondani della sua vita, preferiamo soffermarci sull’essenza delle sue incomparabili interpretazioni, nel ricordo delle sue interpretazioni in teatro e di ciò che è stato oggi tramandato da una imponente discografia ormai storica.
Maria Callas era dotata di una tecnica vocale straordinaria e da una tipologia vocale originata essenzialmente dalle aree del piacere del cervello, con conseguenti emissioni e colori timbrici ad hoc ora dolci, ora stupendamente aspri, che pervadevano ogni fibra della mente e del corpo. Stupefacente come la sua voce possente e drammatica potesse affrontare anche le impervie agilità proprie di un soprano leggero, coniugando perfettamente la drammaturgia del testo al canto e alla musica.
Un esempio dove il canto di Maria Callas non è asservito ai troppi percorsi stilistici preconfezionati, riferibili al repertorio cameristico e alle opere del XVIII secolo si può udire nell’aria “J’ai perdu mon Euridice” dall’Orfeo di Christoph Willibald Gluck, cantata in francese, pubblicata da EMI. La filologia corrente indicherebbe una esecuzione del celeberrimo brano più contenuta, più strumentale, più in linea con numerose altre consuete e un po’ pedisseque interpretazioni, ma Maria Callas è così prorompente, così liricamente intensa e verista ante litteram da riproporre in un mare di beata normalità vocale, una imparagonabile lettura del capolavoro di Gluck.
Norma di Vincenzo Bellini, “Casta Diva – Maria Callas”, un binomio inscindibile. La preghiera rivolta alla luna, argentea, lontana e così bella, indifferente alle passioni umane: «Casta Diva, che inargenti queste sacre antiche piante». La sua vocalità incomparabile, già dalle prime frasi di questa stupenda pagina è brivido e bandiera dell’intero melodramma, così come nell’aria del “Suicidio” dalla Gioconda di Amilcare Ponchielli, dove un canto declamato, drammaticamente disperato, si astrae da una normalità vocale, per trasformarsi in un irripetibile granitico monumento.
A contrasto, invece, le tenerissime parole di Mimi rivolte all’amato Rodolfo nella Bohème di Giacomo Puccini, sublimate da un canto non ancorato ad alcuna fisiologia vocale muscolare. Quando il racconto di Mimi «foglia foglia la spio, così gentil… nel profumo dei fior» prorompe in un possente suono di luce «quando vien lo sgelo, il primo sole è mio» sorge il sole di Mimi, il sole di Maria Callas, il colore della vita e della speranza, che nella incomparabile interpretazione, dell’interprete, già ravvisa il presagio di morte della sventurata Mimi.
Nel “Je suis Titania” dalla Mignon di Thomas, l’aria scorre tra impervie agilità che la “divina” non concede a semplici accademici esercizi di tecnica vocale, diversamente da qualche propinato eclatante gorgheggio apparentemente intelligente che trasmette noia e a volte il nulla. Le agilità vocali di Maria Callas, rifulgono di luce propria, come fiamme rubate agli astri che pare danzino in un girotondo di stelle.
Maria Callas ha segnato un irripetibile tempo del teatro d’opera. Il tempo delle regie teatrali di Visconti, Zeffirelli, degli interpreti indimenticabili come Di Stefano, Del Monaco, Tito Gobbi (memorabili, l’aria “Vissi d’Arte” e le scene con Scarpia in una Tosca dal Covent Garden di Londra) insieme ad altri astri del firmamento lirico e con direttori d’orchestra che sapevano, con il canto interiore della mente e del cuore, cantare con gli artisti.
Ha interpretato 47 grandi ruoli, da Norma, Medea, Anna Bolena, Puritani, Tosca, Butterfly, Turandot, Manon Lescaut, Suor Angelica, Lucia di Lammermoor, Traviata, Don Carlos, Lady Macbeth e altri ruoli, oltre a escursioni wagneriane con Valchiria, Parsifal, Tristano e Isotta, spaziando dal repertorio cameristico all’Opera, alle canzoni, lasciandoci oggi l’eredità di una apoteosi abbagliante di suoni e voci del cuore.