Lei ha avuto una carriera di grande successo in diversi ambiti: dal 1998 al 2000 è stata amministratore delegato di Public Netbase, poi per nove anni è stata membro del parlamento provinciale austriaco e consigliere comunale a Vienna. Oggi lei è a capo di Ashoka Europe. Può dirci raccontarci qualche cosa di lei? Come ha scelto di passare dalla politica all’inovazione sociale?
«La vita è breve e ho capito molto presto che volevo contribuire in modo positivo allo sviluppo della società, sentivo dentro di me che la mia missione era quella di partecipare attivamente alla sfida di rendere il mondo un posto migliore. Sono entrata in politica molto giovane. Dopo aver deciso che non volevo occuparmi di politica per tutta la vita, ho avuto un momento di illuminazione improvvisa mentre ero a San Gallo per frequentare il master di Business Administration. Stavamo discutendo un caso aziendale di Harvard: un manager di successo, Thorkil Sonne, osservando alcune capacità straordinarie in suo figlio affetto di autismo, si è reso conto e ha fatto rilevare come la società consideri i deficit e non i punti di forza delle persone affette da autismo, motivo per cui l’80% dei soggetti autistici è disoccupato, nonostante costoro costituiscano l’1% della popolazione. Che spreco di potenziale, e che dramma per chi è direttamente colpito! Thorkil Sonne ha deciso di intervenire e di fondare l’organizzazione Specialisterne con l’obiettivo di integrare un milione di persone con autismo nel mondo del lavoro. Ne sono stata immediatamente affascinata.
Mi sono sempre interessata a temi quali l’innovazione, il dinamismo imprenditoriale, le iniziative pionieristiche a favore del miglioramento sociale. La somma di questi tre approcci è l’imprenditoria sociale, come ci insegna l’esempio di Specialisterne di Thorkil Sonne. La ricerca di nuove soluzioni alle nostre sfide ed il loro potenziale di transformare le nostre mentalità, i nostri comportamenti e le nostre regole, mi hanno convinto a passare dalla politica all’innovazione sociale».
Quando è stata istituita Ashoka?
«Ashoka è stata fondata nel 1980 negli Stati Uniti come organizzazione senza scopo di lucro. Nei primi decenni del nostro lavoro, l’obiettivo era quello di promuovere a livello globale l’idea che non ci sono solo formidabili imprenditori classici, ma anche personalità che risolvono i problemi sociali con un atteggiamento imprenditoriale. Da allora è stato fatto moltissimo! Oggi, quasi ogni università in Europa ha un centro di imprenditorialità sociale, i giovani hanno voglia lavorare in questo settore, e anche la filantropia ha reagito e sempre più sta promuovendo il lavoro degli imprenditori sociali e il loro impatto».
Ashoka era un sovrano della dinastia indiana Maurya. Regnò dal 268 al 232 a.C. ed è oggi considerato uno dei più grandi sovrani dell’antichità indiana e il primo sovrano a portare preoccupazioni etiche indiscusse nella politica. Perché la scelta di questo nome per la vostra organizzazione?
«Il fondatore di Ashoka, Bill Drayton era affascinato dalle qualità di “changemaker” di Ashoka. Il termine in sanscrito significa letteralmente “senza sofferenza”, e considerando che nel buddhismo ciò vuol dire “il superamento attivo della sofferenza”, sembrava che questo nome descrivesse molto bene il focus del nostro lavoro».
Quali sono gli obiettivi dell’organizzazione?
«L’obiettivo di Ashoka è quello di identificare e sostenere gli imprenditori sociali, i nostri “Ashoka Fellows”, per diffondere in tutto il mondo le loro soluzioni innovative ai principali problemi sociali. Ashoka è attiva in più di 90 paesi in tutto il mondo, solo in Europa siamo presenti in 25 paesi e sosteniamo quasi 4000 imprenditori sociali a livello globale, persone come Ursula Sladek, che dopo la tragedia di Černobyl, fondò il movimento “Genitori per un futuro senza nucleare” e fu ideatrice delle centrali elettriche di Schönau, basate sull’energia ecologica; Jimmy Wales, il fondatore di Wikipedia, o Frank Hoffmann, che forma le donne cieche alla diagnosi precoce del cancro al seno.
Ci concentriamo sul sostegno a quegli imprenditori sociali che lavorano a progetti che producono un impatto su larga scala, con effetti che vanno in profondità, alle radici del problema, e questa è anche la distinzione più importante dalla classica beneficenza che parte dai sintomi di un problema. Anche la carità è importante, ma se finanziamo solo le mense per i poveri, rimaniamo bloccati nel circolo della povertà, dei senzatetto, della dipendenza. Al contrario, l’obiettivo degli imprenditori sociali è quello di cambiare radicalmente la mentalità e la società. E ci riescono! Per esempio, più del 70% dei nostri imprenditori sociali hanno influenzato significativamente la legislazione per risolvere i problemi sociali».
Come funziona concretamente l’operatività con i filantropi?
