L’arrivo della nuova stagione ed il progressivo allentamento delle restrizioni imposte alle nostre attività negli ultimi quindici mesi lasciano ora spazio ad alcune riflessioni. Ci riferiamo in particolare ad una categoria di professionisti che, loro malgrado, si sono trovati a interpretare una sequenza di eventi che non avremmo mai immaginato di vivere: gli operatori nel settore dell’informazione, i media.

Negli ultimi anni la digitalizzazione ha creato le premesse di una contrapposizione che la pandemia ha esasperato. Perché se internet aveva favorito l’“età dell’io”, volubile ed individualista, l’emergenza sanitaria ci ha invece richiamato al rispetto dei valori collettivi, alla responsabilità sociale. Oggi a che punto si trova il rapporto tra individuo e società?

«Le recenti esperienze ci hanno rimesso in gioco su più fronti: come cittadini, nel nostro rapporto con le istituzioni e nella coscienza di ciò che stiamo vivendo. Queste osservazioni ci fanno comprendere che la somma degli atteggiamenti dei singoli traccia il comportamento della società nel suo insieme.
Nella fase iniziale, per esempio, lo abbiamo visto con le restrizioni imposte alle nostre libertà. Poi l’emergenza sanitaria è proseguita, ed oggi avvertiamo che è più difficile essere coerenti con le misure che le istituzioni ci invitano a rispettare.
Credo che la relazione tra individui e società ora vada riformulata, che non sarebbe giusto tornare al rapporto pre-pandemia. Le problematiche che abbiamo vissuto dovrebbero sensibilizzare ogni individuo ad una accresciuta responsabilità sociale. I nostri comportamenti hanno sempre un valore, sia per la collettività sia per il clima sociale, e questo anche quando non sono imposti da regole. Mi auguro che si giunga a questo cambio di mentalità, e non si torni alle nostre vecchie abitudini: ma lo vedremo nei prossimi mesi».

Gli studiosi ricordano che probabilmente vivremo nuove pandemie. Dopo le ultime esperienze quale è il ruolo dei media nei momenti di crisi? Chi meglio dialoga con il cittadino: le istituzioni, espressione della volontà popolare? Oppure i media, che svolgono la medesima funzione e si rivolgono allo stesso pubblico?

«Osservando le nostre istituzioni, mi rendo conto che hanno vissuto uno straordinario e lunghissimo stress-test. Inizialmente c’è stata una forte concentrazione di potere nelle mani dell’esecutivo, ed inevitabilmente il parlamento si è trovato a un po’ a rimorchio.
Nella fase successiva, ad inizio autunno 2020, le nostre istituzioni talvolta hanno dato l’impressione di essere in affanno, forse perché tutti ci eravamo erroneamente convinti che il peggio era passato.
In questo secondo periodo abbiamo assistito ad un riassestamento dei poteri: la Confederazione ha ripreso le responsabilità delegate ai Cantoni ed credo che le conserverà sino alla fine della emergenza sanitaria. In questo contesto di stress istituzionale, i media, nelle loro forme moltiplicate, hanno avuto un ruolo centrale.
All’inizio, catalizzando l’attenzione del pubblico: tutti i vettori, i programmi radiotelevisivi del servizio pubblico e persino i settimanali incontri con la stampa organizzati dal Consiglio federale, si sono trasformati in eventi informativi seguitissimi.
Restando in tema di comunicazione istituzionale, l’informazione dell’esecutivo è risultata molto particolare anche perché il governo e alcuni settori dell’amministrazione hanno iniziato a rivolgersi direttamente al pubblico con un linguaggio che non era nelle abitudini dei cittadini.
Anche il fattore linguistico, in Svizzera, ha giocato un ruolo: la Confederazione trasmetteva i suoi messaggi in tedesco, francese, e solo in misura ridotta anche in italiano. Durante la pandemia, sono venuti a mancare l’empatia e il calore della comunicazione. Risultato: il messaggio non era sempre facile da capire.
Inoltre il nostro paese ha affrontato la crisi con un contesto sociale e geografico molto diversificato: la Svizzera italiana e quella romanda vivevano una situazione di emergenza sconosciuta a gran parte della regione tedesca. L’insieme di questi presupposti hanno generato ulteriori complicazioni alle comunicazioni della Confederazione.Penso agli errori, ai ritardi, alla confusione sui dati: sono diventati fattori di disturbo per i media ed anche per il pubblico, che invece attraversato la pandemia riferendo una infinità di informazioni ai cittadini che, a loro volta, che si sono trovati a dover selezionare i dati che ricevevano.
Questo rapporto tra media e pubblico ha comunque rafforzato tra le parti un rapporto di reciproca fiducia. I professionisti dell’informazione inoltre hanno dovuto impegnarsi per riportare i fatti astenendosi da ogni previsione, o finalità accademica. Forse, specie all’inizio, i media hanno dato la impressione di essere il megafono della comunicazione istituzionale, anche perché solo l’amministrazione disponeva di dati concreti.
Tuttavia. nel corso dei mesi i media hanno allargato la base delle loro competenze ed il rapporto tra comunicazione istituzionale ed attività giornalistiche si è progressivamente riequilibrato».

