Quando e com’è nata la sua passione per la musica?

«Inizio con una confessione: non ho mai suonato uno strumento musicale. Non ho nemmeno un orecchio particolarmente sensibile. Per usare una distinzione di Alfred Brendel, un grande pianista, sono un gourmet e non un gourmand. Assaggio la musica nella giusta quantità e non in modo insaziabile. Sono entrato nel mondo musicale dalla porta secondaria, quella che si apre all’emozione e si esprime nei suoni che conquistano la grandezza del silenzio. Con notevole capacità visiva, Robert Musil sostiene che nella musica il sentimento viene mangiato a cucchiaiate. La dimensione musicale non si riduce però al sentimento. È necessaria una tecnica sopraffina. Non bastano dieci dita, un po’ di fiato e qualche colpo di mano. È indispensabile la precisione, la misura e l’energia. Da questo scenario complessivo esce l’armonia musicale. Solo così sul pentagramma saltellano i cammini sensibili della nostra esistenza. Viene facile ricordare le note di Bach, che si innalzano verso il cielo con intensità e splendore. Si sentono, in tal modo, le corde dell’inquietudine, ma pure il conforto della serenità e persino l’incantesimo della propria profondità».

Ha avuto in famiglia persone che l’hanno ispirato o incontri successivi che hanno influenzato le sue scelte in questo settore?

«La musica è sempre stata di casa. Non parlerei però di ispirazione. Mi riconosco una curiosità culturale, che spazia al di là del settore musicale. A partire dal 2009 mi sono impegnato nel processo di continuità dell’Orchestra della Svizzera italiana. In particolare, è stata creata l’Associazione degli Amici dell’Orchestra della Svizzera italiana (AOSI. Nell’ambito culturale è immanente il problema finanziario. Mi è piaciuta l’idea di contribuire allo sviluppo di un polo d’eccellenza, Grazie anche, alla qualità dei musicisti. L’Orchestra della Svizzera italiana ha il pregio di non conoscere siepi di confine e di irradiarsi sull’intero territorio. Vanno sottolineati i riconoscimenti internazionali. L’Orchestra ha suonato in grandi sale; vorrei qui ricordare almeno il Musikverein di Vienna. Esce in tal modo rafforzata e amplificata l’immagine del nostro Cantone. Se l’asticella della qualità si è alzata in modo significativo lo dobbiamo, in particolare, al direttore principale Markus Poschner. Si sale con la qualità e la continuità, con il lavoro e la volontà di migliorare. Senza una struttura operativa in grado di sostenere questa attività non sarebbe pensabile tanto successo».

Lei è presidente del consiglio di Fondazione dell‘OSI. Quali sono gli scopi statutari della Fondazione?

«La fondazione ha per scopo l’organizzazione, il finanziamento e l’amministrazione dell’Orchestra della Svizzera italiana. Si tratta di programmare l’attività e di organizzare i concerti. Per il raggiungimento degli scopi la Fondazione, lo si legge nello statuto, collabora con l’Associazione Amici dell’Orchestra della Svizzera italiana». 

Quali sono i suoi compiti come presidente?

«Il compito essenziale è di coordinare l’attività e di disegnare una stimolante programmazione decisiva. L’ottimale sinergia con il pubblico è vitale e i concerti al LAC sono sempre esauriti; l’atmosfera è di grande coinvolgimento e passione. La mia scelta è di non interferire nell’ambito artistico, curato con competenza da Denise Fedeli e i suoi collaboratori. La concomitante veste di Presidente dell’AOSI e della Fondazione richiede un impegno notevole, spontaneo e ovviamente senza retribuzione. Non conto le ore dedicate ai due ruoli. Porto avanti la missione con entusiasmo. Ringrazio in modo incondizionato tutti coloro che condividono questo pregevole disegno culturale. Senza l’aiuto di amici volontari sarebbe improponibile uno sviluppo dell’AOSI, con intuibili e inesorabili ricadute negative sulla FOSI. Prima del 2010, vi erano amanti della musica che andavano al concerto. Oggi gli Amici dell’Orchestra della Svizzera italiana rappresentano un corpus insostituibile nel gioco di squadra».