«Considerati i progressi e il fatto che il settore dell’imprenditoria sociale è fiorente e in crescita, la nostra attenzione è quella di lavorare perchè la filantropia si concentri particolarmente su un approccio sistemico che sviluppi un impatto su larga scala.
C’è ancora molto da fare! Un rapporto che abbiamo recentemente pubblicato con McKinsey & Company, Skoll Foundation, Catalyst2030, mostra la strada da seguire: c’è bisogno di una nuova relazione tra coloro che “donano” e i beneficiari, nel nostro caso gli imprenditori sociali, occorre favorire la crescita di una fiducia reciproca, partenariati a lungo termine che diano potere e mettano entrambe le parti su un piano di parità. Come in molti altri settori della nostra società, abbiamo bisogno di passare da progetti a breve termine a una fiducia a lungo termine ed a una più stretta collaborazione».
Quali sono i progetti più importanti che state portando avanti in questo momento?
«Senza falsa modestia, ottenere la Fellowship di Ashoka è considerato un “gold standard” globale, nessun’altra organizzazione ha un processo di selezione così approfondito che mira a che solo le soluzioni più efficaci e migliori vengano supportate. Sulla base di questo processo di selezione stiamo costruendo partenariati con molte fondazioni filantropiche e mecenati, con i quali lavoriamo fra gli altri per ridefinire il concetto di successo. Ad oggi, il successo sociale è caratterizzato nell’accezione corrente da denaro, dai titoli, dal potere. Proponiamo una nuova definizione di successo: persona di successo è quella che ha contribuito in modo significativo a rendere il mondo un posto migliore per tutti noi. Questa definizione di che cosa è veramente il successo, ci tocca tutti, i nostri bambini e i giovani. In concreto significa anche rafforzare in tutti noi le capacità di risoluzione dei problemi e la cultura del “changemaking”, vale a dire essere attori di cambiamento, dovrebbe diventare la nuova normalità».
Con quanti imprenditori sociali e filantropi lavorate in Europa?
«Sosteniamo circa 700 imprenditori sociali solo in Europa con il nostro programma di borse di studio. Ma al centro di tutto questo c’è la nostra comunità, oltre 200 membri della rete di supporto Ashoka, individui che ci sostengono con più di 10.000 euro all’anno e le loro idee, i contatti e la passione; e poi centinaia di partner: senza di loro tutto ciò che facciamo non sarebbe possibile. Lavoriamo con grandi fondazioni, come la Fondation de France, ma anche con piccole fondazioni familiari, spesso senza nome. Cosa ci unisce? Il comune DNA “imprenditoriale”.
Qualche settimana fa Ashoka ha pubblicato con Mc Kinsey un rapporto oggetto di ampio apprezzamento. Quali sono i risultati più importanti che si evincono dalle vostre analisi?
«Con il nostro ultimo rapporto insieme a McKinsey & Company, Generation Pledge e altri partner, mostriamo il potere degli individui nel migliorare il mondo con le loro risorse. Abbiamo parlato con più di 50 Ultra High Net Worth Individuals (filantropi o individui con disponibilità superiori ai 30 milioni di dollari) e abbiamo chiesto loro come usano il loro capitale finanziario e sociale. Il rapporto dimostra chiaramente ciò che occorre: ci vuole coraggio, compresa l’auto-riflessione, ci vuole professionalità nell’approccio ed eccellenza nell’attuazione, poi possono accadere grandi miracoli (cfr. anche https://www.ashoka.org/en-us/influence-for-good)».
A suo parere che cosa deve fare un filantropo per diventare un innovatore sociale di successo?
«Dopo 40 anni di lavoro sulle sfide del mondo, abbiamo compreso che non abbiamo più tempo da perdere, ci vogliono soluzioni di ampio respiro che siano scalabili, che agiscano in profondità, che cambino radicalmente i modi di pensare. Tutto questo richiede agilità e flessibilità nel pensare e nell’agire e un grande impegno da parte di tutti. Dobbiamo dire addio a ciò a cui ci siamo affezionati, dobbiamo mettere un po’ da parte il nostro ego, dobbiamo investire in partner di cui ci fidiamo davvero e poi lasciarli fare quello che fanno. Le vecchie iniziative a progetto, a breve termine o “ben intenzionate ma mal fatte” non ci porteranno da nessuna parte».
Qual è la sua visione della filantropia nel futuro?
«So che possiamo risolvere le nostre sfide globali se lavoriamo tutti insieme e ci assicuriamo che filantropi e stakeholder della società civile contribuiscano e possano contribuire. Se invitiamo tutti a contribuire, ognuno nell’ambito delle sue competenze e dei suoi specifici interessi, ad essere attivi con lungimiranza alla soluzione dei problemi, se possiamo coltivare una mentalità del tipo “ognuno può essere attore di cambiamento”, allora il nostro mondo sarà ben posizionato per rispondere rapidamente alle nuove sfide. La filantropia del futuro ha un ruolo importante da giocare: essere un “changemaker” (un attore di cambiamento) è qualche cosa che può essere appreso e praticato da subito».