Lei fa parte da 22 anni, cinque dei quali in veste di direttrice, del Consiglio di amministrazione di una delle fondazioni più prestigiose della Svizzera, la Gebert Rüf Stiftung. Quali sono gli scopi principali della fondazione?

«Lo scopo della Fondazione istituita da Heinrich Gebert è quello di promuovere l’innovazione a beneficio dell’economia e della società svizzera, secondo la convinzione che dobbiamo la nostra prosperità economica e sociale all’innovazione».

Lei ha alle spalle una brillante carriera professionale. Chi è Pascale Vonmont? Dove ha studiato e che cosa l’ha spinta a scegliere il settore no-profit?

«Non c’è stata una vera rottura o cambiamento nella mia storia professionale, ritengo il settore no-profit imprenditoriale e stimolante, offre molta libertà creativa. Come attori in un ambito di nicchia, dobbiamo lavorare in modo molto mirato per avere un impatto sul nostro gruppo target e sulla società. Il mio filo conduttore sono i temi della tecnologia e dell’educazione. Ho studiato chimica all’ETH di Zurigo e ho fatto il mio dottorato nel campo dei biopolimeri, allo stesso tempo ho anche completato la mia istruzione universitaria e ho insegnato in una scuola elementare».

Lei è anche membro del Consiglio di direzione di SwissFoundations: quali compiti comporta questa attività?

«SwissFoundations è un’associazione attiva che viene plasmata e sostenuta dai suoi membri. Di conseguenza, il Consiglio è anche un organo attivo che sviluppa la strategia dell’associazione in scambio con i membri e ne accompagna l’ attuazione. Il tutto è possibile solo grazie a un ufficio professionale e dedicato. Un compito eccitante  e sfaccettato».

Parliamo delle donne nella filantropia: Pensa che sia più difficile per le donne raggiungere posizioni come la sua?

«No, questo ha poco a che fare con la posizione, è più una questione sociale e strutturale. Lo sviluppo positivo si riflette anche riguardo alle fondazioni nel numero annualmente crescente di donne nel management. Secondo il Rapporto sulle Fondazioni 2021, la percentuale di donne che si occupa di gestione delle fondazioni si attesta al 37,5%». 

Perché ci sono ancora così poche donne nei Consigli di amministrazione delle fondazioni e cosa si potrebbe fare per cambiare questa situazione? 

«Questa situazione è dovuta anche al cambiamento generale della società. Spesso per i Consigli di fondazione si cercano persone con esperienza, un ampio background e una grande rete professionale. Questo profilo corrisponde agli attuali standard dei manager svizzeri. Purtroppo, ci sono ancora poche donne con funzioni di leadership nella maggior parte dei settori industriali. Sta alle singole fondazioni prendere una decisione consapevole per una composizione equilibrata dei loro organi direzionali e scegliere personalitä di sesso femminile in modo mirato. Il settore dà il suo contributo con una formazione adeguata sia per le donne che per gli uomini interessati. Così, SwissFoundations è diventata con convinzione un partner di rete della Foundation Board Academy, una piattaforma per la messa in rete e la formazione dei consiglieri di fondazione delle fondazioni non profit. Il primo corso partirà a Basilea all’inizio di novembre. Un’iniziativa importante!».  

La pandemia ha segnato gli ultimi mesi. Come ha reagito il settore delle fondazioni?

«Dalla prospettiva di SwissFoundations, possiamo osservare che la pandemia di ha portato a pratiche di finanziamento più flessibili: numerose fondazioni hanno rapidamente creato fondi di emergenza e, insieme ad altre istituzioni di supporto, fra gli altri del Governo federale e dei Cantoni, hanno identificato le lacune che non erano coperte dal sostegno statale. Allo stesso tempo, le fondazioni sono diventate più consapevoli del loro ruolo come erogatori di capitale di rischio, come attori che possono reagire rapidamente, e come finanziatori di nuovi approcci. Centrale in tutto questo è la comunicazione diretta con i partner e con la società civile. Per questo motivo, SwissFoundations ha creato rapidamente una piattaforma digitale informativa e ha pubblicato una raccomandazione sull’impegno delle fondazioni che i membri possono utilizzare come guida nella loro comunicazione. La pandemia ha avuto anche un impatto sulle erogazioni delle fondazioni, come già dimostrato dal Benchmark Report dell’anno scorso: solo il 3% delle fondazioni erogative ha ridotto il proprio budget per il 2020 a seguito della pandemia, mentre il 39% ha approvato fondi aggiuntivi per aiutare la società a far fronte alla crisi prodotta dal Coronavirus».

