Raggiungere, o forse accompagnare, il futuro del cinema d’autore, contribuendo a costruirlo. Come? Aprendo le porte, accogliendo gli sguardi più interessanti e offrendo la possibilità di far parte di quel futuro a chi fino a ieri non ne aveva accesso. È così che Lili Hinstin pensa al cinema che verrà e riflette sul ruolo del Locarno Film Festival. Un cinema più che mai vivo, quello d’autore, e un ruolo politico, quello del Festival, ma non con schieramenti o colori. «La cultura è politica – afferma decisa Hinstin – la cultura dà accesso alla comprensione del mondo, al diverso, all’altro. Allarga il campo visivo e di conseguenza le possibilità di scelta. Pensiamo a come il cinema mi concede di assistere alla morte di un’anziana donna cinese al suo ultimo viaggio, alla reazione della sua famiglia, dunque alla sua cultura (Mrs. Fang, di Wang Bing – Pardo d’oro 2017, ndr). Assistere a queste visioni, assorbire questi punti di vista arricchisce l’intelligenza, e l’intelligenza permette di muoversi meglio e di più nella vita».
Cosa significa e che importanza ha, in questo scambio e rapporto, essere un attore culturale?
«Significa proporre. Farlo è un mestiere che implica un solido background e un’etica da mettere in gioco. Dirigere un Festival significa impiegare la propria cultura, il proprio sapere e la propria etica per proporre determinate forme estetiche al pubblico, inteso come mio concittadino nel mondo. Bisogna essere molto curiosi, aperti, eclettici. Ecco, sono senza dubbio una partigiana dell’eclettismo. La tappa culturale in gioco è enorme e credo che l’eclettismo sia una forma di umiltà, di riconoscenza delle diverse sensibilità. Poi chiaro, direzione artistica significa “scelta”, e tutte le opere che seleziono e selezionerò rispecchieranno una certa visione del mondo. Torna il significato politico, ma non in quanto ideologia, in quanto senso etico. Sicuramente, per intenderci, al mio Festival non si vedrà mai un film misogino».
Dunque il ruolo di un Festival è mostrare, e mostrando aprire?
«Questo è uno dei ruoli. Sicuramente il cuore è e resta il programma, dunque esattamente ciò che mostreremo. Io e il comitato guardiamo migliaia di film (circa 3500 mila tra lunghi e cortometraggi, ndr) per arrivare al programma finale (circa 300 opere, ndr). Il nostro lavoro è scandagliare le proposte e evidenziare, dopo averlo trovato, chi propone un gesto nuovo».
Oggi grazie alla tecnologia è molto più facile proporre. Un bene o un male? La quantità abbassa la media della qualità o la stimola?
«La democratizzazione dei mezzi di comunicazione ha segnato una rivoluzione nell’accesso ai mezzi del “fare cinema”. Oggi si può fare un film tra amici, in pochissimo e con pochissimo; proprio in questi giorni ho visionato una commedia “home made” assolutamente incredibile, splendida. Questa nuova epoca creativa fa sì che il cinema d’autore sia estremamente vivo, ma ciò che più mi interessa e che più interessa al Festival è l’altra faccia di questa democratizzazione, cioè che chi ha uno spiccato potenziale creativo possa esprimerlo. I giovani cineasti del continente africano, ad esempio, oggi possono accedere all’industria. Un ruolo fondamentale del Festival è farsi trovare lì, tra la proposta e l’industria, accogliendo la prima e aprendole le porte della seconda».
Una sorta di missione…
«Precisamente. Ora che chiunque, o quasi, grazie ai nuovi mezzi di comunicazione ha i mezzi per potersi esprimere, noi dobbiamo essere chi gli permette di muovere lo step successivo, aiutandolo ad entrare nel mondo produttivo. È di nuovo un impegno politico perché dà una possibilità all’interno dell’industria cinematografica a opere che sono nate al di fuori dell’industria stessa. Dunque a giovani, a geografie senza mezzi e a produzioni minori».
Ogni anno il Locarno Film Festival muove passi decisi in direzione dei giovani…
«A mio avviso è una scelta quasi ovvia, inevitabile. E in questo senso si apre un altro tema a cui tengo molto, la mission del Festival: la formazione. Per fare un buon film servono indubbiamente i mezzi tecnici, oggi a portata di molti grazie all’evoluzione tecnologica. Ma non basta. Ci vogliono anche cultura e conoscenza dell’arte in cui e con cui ci si vuole esprimere; dunque, per l’appunto, formazione. Il Locarno Film Festival da un decennio, grazie alle Locarno Academy, è una possibilità formativa e di crescita per i giovani. Adesso, ad esempio, vogliamo che all’interno delle nostre Academy sia ritagliato uno spazio dedicato al continente africano, pensando non solo a laboratori che aiutino produttori e registi, ma anche a attività che formino una nuova generazione di critici cinematografici. Perché un mondo cresca è necessario che siano presenti, vive e competenti tutte le sue componenti, l’intera industria cinematografica, dall’autore a chi lo osserva».
