L’accelerazione del processo d’integrazione che porta alla nascita dell’Unione europea nel 1992 coincide con un’era segnata da quello che Francis Fukuyama chiamò “La Fine della storia”. Un’era ottimistica che – dopo la dissoluzione dell’Unione sovietica, la riunificazione tedesca e la fine della Guerra fredda – considerava raggiunto il traguardo di un progresso irreversibile dell’umanità in un mondo rappacificato.

I successi del processo di integrazione europea sono intimamente legati fin dall’inizio a un contesto politico ed economico mondiale particolarmente favorevole: quello della fine della guerra mondiale e dei cosiddetti Trent’anni gloriosi che hanno prodotto un benessere senza precedenti, ricchezza e il cosiddetto Welfare. Senza queste premesse favorevoli, senza questo sguardo ottimistico sul presente e sul futuro, difficilmente avrebbe potuto affermarsi il cosiddetto Metodo Monnet di integrazione europea, dal nome di uno dei padri più eminenti dell’Europa unita. Certo del fatto che il contesto e il tempo giocassero a favore della nuova costruzione, Jean Monnet aveva maturato la convinzione che l’obiettivo finale di una compiuta Unione fra tutti i Paesi che compongono geograficamente l’Europa era a portata di mano e raggiungibile un passo dopo l’altro in modo pragmatico facendo leva su interessi comuni, cominciando con l’Unione economica e la progressiva libera adesione di tutti gli Stati europei, compreso il Regno Unito. Monnet era consapevole che rispetto ai secoli precedenti il peso economico e politico dei Paesi europei si era ridotto considerevolmente nel confronto internazionale e che un’Unione fosse lo strumento che ne avrebbe rafforzato il peso. Grazie anche ad un’alleanza transatlantica con gli Stati Uniti. Era altresì convinto che all’Unione bisognasse arrivare gradualmente: «L’Europa non potrà farsi in una sola volta, né sarà costruita tutta insieme; essa sorgerà da realizzazioni concrete che creino anzitutto una solidarietà di fatto».

Sulla base del Metodo Monnet l’Unione europea è stata fatta ed è andata allargandosi progressivamente, per quasi quarant’anni dal momento della sua nascita nel 1992, integrando la grande maggioranza dei paesi geograficamente europei, creando la moneta unica europea e il mercato unico, attuando le quattro libertà (di circolazione delle persone, servizi, merci e capitali) e sopprimendo gli aiuti di Stato per favorire la libera concorrenza. L’impresa non è stata di poco conto. Ma in questi ultimi quarant’anni, mentre l’UE era tutta concentrata al proprio interno per consolidare la propria Unione, le circostanze geopolitiche esterne sono andate mutando in modo drastico, fino a configurare un quadro ed equilibri su scala mondiale radicalmente diversi rispetto a quelli ottimistici della “fine della storia” e di una globalizzazione che si annunciava felice. Oggi, in un travagliatissimo inizio del Ventunesimo secolo, l’Unione Europea (che Monnet sognava come “fermento di cambiamento del mondo”) si scopre invece incompiuta e in larga misura dipendente e al traino di un mondo in cui nuove potenze imperiali sono economicamente (ma anche militarmente) l’una contro l’altra armata, entro il quale essa deve assolutamente riuscire a difendere non solo i propri valori ma i propri interessi, quelli dei cittadini europei.

Nell’era del grande ritorno delle logiche contrapposte della geopolitica, l’UE si ritrova a constatare che le sue riserve di combustibile sono al limite; che lo spauracchio della penuria energetica è forte a causa di una dipendenza energetica dall’estero gigantesca e che non ha risorse proprie sufficienti per affrontare le conseguenze della svolta energetica sostenibile e della lotta contro i cambiamenti climatici di cui si è presentata con non poca enfasi come paladina e promotrice. Addirittura, per contenere l’esplosione del rincaro dell’elettricità oggi si vede costretta a rilanciare il più inquinante dei vettori energetici: il carbone.  La sua dipendenza dall’estero è enorme anche in altri settori strategici: a cominciare dalle materie prime necessarie alla svolta tecnologica, energetica e climatica, condizione sine qua non per rimanere ai vertici della competizione mondiale.

Nell’ultimo Rapporto triennale sulle materie prime strategiche, la Commissione europea rileva una carenza impressionante di quelle vitali per i processi di elettrificazione, i microchip, la tecnologia per produrre energie alternative. Il Rapporto è allarmante e annota che la predominanza di Cina e Russia per la produzione e trasformazione di questi minerali rende l’UE ostaggio delle pressioni di queste due temibili potenze imperiali. La prima ha ormai preso il controllo della catena di approvvigionamento su scala mondiale. E la seconda, collocata alle frontiere dell’Unione europea stessa, rappresenta una pericolosa forza destabilizzante su scala europea ed internazionale ed è in grado di ricattare l’UE stessa per le forniture energetiche.  Bruxelles sta correndo ai ripari, ma si è svegliata tardi: il ritardo accumulato – anche a causa di una visione autoreferenziale della politica internazionale – appare difficilmente recuperabile. Il mese scorso l’UE ha proclamato la necessità di inaugurare una fase di “autonomia strategica” e ha deciso di investire miliardi nella produzione autoctona di semiconduttori e altri elementi essenziali per l’economia digitale (in barba alla fin qui intoccabile dottrina della soppressione degli aiuti di Stato su scala interna e mondiale).

Ma come far fronte, altrimenti, al predominio smaccato di potenze economiche e politiche come la Cina che aggirano le norme dell’Organizzazione mondiale del commercio e sovvenzionano a suon di miliardi le proprie aziende? Vista l’insufficienza di energie alternative, recentemente la Commissione europea ha infranto un altro tabù: ha proposto di classificare gas naturale e energia nucleare come energie sostenibili, necessarie per una transizione ecologica che sarebbe irrealizzabile senza il loro contributo. È un brutale risveglio alla realtà dopo anni di politiche magari nobili ma velleitarie rispetto alla reale capacità di un’Unione troppo dipendente dall’estero per poterle attuare. Un risveglio che promette profonde divisioni fra i Paesi membri dell’UE che verso il nucleare hanno adottato nei passati decenni politiche diverse ma perfino all’interno delle stesse coalizioni di Governo di alcuni Stati membri, a cominciare da quella della Germania (in cui siedono Socialisti, Verdi e Liberali).

Aver perso il Paese atlantico per definizione in seno all’Unione, il Regno Unito, la riduce a potenza continentale europea alle prese, ai suoi confini, con una Russia neoimperiale, una Turchia neoottomana e un Mediterraneo che sono tutti forieri di minacce e/o di fortissima instabilità. È terra di conquista logistica ed economica da parte della Cina, che controlla le catene di approvvigionamento internazionali e ha preso possesso del porto ateniese del Pireo, vale a dire uno degli snodi principali dei trasporti marittimi… dell’Unione europea. Tutto questo senza disporre di una solida difesa comune, di una vera e funzionante politica migratoria comune e senza un’autonomia strategica in settori economici ed energetici chiave. E con delle strutture istituzionali comunitarie incompiute, senza una Costituzione europea e quindi con una legittimazione politica unitaria ancora fragile. Jean Monnet affermava che le crisi possono essere uno straordinario motore di cambiamento. Ma stavolta, per l’UE il contesto esterno è molto più difficile. E il tempo stringe.