Quali sono state le principali tappe del suo percorso professionale che l’hanno portata ad occuparsi sempre più di frequente di lotta alla mafia?

«Nei primi 12 anni della mia carriera professionale sono stata avvocato penalista in Italia, nei secondi 12 anni sono stata Procuratrice federale, a Berna e a Lugano, e attualmente sono avvocato specializzato in diritto penale finanziario presso lo Studio legale Gaggini & Partners di Lugano. Durante il mio percorso professionale all’interno del Ministero pubblico della Confederazione mi sono occupata di casi internazionali di riciclaggio di denaro, di corruzione e di organizzazione criminale. Ma la passione per lo studio del fenomeno mafioso è sempre esistita in me a prescindere dal lavoro che svolgevo».

Quali sono a suo giudizio gli elementi principali che caratterizzano oggi la presenza, anche in Svizzera, del crimine organizzato transnazionale, con particolare riferimento alle infiltrazioni mafiose?

«In generale, oggi la criminalità organizzata non si presenta più prevalentemente con azioni di fuoco e con i classici affari di droga e di armi, ma ha conquistato settori dell’economia legale in cui sono il fiuto per gli affari e l’immensa disponibilità di contanti a decretare gli operatori di mercato dominanti, dimostrando una grande capacità di inquinare l’economia e di infiltrare la pubblica amministrazione per intercettare le risorse pubbliche immesse nel ciclo produttivo (cito la relazione al Parlamento italiano della Direzione investigativa antimafia per il secondo semestre 2021).

In Svizzera da circa un ventennio le organizzazioni criminali sono presenti non soltanto più con veicoli societari e conti bancari usati per riciclare il denaro frutto delle attività criminali, ma con la loro presenza stabile e con le loro attività imprenditoriali. Settori come la ristorazione, l’edilizia, la cantieristica in senso lato, il trasporto privato, il commercio di autoveicoli, sono infiltrati dalle organizzazioni criminali, specie quelle di origine italiana, senza dimenticare l’aggiudicazione di commesse pubbliche».

Quali passi in avanti sia sul piano legislativo che su quello delle indagini andrebbero intrapresi per combattere il fenomeno mafioso?

«La mafia è un fenomeno particolarmente invasivo del tessuto economico e sociale anche quando non commette crimini violenti in quanto priva l’economia legale di risorse, falsa la concorrenza, affievolisce le prospettive di sviluppo del paese, diminuisce la produttività del lavoro. Inoltre, la mafia è più difficile da indagare perché caratterizzata da uno strutturato sistema di segretezza all’interno del gruppo (assoggettamento) e verso l’esterno (omertà) e dal regime di intimidazione utilizzato nei confronti delle vittime. In quanto particolarmente pericoloso, il fenomeno mafioso va combattuto con armi speciali. Sul piano legislativo, gli strumenti di monitoraggio delle attività mafiose, le misure investigative segrete (pedinamenti, intercettazioni telefoniche e ambientali, ingaggio di informatori e infiltrati) e le misure coercitive dovrebbero, a mio avviso, differenziarsi da quelle in uso per combattere la delinquenza comune ed essere centrate sui modelli comportamentali tipici dei mafiosi. Andrebbero ad esempio introdotte precise regole di sorveglianza dei meccanismi di accesso alle attività imprenditoriali ed economiche per impedire ai mafiosi di infiltrarle: si pensi alle regole di iscrizione delle imprese al registro di commercio e ai requisiti per la partecipazione alle gare per l’aggiudicazione di commesse pubbliche, che andrebbero riformate introducendo una sorta di “certificato antimafia”. Andrebbero a mio parere inoltre prese delle decisioni logistiche strutturali, quali il dislocamento nelle zone di confine dei magistrati e dei poliziotti federali – organi competenti secondo il codice di procedura penale per le indagini contro le organizzazioni criminali; andrebbe implementata una cooperazione strutturale della polizia giudiziaria federale con le polizie cantonali, le quali hanno il pregio di conoscere a fondo e capillarmente il territorio; andrebbe creata una banca dati nazionale alla quale la polizia possa attingere direttamente, senza dover fare ogni volta richiesta agli uffici che detengono le informazioni (dati anagrafici, societari, fiscali, fondiari, bancari, previdenziali, ecc.); andrebbe prevista la formazione specifica e continuativa degli organi addetti alla lotta alla mafia (in tale direzione, sarebbe proficuo l’impiego della polizia dei luoghi di origine delle organizzazioni criminali)».