È dunque possibile riconoscere che il periodo di crisi ha trasformato il dialogo tra media e pubblico da relazione di consumo a rapporto fiduciario?

«Certamente. L’emergenza ha allineato l’operatività di tutti i media, uniformandoli ad una modalità tipica del “servizio pubblico” e li ha sensibilizzati ad una attenzione accresciuta verso le esigenze della società.
Inoltre, dall’inizio della crisi i giornalisti hanno dovuto acquisire nozioni estranee alle normali attività di redazione. Pensiamo alle competenze scientifiche, alla terminologia medica, virologica, o farmaceutica. Tutte queste nuove capacità hanno imposto un forte impegno professionale per aggiornarsi, informarsi e proseguire un dialogo quotidiano giornalisticamente serio con le autorità e con gli esperti. La comparsa di quest’ultima categoria di professionisti, specie nei media televisivi, è stata determinante per fornire al pubblico una contestualizzazione di quanto stava accadendo, ma senza disorientarlo. In Svizzera non abbiamo assistito a dibattiti accesi fra esperti, a confronti fra opposte opinioni. Questo approccio si è rivelato opportuno. Altrimenti anche da noi sarebbe accaduto quanto è successo altrove, dove nelle dirette radio-televisive oltre agli specialisti erano presenti degli opinionisti, privi di conoscenze scientifiche ma convocati solo per animare il dibattito».

Qual è l’immagine del mondo dei media al termine dell’esercizio informativo degli ultimi mesi?

«Innanzitutto noto che una moltiplicazione delle fonti, un ricorso a differenti dati e modalità di comunicazione, sono fattori positivi. Oggi il mondo dell’informazione è ancora più convinto della necessità di fornire ai cittadini una mediazione attenta, preparata, rigorosa, nel rispetto delle priorità, delle scelte, degli argomenti e degli interlocutori che contribuiscono alla creazione e alla spiegazione di una notizia.
Inoltre i media hanno compreso che il cittadino non può passare tutto il giorno ad informarsi, ma chiede solo di farsi una opinione sui fatti principali. Le recenti evoluzioni sociali che abbiamo vissuto si tradurranno in problematiche economiche ed anche psichiatriche, conseguenti alle esperienze che tutti abbiamo sperimentato sia in forma collettiva sia in forma individuale».

L’emergenza sanitaria ha aumentato il “consumo” di media. Sarà possibile consolidare questo cambiamento di tendenza?

«Per il mondo dell’informazione, la pandemia è stata una occasione che ha permesso di acquisire un credito di fiducia con utenti e cittadini. Ora questo patto fiduciario dovrà essere rinsaldato ed ampliarsi fino a comprendere tante altre tematiche.
Tutti i vettori saranno impegnati a rinnovarsi nella forma, nella sostanza, nello stile, ma sempre preservando le aspettative di qualità, contenuti ed autorevolezza che contraddistinguono il nostro lavoro nei confronti del pubblico. A queste priorità aggiungerei anche un approccio aperto, una accresciuta disponibilità a segnalare più interpretazioni dei fatti. Si tratta una evoluzione della professione da cui nessuno si potrà sottrarre».

Come individuo, si è sentito cambiato dalla emergenza sanitaria?

«Sono stato il primo a sorprendermi della mia diligenza nel rispettare le prescrizioni sanitarie e sociali. Nelle redazioni eravamo tutti sotto pressione e gli aumentati impegni professionali hanno aiutato me, le colleghe ed i colleghi a non pensare troppo alle difficoltà.
Anzi, questo grande sforzo, ha rafforzato il nostro impegno a testimoniare il cambiamento verso cui la nostra società si sta avviando. È una responsabilità che continueremo e continuerò a rispettare nei confronti del pubblico e delle generazioni future».

Quale è la immagine della Svizzera in tempo di pandemia?

«In un confronto internazionale, la nostra immagine pubblica ne esce relativamente bene. Se il mio giudizio sulla prima fase è generalmente positivo, credo invece che dalla scorsa estate abbiamo commesso alcuni gravi errori. Questa seconda fase della pandemia ha finito per mettere in tensione la convivenza anche nel nostro territorio fatto di realtà sociali differenti, esattamente come è accaduto nei Paesi a noi vicini.
Per fortuna la Svizzera ha un tessuto economico molto solido che ha attutito le emergenze, cosa che non sempre si è verificata altrove. Inoltre nella seconda fase anche da noi abbiamo subito l’incremento delle varianti di una pandemia sempre più insidiosa. Quindi anche in Svizzera, come in altri paesi, si è iniziato a criticare le decisioni delle autorità.  È dunque comprensibile che, al termine di questi quindici mesi, la società abbia iniziato a mostrare che anche la capacità di sopportazione può avere dei limiti».