Le Nazioni Unite sono state create nel 1945, con l’intento di impedire una terza guerra mondiale. Solo due anni dopo, il 29 novembre 1947 – fra le prime decisioni di grande rilevanza geopolitica – l’ONU adottò la risoluzione 181 che prevedeva la creazione di uno Stato arabo e uno Stato ebraico nei territori dell’ex Mandato britannico della Palestina. In 76 lunghi anni, non solo lo Stato arabo di Palestina non ha mai visto la luce, ma questi decenni sono stati segnati da interminabili e feroci conflitti armati, fino all’attacco terroristico di Hamas contro Israele due mesi fa, la strage degli innocenti nel Kibbutz di Kfar Aza e la terribile replica dell’esercito israeliano volta ad estirpare Hamas dalla striscia di Gaza.

Di fronte alla barbarie del primo e del secondo conflitto mondiale e al pericolo reale che l’arma atomica distruggesse il pianeta, l’obiettivo dichiarato delle Nazioni Unite era “Mai più”!  Sulla stregua del tentativo che aveva fatto in precedenza la Società delle Nazioni (SdN), sorta nel 1919 per cercare di impedire che all’ecatombe della Prima guerra mondiale (17 milioni di vittime) ne seguisse un’altra. Sappiamo che quel primo tentativo fu purtroppo un fallimento.

Un tentativo al quale anche la Svizzera aveva creduto profondamente. Benché non avessero pagato il drammatico tributo di sangue degli altri Paesi europei, gli Svizzeri non considerarono infatti la propria neutralità come un paravento per stare alla finestra: in votazione popolare, nel 1920 dissero un sì convinto alla SdN. Incoraggiati d’altronde ardentemente dal Consigliere federale Giuseppe Motta, capo del Dipartimento politico elvetico, che la Società delle Nazioni presiedette poi nel 1924-25.

In questo brutale inizio di XXI secolo, l’ONU – nata sulle ceneri della Società delle Nazioni per riscattarne il fallimento – sta purtroppo rischiando di replicare tragicamente il destino della SdN. Sembra indicarlo l’odierna spirale di nuovi conflitti armati, non solo in regioni lontane dall’Occidente ma alle stesse frontiere dell’Europa e in Medio Oriente, fra il Baltico, il Mar Nero e il Mediterraneo. Proprio là dove il disegno di futura rappacificazione era stato firmato – a Jalta, in Crimea, nel febbraio del 1945 – fra i leader delle potenze alleate contro il nazifascismo: Winston Churchill, Franklin Delano Roosevelt e Josip Stalin. A Jalta fu decisa infatti – oltre all’ultima offensiva congiunta per sconfiggere Hitler – la creazione delle Nazioni Unite fra i Paesi poi vincitori della Seconda guerra mondiale. E proprio la Crimea è oggi il fulcro strategico-militare della guerra di invasione della Russia contro l’Ucraina.

A guardare il susseguirsi dei tentativi falliti di costruire un nuovo ordine pacifico mondiale, non possiamo non constatare che i tempi della storia sono molto più lunghi di quanto tendiamo a immaginare.  È evidente che il mondo non ha ancora metabolizzato il crollo dei vecchi imperi (zarista, ottomano e austro-ungarico, ma anche cinese) che diede la stura ai nazionalismi totalitari del Novecento e che sta producendo violentemente, secondo nuovi parametri e dinamiche, un nuovo scontro fra l’Occidente, la Russia, l’”idra arabo-islamica” e la Cina. La nascita e lo sviluppo straordinario delle Nazioni Unite (nonché la creazione e lo sviluppo dell’Unione europea) dopo la fine della seconda guerra mondiale erano chiamate a costruire nuove basi concertate a livello internazionale che garantissero equilibri strategico-militari, uno sviluppo economico e finanziario, sicurezza alimentare e sanitaria, una politica culturale ed umanitaria (profughi), globali e condivisi.  Purtroppo, non possiamo non costatare che siamo di nuovo ai piedi della scala.

