Dall’inizio del millennio si è andata affermando nell’opinione pubblica, e purtroppo anche in un numero crescente di istituzioni accademiche, un’ideologia identitaria che nel nome di un indiscriminato imperativo morale di non-discriminazione tende a sostituire il diritto dell’individuo con quello dell’appartenenza collettiva ad un gruppo etnico, religioso, sessuale o di genere. Attribuendo collettivamente la colpa delle discriminazioni sociali, razziali o sessiste non alla responsabilità personale ma al gruppo etnico o sessuale a cui un individuo appartiene, segnatamente al peccato d’origine dei maschi bianchi, l’ideologia cosiddetta Woke (ovvero “politicamente e socialmente vigilante”) propugna a partire da evidenze morali di oggi la messa all’indice e la cancellazione della memoria storico-artistico-culturale di epoche e personalità del passato e la negazione della libertà di parola (oltre a ricatti e pesanti ritorsioni e talvolta fino alla violenza fisica e a minacce di morte) per chi non sottoscrive il pensiero Woke o non approva la sua attuazione. Tutto ciò a spese di una società pluralistica, tollerante e del libero dibattito.
Ma il fatto di avere la pelle bianca ed essere nato in un dato paese o continente può razionalmente significare ipso facto che si è rei di discriminazione razziale o omofobia o islamofobìa? E proscrivere un colore della pelle e un gruppo sessuale come i maschi bianchi non rappresenta forse una forma di razzismo? La riduzione degli individui (e del valore fondamentale della responsabilità personale) al loro gruppo di appartenenza tradisce un’ideologia neo-tribale – premoderna e predemocratica – foriera di gravi conflitti, di una guerra fra clan. Per capire fin dove porta questa mentalità neo-tribale giova citare alcuni esempi illuminanti.
Al giuramento del Presidente USA Joe Biden, una giovane poetessa afroamericana, Amanda Gorman, aveva esortato gli Stati Uniti a lasciarsi dietro le spalle il razzismo per intraprendere uniti un cammino comune. Dopo le proteste di piazza del movimento Black lives matter e gli scontri a seguito dell’omicidio dell’afroamericano George Floyd da parte della polizia, con il suo testo poetico lanciava un appello ad uscire dal clima di guerra civile che attanaglia l’America. L’editore olandese Meulenhoff ha chiesto alla scrittrice Marieke Lucas Rijneveld di tradurre i versi di Amanda Gorman. Dopo una valanga di critiche isteriche da parte dell’attivista Janice Deul e del movimento Woke che deprecavano la scelta di una traduttrice “non nera” («Come può una bianca, troppo bianca, trasferire in un’altra lingua esperienze che non ha vissuto?»), l’editore e la poetessa olandese hanno ceduto rinunciando alla traduzione. Se si applicasse coerentemente la logica woke, un eterosessuale non potrebbe quindi tradurre Proust o Verlaine e un maschio non ebreo non potrebbe tradurre la testimonianza di Anna Frank.
Il caso rivela un estremismo biecamente irrazionale, ma ciò che lo rende grave è il fatto che la violenza delle critiche (amplificate dai social media e da una stampa in balía degli algoritmi e della caccia alle visualizzazioni) spinge oggi scrittori – e i loro editori – all’autocensura. Un’autocensura al servizio della grande omologazione che George Orwell aveva denunciato nella prefazione alla Fattoria degli animali. Il caso della scrittrice britannica J.K Rowling, autrice della serie di Harry Potter, solleva gravi interrogativi sui metodi usati per condannare chi non condivide il pensiero woke, segnatamente nel campo della sessualità. Ha dovuto subire da parte di attivisti LGTBQ accuse ingiustificate di trans-fobia, processi sommari e pesanti minacce anche su temi che dovrebbero essere considerati opinabili o sottoposti a libera discussione. Le sue colpe?
Aver affermato pubblicamente che «quando si tratta di determinare lo stato legale di genere, l’autodichiarazione dell’identità di genere è insufficiente»; aver citato le affermazioni della femminista radicale e lesbica Magdalen Berns che aveva osato dire a una donna transgender «tu non sei un uomo»; aver sostenuto il diritto per donne (biologicamente tali) di disporre di spazi dedicati solo a loro in centri di accoglienza per donne abusate o nelle prigioni. Oppure rispondere a chi ritiene il sesso solo una scelta e non una realtà che «se il sesso non è reale, allora non esiste neppure l’attrazione fra persone del medesimo sesso; se il sesso non è reale, allora si cancella la realtà vissuta globalmente dalle donne». «Dire queste cose non è odiare – afferma Rowling – è solo dire la verità».