Sponsor, mecenati, fondazioni: come si finanzia attualmente l’OSI?

«L’Orchestra della Svizzera italiana, con il nome di Radiorchestra, nasce agli inizi degli anni 30 dello scorso secolo. La FOSI è stata costituita dall’ente pubblico, nel 1990, con un sostegno preponderante del Cantone e della Società Svizzera di Radiotelevisione, che oggi conosciamo come SSR-SRG. Quando quest’ultima ha, purtroppo, avviato il processo di disimpegno parziale del suo finanziamento, siamo nel 2009, è stato giocoforza cercare altri contributi finanziari, che non hanno però mai più raggiunto le cifre del passato. I sostegni economici più significativi sono quelli della Città di Lugano, della fascia dei Comuni del Luganese, del Canton Grigioni, della CORSI e della Città di Bellinzona. Di spessore è certamente il ruolo dell’AOSI. Quest’ultima svolge una funzione decisiva, anche sotto il profilo del sostegno finanziario; tra l’altro copre le perdite di esercizio della FOSI. L’Associazione esprime il vettore del privato al fianco degli sponsor principali. Va prima di tutto ricordata Banca Stato. A partire da quest’anno, AOSI sostiene l’attività all’estero che in fase precedente trovava quali finanziatrice Helsinn. Il successo più significativo è stato il premio internazionale ICMA per il progetto “Rileggendo Brahms”. In questi giorni possiamo ambire a un secondo premio con “The Rossini Project”. Questi riconoscimenti creano le basi per coinvolgere altri e nuovi sponsor. Non va mai dimenticato che un’azienda culturale non dà redditi; crea invece enormi occasioni di immagine. Purtroppo non vi è la piena consapevolezza di cosa rappresenti un’Orchestra per il turismo e per l’immagine di una regione».

Come pensate di intensificare l’apporto di fondazioni e mecenati ticinesi e di oltre Gottardo a favore dell’orchestra?

«I mecenati sostengono l’Orchestra principalmente attraverso il canale dell’Associazione. Si tratta di un mecenatismo che desidera, di regola, restare nell’ombra senza pretendere spazi di eccessiva pubblicità. Sul tema “mecenatismo” si deve insistere sempre più. Oggi la situazione non è ancora ottimale. Dobbiamo migliorare sul versante dell’informazione e della visibilità. Maggiori difficoltà esistono con riferimento a fondazioni al di fuori del Cantone. Vi è una concorrenza diffusa e non è facile trovare sbocchi soddisfacenti».

Qual è la sua visione per il finanziamento futuro dell’orchestra e quali sono i principali elementi su cui lavorerete in futuro?

«Non è facile una risposta immediata. Fino al 2023 è in vigore un contratto di servizio con SSR-SRG che, a determinate condizioni, al momento non realizzate, potrebbe prolungare di due anni la collaborazione. Rinnovare la fiducia e la condivisione con SSR SRG diventa punto di partenza vitale e imprescindibile per il futuro. L’Orchestra ha dato tangibile prova di qualità culturale e merita un sostegno finanziario importante. Accanto a questo binario corrono i vettori economici ricordati in precedenza. Fra qualche anno, in considerazione dei risultati e del successo orchestrale, bisognerà mettere in conto la crescita del sostegno finanziario del settore pubblico e privato. È auspicabile pure un salto generazionale che prosegua con lo stesso slancio il lavoro svolto. Tutti in Ticino devono sentirsi coinvolti e responsabili. Non è pensabile un ridimensionamento e non voglio nemmeno immaginare un pericolo di sopravvivenza. Sarebbe uno scenario drammatico, una sconfitta che lascia alla storia un momento culturale di grande risalto. Esorto un coraggio politico e auspico maggiore convinzione del valore culturale e sociale dell’Orchestra. Ci sono ancora regioni ticinesi che mancano all’appello nel sostegno e nel coinvolgimento. Ideale, sperare non è un peccato, sarebbe una sala adeguata nel locarnese o nel bellinzonese. Quando si respira cultura è più facile, tra l’altro trovare il terreno fertile e irrinunciabile della libertà. La musica ha il pregio di rompere le barriere dei pregiudizi e di creare una sana complicità indistruttibile».