In questa direzione si muove anche il neonato BaseCamp?
«Il BaseCamp, una struttura con duecento posti letto allestita nella ex caserma di Losone, è un progetto ampio e articolato, ma uno dei suoi aspetti più evidenti e a cui tengo molto è che ci concede di dare un alloggio a duecento under 30. È un modo pragmatico e concreto di partecipare proprio a quella formazione dei giovani alla cinefilia che deve far parte della nostra missione. Fosse anche semplicemente e solamente potendo seguire interamente un Festival a prezzo accessibile. Poi ripeto, il BaseCamp sarà anche molto altro…».
Com’è stato, dopo averlo vissuto da spettatrice, entrare nella sala macchine di questo salotto del cinema d’autore…
«Intenso, veloce e perennemente in viaggio (sorride), ma allo stesso tempo reso più semplice dallo sforzo e dal sostegno di tutto il team che mi ha accolto e accompagnato, raccontandomi con pazienza ogni angolo. Un aspetto meraviglioso del Festival però lo conoscevo già, ed è Locarno. Il Locarno Film Festival ha un vantaggio incommensurabile, ovvero vivere, esistere in una piccola città. Questo concede a chi lo vive una vera fortuna: incontrarsi. A Locarno è possibile, quasi inevitabile, a Parigi o in un’altra grande città sarebbe molto più occasionale. Al Locarno Film Festival puoi incontrare un attore, un regista o un produttore per strada, o al bar. E incontrarsi, per tutti i ruoli e le missioni di cui abbiamo parlato, è l’innesco indispensabile».
I luoghi del cinema.
Al Locarno Film Festival “cinema” può essere un bar, un prato, una darsena, così è inevitabile interrogarsi sul destino della sale cinematografice. «Bisogna assolutamente continuare a lottare per la sala – assicura Lili Hinstin – ma non per snobismo o conservatorismo, anzi. Semplicemente per questioni esperienziali. Credo sia ovvio che vedere un film sullo smartphone o in Piazza Grande non sia la stessa cosa, dunque la stessa esperienza. Un conto è una serie o una soap, qualcosa di discorsivo: sei entrato in una storia e vuoi sapere come procede, come va a finire; quasi quasi potresti anche solamente leggerla o ascoltarla. Nel cinema la forza primaria dell’immagine è indiscutibile e va salvaguardata».
Questione di partecipazione, di immersione?
«Vedere un film su uno schermo enorme come quello di Piazza Grande fa entrare l’esperienza visiva nell’ordine dei sensi. È come quando studi per anni la Guernica sui libri, poi vai a Madrid, la vedi dal vivo e dici “ah, ok”. L’esperienza e il coinvolgimento dei sensi è un argomento molto interessante».
Va in questa direzione la novità annunciata che prevede la possibilità di iscrivere ai concorsi film in Virtual Reality?
«Quella della Virtual Reality è un’esperienza estremamente interessante e divertente perché permette all’adulto di rivivere una sensazione dell’infanzia, una “prima volta”. Sensitivamente è davvero molto interessante. A livello cinematografico poi, senza voler essere tecnofili, la VR pone al cinema l’obbligo di rimettere in gioco la questione centrale del “punto di vista”, stravolgendolo. Non si ragiona più nella dinamica di uno spettatore fisso davanti a uno schermo fisso, a distanza fissa, da cui la messa in scena della storia. Si deve ripensare tutto, completamente».
Ad allargarsi insomma non è solo il “fare cinema”, ma anche il “vivere il cinema”…
«Sarebbe un esperimento molto interessante far vedere al pubblico lo stesso film in sala e poi, o prima, al computer. Cambia tutto, a partire dalla temporalità. A Belfort (Festival che Hinstin ha diretto per sei anni, ndr) avevamo la fortuna di essere ospitati da un multiplex, dunque con schermi molto grandi, per le produzioni mainstream. Un anno in programma c’era Lo strano caso di Angelica, di Manoel de Oliveira, un film tutt’altro che mainstream, bensì d’autore, filosofico. Vederlo in uno schermo grande come un palazzo di quattro piani, per altro in una sala colma di ragazzi di sedici anni che non si sono mossi da lì, è stato incredibile. Capivi e vivevi i piani di de Oliveira, come li aveva pensati. Diventa strabiliante, il film prende una forza materiale».
Pronti per Piazza Grande dunque?
«Uno degli schermi più grandi d’Europa, perfetto. Non vedo l’ora di scoprire come il pubblico reagirà ai film che stiamo selezionando».