Abbiamo bisogno di più mecenatismo per risolvere le grandi sfide sociali     contemporanee?

«Le fondazioni non profit sono una forza indipendente che, con le loro competenze e risorse, contribuiscono a risolvere le sfide sociali insieme allo stato e all’economia e rafforzano la pluralità nel nostro Paese. Le fondazioni possono avviare iniziative e progetti che non sono (ancora) in grado di ottenere il sostegno della maggioranza dei cittadini. Possono evidenziare lacune e opportunità e aiutare a sfruttarle al meglio. Possono facilitare l’innovazione e riunire le persone per cercare soluzioni comuni. Le fondazioni di solito non possono risolvere grandi problemi, sono troppo piccole per questo genere di sfide.  Non sono decisive in questo senso, ma possono fare la differenza e sono un attore importante per il mondo di oggi e di domani».

In che misura i mecenati e le fondazioni possono sostenere lo sviluppo del capacity building? Non dovrebbe essere uno dei loro compiti principali?

«Non trovo che sia utile né il finanziamento di progetti isolati né il finanziamento focalizzato esclusivamente al capacity building. Il nostro ruolo dovrebbe essere quello di sostenere finanziariamente all’interno delle singole tematiche le aree che non ricevono sufficiente attenzione. Per affrontare questo genere di situazioni, spesso hanno senso programmi più ampi e completi per un periodo di tempo più lungo».

Cosa manca perché questo non avvenga? Nuove visioni o la volontà di persone molto facoltose di prendere pubbliche posizioni riguardo ai loro patrimoni?

«Oltre alla suddetta mancanza di volontà di cooperare, c’è anche una carenza di opportunità di cooperazione, il che ha molto a che fare con la trasparenza del settore. È difficile sapere chi fa cosa e dove. Il settore delle fondazioni svizzere da questo punto di vista è cambiato in positivo negli ultimi 15 anni. Le fondazioni hanno capito che non basta più fare un buon lavoro dietro le cortine chiuse. Le fondazioni non profit che vogliono essere socialmente rilevanti devono essere visibili, accessibili e comprensibili. Devono comunicare con gli attori sociali per essere compresi da questi ultimi. Allo stesso tempo, è importante mantenere e rafforzare le ottime condizioni quadro che le fondazioni filantropiche hanno in Svizzera. Solo in questo modo anche in futuro le fondazioni potranno continuare a lavorare in partnership con il mondo non profit a beneficio di tutti».

In che direzione si sta sviluppando l’impegno filantropico dei privati in Europa? La direzione è quella giusta?

«Noi di SwissFoundations osserviamo diverse tendenze. In Svizzera e in Europa, quasi la metà delle fondazioni sono state istituite negli ultimi trent’anni. Qui è in corso un cambio generazionale, che andrà anche di pari passo con una maggiore partecipazione e inclusione. La parola chiave diversità è arrivata nel settore delle fondazioni. Vedremo più donne, più rappresentanti della prossima generazione e un maggiore coinvolgimento dei beneficiari e dei partner del progetto. Ci sarà più misurabilità e sostenibilità nei finanziamenti privati, come ci fa desumere la richiesta sempre crescente di “effective and impact-driven giving”. La tendenza verso fondazioni che possano estinguersi raggiunti gli scopi previsti dal fondatore continuerà. Questo va di pari passo con l’obiettivo di non combattere i sintomi, ma di lottare per un cambiamento sistemico nelle aree tematiche scelte. Allo stesso tempo, il settore delle fondazioni europee e svizzere dovrà continuare ad affrontare le questioni di come legittimarsi. Questo è l’altro lato della medaglia, per così dire».

Di quali strategie ha bisogno il mondo della filantropia per avere più peso non solo nel campo sociale, ma anche in quello economico e politico, in Svizzera e in Europa?

«Il sistema delle fondazioni deve aprirsi! Deve avvicinarsi molto più attivamente al mondo degli affari e della politica. Finché rimaniamo nella nostra bolla e svalutiamo tutto ciò che è commerciale come non etico, un dialogo onesto e mirato sarà difficile. Questo atteggiamento difensivo nei confronti del business è ancora più sorprendente se si considera che la stragrande maggioranza delle fondazioni filantropiche sono nate come risultato del successo economico. Dobbiamo assolutamente dare un’occhiata più da vicino a questi temi e uscire da questo vicolo cieco».