Quali sono stati i suoi primi passi verso il mondo dell’arte e, in particolare, come si è avvicinato alla scultura?
«La mia formazione artistica ha avuto inizio nel 1958 presso una fonderia del Borgo, dove ho avuto modo di apprendere varie tecniche legate alla produzione scultorea, dalla modellazione in gesso o in cera, alla fusione in bronzo. Sono stati anni molto importanti che mi hanno tra l’altro permesso di entrare in contatto con scultori svizzeri come Jean Arp, Remo Rossi, Emilio Stanzani, e stranieri come Olivier Strebelle e Lynn Chadwick. Successivamente, nel 1961 mi sono iscritto all’Accademia di Belle Arti di Brera, dove grazie agli insegnamenti di Marino Marini ho sperimentato sculture caratterizzate da una compatta plasticità che richiamavano elementi del post-cubismo. Infine, ho conseguito il diploma nel 1966 con una tesi su Constantin Brancusi».
Gli anni Sessanta sono poi stati l’occasione per numerosi soggiorni all’estero…
«Ricordo quel periodo come particolarmente fecondo di conoscenze, esperienze, idee e progetti. Mi sono trasferito in Belgio, come assistente nell’atelier dello scultore Strebelle. Inoltre ho compiuto viaggi e soggiornato in varie città con lo scopo di conoscere le varie tendenze artistiche sia antiche che contemporanee».
A quando risale l’apertura di un suo atelier e l’inizio di una vera e propria attività artistica?
«È stato verso la fine degli anni Sessanta. In questo periodo la mia ricerca scultorea si è rivolta verso una progressiva astrazione della forma. Sono arrivati anche i primi riconoscimenti al mio lavoro: nel 1966 ho ricevuto il terzo premio ad un concorso di scultura per la città di Lugano, mentre l’anno successivo mi è stato assegnato il primo premio di scultura alla mostra Innovazione Arte di Lugano. Nel 1973 ho ottenuto il primo premio al concorso della città di Mendrisio per la realizzazione di una scultura monumentale in centro città».
La sua ricerca artistica ha conosciuto negli anni una costante evoluzione…
«Da una fase scultorea che potrei definire organica-astratta, sono poi passato a realizzare i primi bronzi figurativi, fortemente ispirati alla rappresentazione della figura umana. A partire dagli Ottanta poi ho progressivamente abbandonato la tecnica della fusione in bronzo, sperimentando invece l’uso di altri materiali, come cartone, plastica e legno, per poi usare laminati in alluminio con i quali ho iniziato un nuovo percorso di lavoro e ricerca formale».
Verso la fine degli anni Ottanta lei ha iniziato ad usare del materiale ferroso, di scarto industriale, che nel tempo è diventato il materiale privilegiato per la realizzazione delle sue sculture. Con quale tecnica e con quali risultati?
«Queste mie sculture sono realizzate in “zincor”, vale a dire con lamiere di ferro zincato dello spessore di 2/3 mm. che, sforbiciate e piegate, possono venir assemblate come fossero ritagli di carta con cui costruire un collage tridimensionale nello spazio. È un processo più agile e leggero, ma anche più libero e dinamico dal momento che sono io stesso a decidere quali forme ritagliare e come comporle: da una sottile lamina e dalla sua superfice posso fare nascere forme che sviluppo per integrazione o contrapposizione, per convergenza o divergenza».
Nella realizzazione di queste opere si può dunque dire che lei ha abbandonato la progettazione della scultura, dando vita a composizioni impossibili da immaginare a priori…
«In un certo senso posso dire che si verifica esattamente l’opposto di quanto normalmente si fa con la scultura tradizionale, la quale è già prefissata nel momento stesso in cui se ne costruisce l’impalcatura. In questo caso invece le mie sculture nascono, crescono e si sviluppano sull’onda di stimoli e associazioni che avvengono in tempo reale, in maniera spesso imprevedibile».
Queste “forme forgiate in ferro” trasmettono una dimensione ariosa e lieve, si potrebbe dire che respirano libertà…
«Sono opere che interpretano un modo particolare di riflettere la luce e di relazionarsi allo spazio. Usando lamiere industriali anziché residuali oggetti fisici (con tanto di passato talvolta ancora leggibile nelle loro pieghe), è come se la scultura si sgravasse della massa e del suo gravame, perfino della sua storia recondita, per vivere nel presente e diventare più scattante e lineare, limitandosi spesso a suggerire l’idea di volume attraverso la sequenza dei fogli messi in successione, più che a concretizzarlo materialmente. Nel complesso l’opera si è dunque alleggerita e semplificata, è diventata più diretta e leggibile, non di rado anche più palesemente architettonica, giocata com’è sul contrappunto ritmico e formale di superfici piane o concave, di profili orizzontali verticali o diagonali messi in sinergia, di blocchi contrapposti ma in “dialogo” tra loro. Ma forse l’aspetto che più risalta è l’accentuarsi della dialettica tra pieno e vuoto, tra presenza e assenza. Un ruolo determinante lo assumono spazio e luce che si incuneano tra i vari elementi della scultura determinandone la scansione, la distribuzione dei pesi e dei piani, il ritmo complessivo, determinando la complementarità di pieni e di vuoti, d corpo e di aria, di elementi materiali e immateriali dentro una stessa entità».