Chi è Angela Greco: due righe per descriversi?
«Determinata nel contribuire a rendere il mondo un posto migliore di come lo ha trovato. Appassionata, leale, generosa, precisa e con un grande intuito nell’identificare forme innovative di collaborazione».
Come e quando ha deciso che la filantropia poteva essere la professione della sua vita?
«Frequento il terzo settore dall’età di 11 anni: un percorso di crescita umana, intellettuale e sociale, che mi ha insegnato l’importanza del fare con e per gli altri. Il mio coinvolgimento nella filantropia è avvenuto in maniera spontanea: ho basi “classiche” con una solida formazione economica, sono curiosa e mi piace mantenermi aggiornata, ho una maniera di fare trasparente e diretta, doti comunicative, idealità e determinazione nel raggiungimento degli obiettivi. È un ambito professionale ottimale per la mia soggettività: la filantropia è mossa dal desiderio di creare sinergie capaci di agire in maniera positiva e duratura all’interno della società, promuovendo nel presente i valori universali e proiettandoli verso il futuro. Durante il mio dottorato di ricerca ho iniziato a lavorare come consulente per organizzazioni in Italia e all’estero, avendo quindi la possibilità di sperimentare e implementare i risultati più recenti del dibattito filantropico internazionale e della ricerca accademica».
Che studi ha fatto?
«Dopo il liceo classico, mi sono laureata in Economia presso l’Università Bocconi di Milano, con un semestre presso la UC Berkeley (USA), un Diploma in Economia Latinoamericana presso la United Nations Economic Commission for Latin America and Caribbean a Santiago (Cile), un Master in Sociologia e Scienza Politica presso la Facultad LatinoAmericana de Ciencias Sociales dell’UNESCO a Buenos Aires (Argentina). Ho conseguito un Dottorato di Ricerca in Sociologia Economica presso l’Università degli Studi di Brescia e la York University (Canada) e un MBA presso la Scuola di Direzione Aziendale in Bocconi».
Che difficoltà ci sono per le donne che decidano di intraprendere questo mestiere?
«È una professione che richiede grande coinvolgimento: è necessario mettersi in gioco in maniera leale e generosa. Sono caratteristiche che non mancano alle donne. Non riesco a identificare difficoltà specifiche, piuttosto una grande opportunità per fare la differenza attraverso la propria sensibilità, immaginazione ed empatia».
Lei ha vissuto a lungo in America Latina: chi sono i grandi filantropi dell’America Latina?
«Donne e uomini che hanno maturato un considerevole livello di consapevolezza. Provengono da diversi cammini di vita, ma guardano tutti a una società globale più inclusiva e sostenibile».
Che spazio c’è per le donne filantrope?
«Da sempre le donne hanno guidato e ispirato la filantropia, e in questi ultimi decenni i riflettori sono puntati anche su di loro. La società contemporanea, infatti, sta assistendo a un profondo cambiamento valoriale e di consapevolezza. E le donne filantrope stanno certamente guidando questa trasformazione».
Che spazio c’è per le professioniste di filantropia?
«Lo spazio a disposizione delle professioniste è sempre più vasto e le opportunità sono in costante crescita. Da una parte assistiamo a una professionalizzazione del terzo settore che per il proprio sviluppo trova nella filantropia un sostegno imprescindibile. D’altra parte anche il settore pubblico negli ultimi decenni ha iniziato ad affrontare le sfide socio-economiche in partnership con il settore privato (PPP). A fare la differenza sarà saper coniugare la consapevolezza e la visione filantropica con il project management».
Dopo l’America Latina, il Vaticano. Filantropia femminile in Vaticano una sfida?
«Il ruolo della donna non rappresenta più solo un punto importante nel dibattito, ma piuttosto un elemento portante della realtà, della prassi. Grazie a una consapevolezza diffusa ormai si assiste a una grande alleanza trasformatrice che sta aprendo percorsi importantissimi all’interno della società».