La ferita continuamente riaperta e a quanto pare non rimarginabile del conflitto fra Israele e Palestina è dolorosa ma ha anche un valore emblematico del vicolo cieco dal quale il mondo sembra incapace di uscire. Senza pace a Gerusalemme (dove coesistono le tre grandi religioni monoteiste) non vi è pace nel mondo, vien da dire. Anche perché Gerusalemme significa pure Yad Vashem, il memoriale della Shoa che denuncia in modo indelebile l’orrore dello sterminio degli ebrei – macchia che assilla la coscienza della Comunità internazionale – ma valorizza nel contempo i Giusti che a costo della propria vita si impegnarono per salvarli.

La Risoluzione 181 delle Nazioni Unite cercava in qualche modo di lavare quella macchia, proponendo la creazione di uno Stato di Israele e di uno Stato di Palestina con capitale Gerusalemme. Che sessantanove risoluzioni dell’ONU non siano riuscite a porre le basi di una pace duratura fra Israele e Palestinesi, è probabilmente il segno più eloquente che le ferite del Novecento sono più che mai aperte.

È come se lo slancio ideale delle Nazioni Unite – pur volute da Stati Uniti, Russia e Gran Bretagna a Jalta per dare stabilità e pace a un mondo devastato – non avesse intaccato la ruvida realtà degli interessi geopolitici di chi l’ha voluta. Appena liberato Auschwitz e sconfitto Hitler, l’Armata rossa di Stalin si preparò infatti a realizzare il progetto Mir (che significa pace ma di fatto era un nuovo impero mondiale sovietico, esattamente come la Pravda significava Verità ma di fatto era menzogna programmatica).

All’indomani della seconda guerra mondiale, le potenze vincitrici si buttarono in una nuova guerra, che venne chiamata fredda ma che fu un vero scontro armato (per fortuna non nucleare) attuato spesso per delega su scala mondiale: una lotta imperialista fra Occidente e URSS (ma anche la Cina comunista) per la spartizione del mondo. Uno scontro planetario fra l’URSS e suoi alleati da un lato e gli USA e alleati dall’altro, di cui la Palestina fu anch’essa inesorabilmente teatro e ostaggio. Gli schieramenti creatisi a livello internazionale nelle scorse settimane dopo l’attacco di Hamas e la replica di Israele, e la nuova Intifada mondiale ne sono un’evidente conferma.

Il crollo dell’impero sovietico avrebbe potuto permettere all’ONU e all’Unione europea di gettare le basi di un nuovo ordine mondiale, non imperialistico e concertato, nonché un organismo per la sicurezza in Europa fondato su basi ed equilibri strategici costruttivi che coinvolgessero la Russia. Gli Stati Uniti hanno preferito decidere, all’indomani del crollo della Russia sovietica e del Muro di Berlino, di spingere verso l’allargamento della NATO pianificando la riduzione della Russia a piccola potenza regionale. La risposta brutale di Vladimir Putin la conosciamo. Non è facile per un impero che fu potenza egemone a livello euroasiatico e mondiale, che ha pagato un enorme tributo di sangue per sconfiggere il nazifascismo, che ha sancito volontariamente la dissoluzione dell’URSS e che possiede giacimenti energetici enormi e il maggior numero di testate nucleari al mondo, accettare la legge dello storico nemico e l’indipendenza delle proprie repubbliche, per ridursi ad una insignificante steppa desolata.

I veti incrociati dei membri permanenti del Consiglio di sicurezza dell’ONU (a cominciare da Russia, USA e Cina) e i patetici appelli del Segretario generale di fronte alla recrudescenza di vecchi e nuovi conflitti armati (e dei demoni antisemiti), sono l’emblema dell’impotenza dell’Organizzazione delle Nazioni Unite di fronte all’insorgere di una nuova epoca imperiale. Che si annuncia gravida di nuovi pericoli.