https://ticinowelcome.ch/editoriali/editoriale-m-mantegazza/dialett-mario-mantegazza/Yor Milano, quale significato ha per lei l’uso del dialetto ticinese e come influisce sulla sua identità culturale?

«Permettetemi prima una confessione: da ragazzo, io il dialetto non lo parlavo proprio, mio padre era originario della Bassa Parmense, la patria di Don Camillo, mia mamma milanese di nascita, ma in Svizzera fin da bambina. Appena nato ebbe l’idea geniale di parlarmi in francese così diventai subito bilingue. Poi al ginnasio e liceo di Lugano imparai il tedesco e l’inglese. Ero pronto per una tournée con un validissimo complesso svizzero che mi avrebbe portato in giro per l’Europa. Tornato a casa dopo quattro anni di vagabondaggio, il mio primo contatto col dialetto lo ebbi negli studi della RSI, allora in pieno sviluppo. E quando iniziai la mia carriera di attore il poeta Sergio Maspoli, allora responsabile dello spettacolo, mi fece imitare un personaggio che noi liceali prendevamo in giro per la sua parlata:  ul Checa. Era il guardiano del Parco Ciani che parlava rigorosamente in dialetto luganese e che io imitavo alla perfezione. Maspoli scriveva degli sketch dove ul Checa faceva interviste improbabili con i personaggi di spicco di allora. Poi iniziarono le commedie di e con la regia di Vittorio Barino, alla televisione, tradotte da Martha Fraccaroli che ogni tanto mi rimproverava per l’accento italico dicendo: Ti ta sé mia bon a parlà dialett: davvero un bell’incoraggiamento!.

Perciò, da parte mia, niente sentimentalismi, niente pensieri nostalgici nel voler proteggere il nostro vernacolo, l’ho imparato adagio adagio come dovessi andare in Olanda a imparare l’olandese, cosa che mi è veramente successa.

A proposito, concedetemi questa parentesi, anzi, questa domanda:  quando e come un dialetto può diventare una lingua? Pensateci un attimo e formulate qualche ipotesi, ve lo spiego io:  un dialetto diventa una lingua quando chi lo parla ha un esercito. L’Olanda ne è il classico esempio, l’olandese è sotto tutti i punti di vista un dialetto germanico, il cosiddetto plattdeuch, ma siccome gli Olandesi hanno conquistato mezzo mondo, ecco che il dutch e diventato lingua!

Conversazione a ruota libera con Yor Milano, attore, conduttore televisivo e radiofonico, direttore artistico svizzero, nonché protagonista di commedie teatrali in italiano e in ticinese. E, soprattutto, infaticabile sostenitore e divulgatore dell’utilizzo della lingua dei ticinesiNoi non abbiamo velleità espansionistiche  e quindi il ticinese l’ho imparato un po’ per simpatia e poi, mano a mano, con entusiasmo. Certo, qui da noi il dialetto occupa ancora un posto importante,  prova ne è un’istituzione di cui siamo fieri, il Centro di dialettologia e di etnografia di Bellinzona.

Tornando alla domanda iniziale, col passare del tempo assimilai questa parlata e ora la adopero dove sento che sia gradita e devo dire che pochi sanno che l’ho imparata strada facendo. D’altra parte, dopo più di 150 commedie, la gente che incontro mi parla in dialetto in modo spontaneo. Oggi  mi rendo conto dell’importanza di questa lingua non per semplice nostalgia, visto che non era nel mio DNA, ma perché, misteriosamente, ormai me la sento dentro e ho le stesse sensazioni di una nostra scrittrice e poetessa, Elena Ghielmini, che a questo proposito parla di radici sotterranee profonde che si incontrano con le radici di altre terre, diventando un linguaggio unico. E allora mi viene spontaneo  raccomandare a tutti coloro che lo parlano di non mollare mai, anzi, cercare se è possibile fare nuovi adepti! Incontri mensili, forum ed altro. Accettiamo volentieri suggerimenti».

A suo giudizio, quanto il dialetto ticinese riflette e interpreta ancora oggi la storia e le tradizioni del Cantone?

«La nostra storia è intrisa di espressioni dialettali, anzi sarebbe bello raccontarla agli allievi di oggi utilizzando il dialetto, ne guadagnerebbe enormemente, non sarebbe mai noiosa, direi a volte addirittura travolgente. Non parliamo poi delle tradizioni che vanno a braccetto con il dialetto! Una cosa da fare, con la benedizione del Dipartimento della cultura del Cantone».

Conversazione a ruota libera con Yor Milano, attore, conduttore televisivo e radiofonico, direttore artistico svizzero, nonché protagonista di commedie teatrali in italiano e in ticinese. E, soprattutto, infaticabile sostenitore e divulgatore dell’utilizzo della lingua dei ticinesiIn che modo il suo lavoro di traduzione è stato influenzato dalla sua esperienza personale e dalla sua formazione artistica?

«È chiaro che col passare del tempo impari tantissimo e queste esperienze ti fanno subito capire certe situazioni ed riesci a trasmetterle, a tradurle e interpretare in modo corretto. Non metterei le mie esperienze e la mia carriera in relazione al dialetto, proprio perché è arrivato dopo. Però il doppiaggio di un film in dialetto è un’attività esaltante, devi trasmettere le emozioni del film in dialetto, con le espressioni appropriate, ed è questo che ti entusiasma; strada facendo poi risenti, correggi, arrivando all’apice  lentamente e quando il lavoro è terminato, provi una sensazione meravigliosa». 