Di che cosa si occupava concretamente e per chi? Quali lezioni si porta a casa?
«Ho avuto la possibilità di dar vita all’ufficio di fundraising all’interno di un ateneo. È stata una occasione importante perché per la prima volta ho potuto occuparmi con un approccio non più consulenziale, bensì “hands-on”, delle pianificazioni strategiche e anche dell’operatività in un contesto in cui ho trovato un altissimo livello di fiducia e di collaborazione. Un ambiente molto stimolante, internazionale e da sempre impegnato nel dialogo interreligioso e nella contemporaneità: ho lavorato nel mercato filantropico europeo, americano (Stati Uniti e America Latina) e asiatico (in particolare Hong Kong). Quando si lavora per il Bene Comune, per un obiettivo che incarna valori universali, le sfide sono numerose ma è possibile raggiungere grandi risultati. Ho partecipato a progetti innovativi, per i quali ho dedicato una quantità enorme di energie perché implicavano importanti sfide, e le abbiamo affrontate con responsabilità, cura e gioia. È stata una esperienza intensa e che mi ha arricchita umanamente. Sono numerose le lezioni professionali che fanno ormai parte del mio bagaglio, soprattutto, grazie a chi ha guidato i significativi cambiamenti che lo sviluppo istituzionale implica per una organizzazione. I risultati sono sempre prodotto di un impegno individuale, all’interno di un gioco di squadra in cui la visione è condivisa e la vera leadership si basa sull’esempio personale e la capacità di motivare ciascuno a dare sempre il meglio di sé».
È più facile il fundraising per le cause religiose?
«La società odierna è secolarizzata ma sempre più persone sono alla ricerca di un senso meta-individuale. Le “cause religiose” parlano quindi al cuore degli individui e consentono di entrare in relazione con il loro intorno, realizzando ciò in cui si identificano. Indubbiamente le cause religiose legate alla Chiesa Cattolica fanno riferimento alla Dottrina Sociale della Chiesa che è un documento di grande ispirazione e a una figura carismatica, semplice e foriera di un genuino amore verso il prossimo: Papa Francesco».
Oggi è Responsabile filantropia del Conservatorio: qual è la sua visione, che cosa deve fare oggi una istituzione musicale oggi per lavorare con le donne mecenati?
«Sono orgogliosa di far parte di una realtà fortemente radicata nel contesto ticinese e svizzero e con un impatto planetario, vocata all’eccellenza musicale e capace di cogliere immediatamente le trasformazioni sociali e culturali. Una istituzione solida, posizionata tra i principali Conservatori internazionali, con una impressionante capacità filantropica. Il mio impegno è di contribuire al suo sviluppo istituzionale, creando opportunità per nuove partnership e per collaborazioni gratificanti, che consentano, a quanti lo desiderano, di fare la differenza nel panorama mondiale della musica e della cultura. Non da ultimo, il Conservatorio è inserito in un contesto estremamente stimolante: la storia e il presente della filantropia mondiale devono molto al modello svizzero! Sono privilegiata a muovermi per conto della mia istituzione così prestigiosa, all’interno di un contesto altamente professionalizzato e innovativo!
La collaborazione filantropica tra il Conservatorio della Svizzera italiana e le donne mecenati ha sicuramente una dimensione materiale (rendere possibili progetti che beneficiano i giovani musicisti e la collettività), ma non voglio trascurare la dimensione semantica e simbolica: le donne mecenati apportano anche una soggettività e una prospettiva che rispecchia il potenziale di trasformazione della musica e della cultura, che hanno la capacità di ispirare e di accelerare i processi di inclusione e di sostenibilità».
Da ultimo: che cosa si sente di consigliare alle giovani donne che vogliono intraprendere una carriera come la sua?
«Esiste un bisogno reale, direi loro di non esitare! Di formarsi seriamente, di mantenersi costantemente aggiornate e di impegnarsi per fare la differenza, con serietà e trasparenza».