Lei ha più volte sostenuto che l’approccio investigativo fa la differenza. Che cosa significa esattamente?

«Intendo dire che, a fronte dell’operatività in Svizzera di clan mafiosi quali quelli dei Ferrazzo, dei Libri-De Stefano-Tegano, dei Nesci, dei Mancuso, degli Schiavone (clan dei Casalesi), attestata nelle decisioni di estradizione verso l’Italia del nostro Ufficio federale di giustizia, le autorità di perseguimento penale svizzere dovrebbero avere un approccio focalizzato più sulle indagini nazionali e non solo sull’esecuzione delle rogatorie e sull’estradizione di mafiosi verso l’estero. Il paradigma andrebbe cambiato non solo nel senso che l’obiettivo deve diventare raccogliere le prove e far condannare i mafiosi in Svizzera (invece di limitarsi ad estradarli), ma anche nel senso di portare in Tribunale i presunti mafiosi anche quando non vi è la certezza che saranno condannati. La strategia dell’ultimo ex Procuratore generale della Confederazione di portare avanti le indagini “solo in presenza di fatti provati” non ha aiutato in questo senso. Credo che l’attuale Procuratore generale avrà un approccio più coraggioso considerato che si tratta dell’ex comandante di una polizia cantonale».

Che cosa sono le misure patrimoniali e perché possono rappresentare un’arma in più nella lotta alla mafia?

«Le misure patrimoniali sono i provvedimenti coercitivi con i quali il Pubblico ministero toglie ad una persona la disponibilità dei suoi beni (immobili, titoli, denaro e tutto ciò che ha un valore economico). Il provvedimento coercitivo patrimoniale per eccellenza è il sequestro, che priva provvisoriamente una persona del suo patrimonio e che prelude alla confisca, misura ablatoria definitiva. Il sequestro, secondo la legislazione attuale, può essere ordinato solo se vi sono sufficienti indizi della commissione di un reato. Per rendere più incisivo il contrasto alle organizzazioni criminali, il sequestro nelle indagini di mafia andrebbe applicato invece sul presupposto della pericolosità sociale del soggetto ricavabile dalle interessenze familiari, professionali, societarie con soggetti mafiosi (si pensi ai prestanome) e sulla sproporzione tra i redditi fiscalmente dichiarati e la disponibilità economica effettiva.

Sequestrare e confiscare è importante perché privare le organizzazioni criminali del loro denaro significa privarle di ossigeno e quindi della motivazione per continuare ad investire in un determinato territorio. Una delle ragioni per cui i mafiosi tendono ad emigrare è che le misure preventive e repressive antimafia dei loro Paesi di origine rendono difficile la gestione degli affari illeciti e quindi essi preferiscono installarsi in Paesi dove la legislazione antimafia è più soft.

Che valutazione si sente di avanzare riguardo alla specifica situazione in Ticino e quali interventi andrebbero promossi per arginare il dilagare della criminalità organizzata?

«Ritengo che il Ticino sia interessato più di altri Cantoni dal fenomeno dell’infiltrazione mafiosa, per ovvie ragioni geografiche e linguistiche. Di questa necessità il nostro Cantone potrebbe fare virtù e proporsi come modello per la Svizzera, ad esempio formando e specializzando la sua polizia e la sua magistratura a cercare le tracce degli affari mafiosi dietro indagini per reati all’apparenza commessi da delinquenti comuni. Esistono dei “reati spia” dell’attività mafiosa – quali i reati nelle commesse pubbliche, la corruzione, i reati fallimentari, i reati contro la legge sul lavoro nero – che possono nascondere l’agire mafioso e che, se indagati in un’ottica antimafia, possono dare la vera misura dell’infiltrazione delle organizzazioni criminali nel nostro territorio. Per fare questo, si dovrebbero conoscere bene il linguaggio e i modelli di comportamento dei mafiosi, le regole interne e i rituali delle associazioni mafiose. Il contributo delle polizie cantonali alla lotta alla mafia è essenziale se si pensa che, nell’ambito della strategia per il periodo 2020-2023, tra le misure adottate dal Dipartimento federale di giustizia e polizia per combattere la criminalità organizzata figura anche la creazione nel 2020 della piattaforma di cooperazione interdisciplinare Countering Organised Crime (COC), nata per facilitare la collaborazione tra autorità federali e cantonali in materia di analisi criminale, perseguimento penale e prevenzione. Ecco, mi piacerebbe che il Ticino diventasse il fiore all’occhiello del contrasto alla mafia in Svizzera».