In un documentato articolo apparso sul New York Times che analizza meticolosamente tutte le affermazioni di Rowling, Pamela Paul afferma, a difesa di Rowling (che ha ricevuto anche minacce di morte), che «nulla di quanto ha detto la scrittrice la qualifica come trans-fobica. Non nega né la disforia di genere (la sofferenza causata dal sentire la propria identità di genere diversa dal proprio sesso), né il diritto di esistere dei transgender, ad avere cure mediche specifiche e salari paritari. Dell’accusa rivoltale di “mettere in pericolo le persone transgender” non c’è riscontro alcuno». Un giudizio che conferma quello della giornalista E.J. Rosetta, che pur in passato l’aveva criticata: «Non ho trovato nessun messaggio trans-fobico in ciò che ha detto Rowling. State bruciando la strega sbagliata!».
Questa conclusione chiarisce bene una minaccia che va presa sul serio: l’avvento di una nuova inquisizione. Nessuno nega (neppure – e lo dice esplicitamente – J.K. Rowling) che le persone transgender siano ancora talvolta oggetto di scherno o di discriminazioni, che vanno combattute e abolite. Ma ciò non autorizza l’ostracismo e le minacce di morte nei confronti di chi dichiara di non condividere ad esempio l’opportunità di autorizzare dei minorenni a cambiare il proprio sesso con una semplice autodichiarazione di identità di genere. Un fatto accaduto all’Università di Ginevra lo scorso anno è preoccupante: attivisti LGTBQ mascherati hanno interrotto due conferenze dedicate a questo tema, giungendo a strappare il microfono ad una relatrice al grido di «una donna bianca non transgender non ha diritto di prendere la parola su una simile tematica». La libertà della ricerca accademica è minacciata da una censura violenta. Non solo negli Stati Uniti ma anche in Svizzera.
A conferma della gravità di queste derive per la società e per gli istituti universitari (che formano la futura classe dirigente), nel giugno del 2020 centosessanta accademici e scrittori hanno scritto una lettera-manifesto “Sulla giustizia e un dibattito aperto”. La lettera – sottoscritta da professori del MIT, Stanford, Harvard, Princeton, Yale e altri atenei prestigiosi come Francis Fukuyama o Noam Chomski, nonché da scrittori come Salman Rushdie e la stessa J.K. Rowling o attiviste femministe come Drucilla Cornell – è un appello alla mobilitazione in difesa della libertà di parola e di ricerca, i cui punti centrali giova riprodurre. «Le potenti proteste per la giustizia razziale e sociale stanno portando a richieste per una maggiore uguaglianza e inclusione nella nostra società. Ma hanno tuttavia intensificato una nuova serie di atteggiamenti che tendono a indebolire le nostre norme di dibattito aperto e la tolleranza favorendo il conformismo ideologico. Occorre opporsi al clima di intolleranza che si è instaurato ovunque. Il libero scambio di informazioni e idee, linfa vitale di una società liberale, diventa ogni giorno più ristretto. La censura si sta diffondendo anche più ampiamente nella nostra cultura: l’intolleranza verso i punti di vista opposti, la gogna pubblica, l’ostracismo e la tendenza a dissolvere questioni politiche complesse in certezze moralistiche accecanti. I leader istituzionali, in preda al panico stanno impartendo punizioni frettolose e sproporzionate invece di fare riforme ponderate. Gli editori vengono licenziati per aver autorizzato pezzi controversi; i libri vengono ritirati per presunta inautenticità; ai giornalisti è vietato scrivere su determinati argomenti; i professori vengono indagati per la citazione di opere letterarie in classe; un ricercatore può essere licenziato per aver diffuso uno studio accademico sottoposto a revisione paritaria. Il risultato è stato quello di restringere costantemente i confini di ciò che può essere detto senza la minaccia di rappresaglie. Rifiutiamo ogni falsa scelta tra giustizia e libertà, che non possono esistere l’una senza l’altra. Se non difendiamo ciò da cui dipende il nostro lavoro, non dovremmo aspettarci che lo Stato lo difenda per noi». Parole che suonano come un appello alla mobilitazione contro la minaccia di una tribalizzazione della società e l’avvento di una nuova inquisizione.