Esistono momenti nella storia dell’arte in cui conta quasi più il cammino della meta. Sono gli anni nei quali un artista sperimenta, cambia direzione, mette continuamente in discussione ciò che ha appena conquistato. È proprio questo il periodo che il MASI Lugano sceglie di raccontare con la mostra “Umberto Boccioni. Verso la liberazione futurista”, dedicata agli anni decisivi che precedono l’approdo al Futurismo.
L’esposizione, curata da Cristina Sonderegger, non propone semplicemente una selezione di capolavori, ma invita il visitatore a seguire passo dopo passo la trasformazione di uno degli artisti più influenti del Novecento. È il racconto di una ricerca inquieta, attraversata da continui interrogativi, nella quale ogni dipinto rappresenta una tappa verso una nuova concezione dell’arte.
Del resto è lo stesso Boccioni, annotando nel proprio diario nel marzo del 1907, a riassumere perfettamente il proprio stato d’animo: “Cerco, cerco, cerco, e non trovo.” Una frase che diventa quasi il filo conduttore dell’intera mostra e che restituisce tutta l’urgenza di un giovane artista deciso a liberarsi dai modelli del passato per trovare una voce autenticamente personale.
Il percorso prende avvio dalle opere realizzate tra il 1903 e il 1904 e accompagna il visitatore fino alle grandi conquiste formali del 1911. Sono anni di intenso lavoro, nei quali Boccioni passa progressivamente dalla lezione divisionista alla costruzione di un linguaggio completamente nuovo, capace di interpretare la modernità, il movimento e il dinamismo che stanno trasformando la società europea.
Ad accompagnare questa evoluzione è un nucleo di quindici opere, costruito attorno ai dipinti futuristi conservati al MASI grazie alla storica donazione degli eredi di Gabriele Chiattone, collezionista, committente e sostenitore dell’artista negli anni milanesi. A queste si aggiungono importanti prestiti provenienti da musei e collezioni pubbliche e private, che consentono di ricostruire con particolare completezza una fase cruciale della carriera di Boccioni.
Il rapporto con Gabriele Chiattone rappresenta infatti uno degli aspetti più interessanti della mostra. Attraverso il collezionista milanese, Boccioni trova infatti un interlocutore capace di sostenerne la ricerca proprio nel momento in cui le difficoltà economiche e artistiche sembrano rallentarne il cammino. Molte delle opere esposte nascono proprio all’interno di questo dialogo, documentando una stagione di incessanti sperimentazioni.
Nei primi lavori domina ancora il paesaggio. Campagne, cascine, campi coltivati e periferie sembrano appartenere alla tradizione della pittura divisionista, ma osservandoli con attenzione si percepisce già qualcosa di diverso. Le pennellate iniziano ad acquisire ritmo, la luce non descrive più soltanto la realtà ma costruisce movimento, mentre gli spazi sembrano perdere progressivamente la loro immobilità.
Opere come Campagna romana o Meriggio, Campagna lombarda, Casolare, Contadini al lavoro o Treno che passa testimoniano come Boccioni stia lentamente abbandonando la rappresentazione naturalistica per cercare un’immagine capace di suggerire energia, tensione e trasformazione. Persino un semplice convoglio ferroviario diventa il simbolo della velocità moderna, anticipando alcuni dei temi che caratterizzeranno il Futurismo.
È una ricerca che procede per tentativi, senza salti improvvisi. L’artista continua a interrogarsi sul ruolo del colore, della luce e della composizione, ma soprattutto sul modo in cui la pittura possa superare la semplice imitazione della realtà per restituirne la forza interiore.

Anche quando affronta il ritratto o la figura umana, l’obiettivo non è più soltanto descrivere un volto. In opere come Nudo di spalle (Controluce) o Ritratto femminile la luce diventa materia espressiva, capace di trasformare il soggetto in una vibrazione emotiva più che in una presenza fisica. L’ambiente si dissolve, i contorni perdono rigidità e la figura sembra fondersi con lo spazio circostante.
Il vero punto di svolta arriva nel 1911 con Visioni simultanee, opera che segna il definitivo ingresso di Boccioni nella dimensione futurista. Dopo il soggiorno parigino e l’incontro con le ricerche cubiste, lo spazio pittorico si frantuma, i punti di vista si moltiplicano e la realtà viene rappresentata nella sua simultaneità. Non esiste più un solo sguardo: il mondo viene percepito come un insieme di energie in continuo movimento.
È proprio questo passaggio che la mostra del MASI riesce a mettere in evidenza con particolare efficacia. Più che celebrare il Boccioni già consacrato dalla storia dell’arte, il percorso racconta il laboratorio creativo dell’artista, gli anni in cui ogni certezza viene rimessa in discussione e ogni opera rappresenta un passo verso una nuova idea di pittura.
Il risultato è un’esposizione che non interessa soltanto gli studiosi del Futurismo, ma tutti coloro che desiderano comprendere come nasca una rivoluzione artistica. Perché prima delle opere destinate a entrare nei manuali esistono sempre il dubbio, l’inquietudine, la ricerca e il coraggio di abbandonare ciò che si conosce per inseguire qualcosa che ancora non ha un nome.