Quali sono le difficoltà maggiori che si incontrano nel tradurre opere classiche o film in dialetto ticinese?

«Trovare le espressioni tipiche del dialetto che poi si adattino anche con il labiale del personaggio da doppiare. Devo dire che finora non ho mai avuto problemi, anzi, solo soddisfazioni. A proposito di quanto il dialetto  sia appropriato alla battuta originale anche dal punto di vista del labiale, ricordo una battuta che, nel film di John Ford  Sentieri Selvaggi,  John Wayne doveva dire  allo sceriffo: “smettila!”. Non ricordo cosa dicesse in inglese, ma in dialetto gli feci dire: Dagh’ an un tai!, e il labiale era perfetto. Non potete credere la gioia di vedere le labbra che sembrano proprio  pronunciare la parola in dialett. Quando proiettiamo quel film racconto questo episodio durante la presentazione al pubblico, così quando arriva a quella scena ride di più!.

Conversazione a ruota libera con Yor Milano, attore, conduttore televisivo e radiofonico, direttore artistico svizzero, nonché protagonista di commedie teatrali in italiano e in ticinese. E, soprattutto, infaticabile sostenitore e divulgatore dell’utilizzo della lingua dei ticinesiQuesta idea collettiva di doppiare i capolavori della cinematografia  in lombardo-ticinese è risultata vincente ed era nata dalla decisione RSI di non produrre più commedie in dialetto. Sono 5 ora i film doppiati: Se ta cati ta copi (Sentieri selvaggi), Düü testimoni scomodi (A qualcuno piace caldo), Scapa ti che scapi anca mi (Tre uomini in fuga), Spazzacamit (Die schwarzen Brüder), Ta me piaxet inscì (Pretty Woman)».

Quali sono le sue aspettative e le sue speranze riguardo al futuro del dialetto ticinese?

«Spero che il  Club Nüm ga tegnum al dial@ faccia breccia nei cuori dei ticinesi e dei grigionesi, in modo che si possa già programmare l’anno prossimo una nuova comedia prodotta dal Teatro Popolare della Svizzera Italiana  (TEPSI).

Ho escogitato un modo per invogliare la gente comune a diventare soci del Club chiedendo:

Ti ta ga tégnat al dialett?

Risposta: Si cert.

Ta pagaréssat 2 cafè al mees al dialett?

Risposta: Ma da sicür, anca 4.

Alora se ti ta ma pagat 2 caffè al mees al dialett  (= 60 franchi all’anno ndr) mi ta invidi a vidé la prossima comédia che o podüü méett in pé grazie ai to düü caffè.

Conversazione a ruota libera con Yor Milano, attore, conduttore televisivo e radiofonico, direttore artistico svizzero, nonché protagonista di commedie teatrali in italiano e in ticinese. E, soprattutto, infaticabile sostenitore e divulgatore dell’utilizzo della lingua dei ticinesiQuesta formula piace molto, ma naturalmente è prevista anche un’offerta libera da parte dei soci sostenitori. In ogni caso, la più grossa scommessa sono soprattutto i ticinesi sparsi per il mondo (Argentina, Paraguay, Uruguay, Costa Rica, California), sembra che siano più di un milione!».

In che modo la scuola può educare i giovani a conoscere,  utilizzare e apprezzare il dialetto ticinese?

«Allestendo lavori teatrali in dialetto. Noi ci abbiamo provato, con la scuola media di Massagno una decina d’anni fa, con un successo incredibile. Basterebbe che il Dipartimento della cultura obbligasse la scuola ad allestire una commedia all’anno in tutto il Cantone, una specie di saggio. Ho tentato di proporre l’idea al DECS ma mi hanno risposto che i programmi sono già stracarichi per cui è un progetto irrealizzabile!».

In conclusione, quali iniziative andrebbero promosse, anche a livello politico e istituzionale, per proteggere questo straordinario patrimonio?

«Prima di tutto, come ho già detto, il dialetto lo si dovrebbe insegnare a scuola, sotto forma di divertimento, così come l’ho imparato io. Ma a quanto pare, l’ambiente legato all’insegnamento non risponde né a livello politico che  scolastico. Per dare una certa continuità alla nostra iniziativa, vorrei riuscire tramite le adesioni al nostro neonato Club  Club Nüm ga tegnum al dial@ a ripristinare le commedie in dialetto che allestivamo per la televisione fino al 2015.

Abbiamo già una commedia pronta, il titolo è Ma lüü, al ga fa i corni ala mè dona?, un lavoro che promette risate a non finire. Inoltre, il prossimo film che vorremmo doppiare in dialetto è una commedia molto conosciuta, un classico del boulevard parigino: Le diner des cons che diventa Ul disnà di bamba.

L’unica cosa certa che mi consola è che grazie alla tecnologia oggi il nostro vernacolo è già immortale poiché dal nastro magnetico siamo passati al CD, poi al DVD, e ora c’è la chiavetta USB che può contenere addirittura diverse commedie. A questo punto tra 100, 1000 anni, perché no, si potranno rivedere le nostre commedie ed eventualmente, come è successo col latino, ricordare  e capire la nostra lingua lombardo ticinese che l’Unesco ha dichiarato  in pericolo di estinzione.

Per terminare, vorrei sottolineare una chicca: dial@ si legge dial et! Per dimostrare quanto il vernacolo sia una lingua viva!».

UL NÒST DIALETT