Partiamo dalla meravigliosa Villa Carlotta, uno fra i luoghi più scenografici di tutta la Lombardia. La splendida dimora ha un quadruplice valore che la rende inimitabile. Da una parte la bellezza architettonica dello stabile, poi la ricchezza botanica del lussureggiante giardino, il valore artistico delle opere che contiene e in fine la strabiliante vista sul Lago di Como. Guardandola spalle al Lario, sembra di essere davanti alla minuziosa scenografia teatrale di qualche genio della drammaturgia. “Opere d’arte, vegetazione, architettura e paesaggio, qui tutti gli elementi formano un unicum incredibile”. A raccontarcelo è Francesca Trabella, autrice del libro 50 ville del Lago di Como, già uscito anche in inglese, tedesco-russo, francese-spagnolo e in attesa di essere tradotto in altre lingue. “Costruita alla fine del seicento per il marchese Giorgio Clerici, in una conca naturale che permette al lago di abbracciare le montagne, Villa Carlotta raggiunse il culmine nei primi anni del 1800, quando l’imprenditore e collezionista Giambattista Sommariva l‘acquistò e l’arricchii delle opere dei maggiori artisti del tempo. Parliamo di personalità come Canova o Hayez e così la villa divenne un museo. Questa collezione è stata da poco riallestita all’interno della dimora, proprio seguendo il criterio espositivo originario. Fu sempre Sommariva a creare il parco romantico, sul retro dell’edificio, lì dove poi Stendhal nel 1937 trovò ispirazione per La Certosa di Parma. Il nome della villa non è quello originario, ma le fu dato soltanto a metà dell’800, quando la principessa Marianna Di Nassau la donò alla figlia Carlotta. E sempre a questo periodo si deve l’introduzione dei rododendri e delle azalee che sono oggi fra le principali attrazioni di questo luogo”.

Sempre restando sul lago, un’altra villa fra le più celebri è quella del Balbianello, a Lenno, oggi proprietà del Fai. Qui il valore è più che altro paesaggistico. Anche se oggi la dimora ospita un museo interessante perché fondato da uno dei proprietari, Guido Monzino, che era alpinista ed esploratore e ha portato qui i cimeli dei suoi viaggi. Una villa a cui la dottoressa Traballa è particolarmente affezionata, avendone curato suo padre il più recente restauro: “Nel XVIII secolo su questo promontorio restavano soltanto i resti di un convento medievale. Fu il Cardinale Angelo Maria Durini, dopo aver acquistato il terreno, a volerne fare un luogo d’incontro fra la nobiltà e la borghesia illuminata del tempo. Sopra la villa l’uomo di chiesa volle una loggia aperta, ultra panoramica, oggi uno dei luoghi paesaggisticamente più belli di tutta Italia. La loggia, l’importante biblioteca e la sala del cartografo sono immersi in un giardino che è il vero capolavoro del Balbianello, basato sulle sfumature di verde e finalizzato a valorizzare il paesaggio circostante”. Risultato: ormai da diversi anni questa storica scenografia è un set molto ambito per film, servizi di moda e spot pubblicitari.

Come ultima fra le ville più famose del Lago di Como, vi proponiamo Villa Bernasconi a Cernobbio. Questa dimora non è direttamente sul lago ma è fondamentale se si vuole iniziare un percorso fra il Liberty comasco, un movimento artistico che sul Lario ha espresso alcuni dei suoi migliori frutti. L’edificazione è del 1905, quindi nel decennio d’oro della bella Époque. “Fu costruita non direttamente sul lago per essere vicina all’industria della seta di Davide Bernasconi, l’imprenditore che la fondò. L’incarico fu dato ad Alfredo Campanini, architetto fra i più celebri sulla scena milanese di inizio 900, e a lui con grande lungimiranza fu chiesto di occuparsi integralmente del progetto, non soltanto della struttura, ma anche delle decorazioni e delle finiture. Cosa fondamentale se si ricorda che ferri battuti, cementi decorativi, vetrate e arredi in legno erano dettami fondamentali del Liberty, poiché arte, industria, artigianato e innovazione tecnologica dovevano convergere armoniosamente. E qui, nella provincia di Como, le decorazioni non poteva che essere ispirate all’industria tessile e in particolare all’animale che produce la materia prima di questo settore, il baco da seta fra le foglie di gelso. I cementi decorativi, i fregi nelle piastrelle di ceramica, diventano opere d’arte che si ispirano a questo mondo naturalistico”.

È invece Paolo Grandi, esperto in relazioni pubbliche, a suggerirci tre meravigliose ville ancora poco conosciute. La prima è Villa Melzi a Bellagio, progettata dall’architetto svizzero Giocondo Albertolli, uno splendido esempio di linearità neoclassica. Un edificio grande, direttamente sul lago, in cui le scale che conducono alla darsena fanno da specchio a quelle che portano all’ingresso della dimora. Di grande interesse qui sono i giardini, che si estendono per circa 800 metri sulla costa, fra Bellagio e la frazione di Loppia. Ma anche la cappella, che si trova all’estremità sud-occidentale della proprietà e dove sono tutt’ora conservate le spoglie della famiglia. Un tempietto neoclassico di grandissimo valore, progettato e decorato sempre dall’Albertolli, con stucchi e affreschi di Angelo Monticelli.

Poi Grandi ci conduce a Villa Pizzo, edificata nel 1532 e anche questa direttamente affacciata sul lago. È all’architetto ticinese Simone Cantoni, che tanto lavoro a Como, che si deve molto dell’attuale aspetto. Nel 1850, ricorda Grandi, la villa divenne residenza del Viceré del Lombardo Veneto e infatti la darsena coperta conserva ancora il Caicco dell’arciduca. Oggi la villa, di proprietà privata, è una stupenda location per eventi.
La terza e ultima dimora di questo nostro excursus è Villa Mylius Vigoni a Menaggio. Nel 1829 la famiglia Mylius fa restaurare una struttura già esistente, con l’intenzione di ospitare la propria collezione di dipinti, statue e arredi, ecco dunque la funzione di casa museo che tuttora la villa conserva. Le fa da sfondo un vasto parco all’inglese, che circonda completamente la dimora con orchidee e alberi secolari, essenze esotiche e punti panoramici. La villa oggi è di proprietà della Germania e sede del centro culturale italo-tedesco.

@Foto di Andrea Butti