Molto spesso figli e nipoti nati e cresciuti in una realtà industriale scelgono di seguire le orme di padri e nonni finendo per occuparsi dell’impresa familiare. Lucrezia Roda decide di avvicinarsi alla “materia prima” lavorata in famiglia in un modo assolutamente originale e rivela una forte personalità, unita a una buona dose di creatività e voglia di prendere saldamente in mano il proprio futuro. L’artista deve infatti alla propria famiglia il fatto di aver conosciuto e avvicinato fin da piccola il mondo della lavorazione dei metalli.

Amante dell’arte in tutte le sue forme e con un debole per l’arte concettuale, dopo gli studi classici sceglie di immergersi totalmente nel mondo dell’arte visiva, studiando presso l’Istituto Italiano di Fotografia e specializzandosi come fotografa di teatro e di scena all’Accademia del Teatro alla Scala. La forza di ogni giovane fotografa intenzionata ad intraprendere una carriera artistica è riposta, oltre che in una indubbia preparazione tecnica, nella capacità di individuare subito un ambito, possibilmente originale, in cui esprimere appieno la propria personalità dando libero spazio a creatività e fantasia. E qui scattano probabilmente alcune reminiscenze e frequentazioni familiari perché Lucrezia Roda pone al centro delle proprie riflessioni i temi dell’introspezione e della trasformazione, dedicando le prime ricerche di fotografia fine-art alla rappresentazione di dinamiche produttive industriali. Significativamente, il suo primo progetto artistico «STEEL-LIFE», iniziato nel 2014 ed ancora in corso, si basa su immagini di ricerca eseguite inizialmente presso le Trafilerie San Paolo, una delle aziende di famiglia, per poi proseguire indagando all’interno di molte altre industrie fra cui il Laminatoio del Caleotto di Lecco, diversi plant del Gruppo Agrati, la Diotti, le acciaierie dei gruppi Duferco e Feralpi, la Novametal… Le fotografie che ne conseguono sono immagini sul mondo dell’industria metalmeccanica e del metallo interpretato come materia in continuo e ciclico mutamento.

«Fotografare all’interno dei reparti produttivi – spiega la fotografa e artista – mi ricorda in qualche modo l’atmosfera dei backstage teatrali: è come sbirciare dietro le quinte ed entrare in un mondo a cui l’immaginario collettivo non è esattamente abituato. Vivere il teatro mi ha insegnato tantissimo, sia fotograficamente che umanamente: ha allenato la mia mente ad essere attenta, le mie mani ad essere veloci ed i miei occhi a trovare sempre il bello, anche nel caos».

Negli anni, creandosi un consapevole percorso di studio ed elaborando una propria espressività personale incentrata sulla ricerca di un linguaggio contemporaneo, ha ampliato gli ambiti della sua ricerca artistica, ricevendo numerosi premi e riconoscimenti, fino ad affermarsi come una delle più interessanti e promettenti fotografe della sua generazione. Le sue opere, esposte all’interno di numerose mostre personali e collettive, in luoghi prestigiosi come la Galleria Fumagalli di Milano, l’Istituto Italiano di Cultura a Parigi e The Arts House at The Old Parliament di Singapore, si trovano in diverse collezioni fra cui quelle della Fondazione Dino Zoli e della Fondazione 3M e, nell’arco del 2022, verranno presentate per la prima volta in territorio Svizzero, all’interno della Cortesi Gallery di Lugano.
Per comprendere appieno la qualità, la ricchezza e anche la complessità del suo percorso artistico, è opportuno affidarsi alle parole con cui la stessa Lucrezia Roda presenta il suo lavoro: «Rincorro fotograficamente una realtà esistente solo nel mio immaginario. Ho sempre scritto per parlare a me stessa e fotografato per mettermi in connessione con gli altri, assecondando una pulsione che varia fra il terapeutico e la sentimentale dipendenza. Fin dai tempi degli studi decido di cercare i miei soggetti spostandomi silenziosamente, fra il buio delle sale di posa e quello delle sale teatrali, immergendomi completamente e quasi perdendo il legame con la realtà. Negli anni ho concentrato le mie ricerche fotografiche incanalandole nella sfera industriale, poiché, per storia personale, rappresenta per me un ambito confortevole e familiare. Facendomi guidare dall’intuizione di considerare la fabbrica come il luogo dove si realizza il fascino un po’ misterioso della trasformazione, osservo gli spazi, ritraendo il materiale industriale come materia viva in continuo mutamento. Il mio stile si basa sull’intensità: di colore, d’atmosfera, di racconto e sentimento. Ne conseguono immagini singole che non hanno necessità di essere affiancate ad altre per raccontare la propria storia. Attratta dalle luci taglienti e dalle ombre ingombranti, contrappongo un estremo rigore tecnico ad una forte dose istintiva, scegliendo i miei soggetti secondo un richiamo viscerale verso situazioni misteriose, surreali, talvolta oscure o inquietanti. Lo scopo è di trasformare la realtà, come quella di un paesaggio industriale, narrandola in una situazione parallela, di ritrarre soggetti che con la propria assenza o presenza possano fare domandare al mio interlocutore: “cosa sto guardando?”. Un segreto sottolineato dal fatto che spesso ad attrarci maggiormente è ciò che non possiamo capire totalmente».