Per quale motivo la Svizzera pensa di non poter più continuare a gestire le sue relazioni con l’Unione Europea solo attraverso trattati puntuali ma ritiene necessario negoziare con Bruxelles un accordo-quadro istituzionale?

«Innanzitutto bisogna sapere che gli accordi bilaterali funzionano bene. Se vogliamo un accordo istituzionale, è per dare loro una base stabile. Consentirebbe inoltre di avviare discussioni per nuovi accordi sull’accesso al mercato europeo. Tuttavia la Svizzera non è disposta a concludere a tutti i costi un accordo istituzionale. Ci sono ancora tre punti su cui attendiamo risposte dall’UE, vale a dire la direttiva sulla cittadinanza europea, la tutela dei salari svizzeri e gli aiuti di Stato. Per il Consiglio federale si tratta di salvaguardare gli interessi fondamentali del nostro Paese».

Le trattative sembrano essere a un punto morto. Viste le resistenze interne e la conseguente probabile bocciatura mediante votazione popolare di questo accordo, non sarebbe più saggio azzerare tutto e ricominciare da capo?

«La Svizzera e l’UE hanno avviato a gennaio nuovi negoziati tecnici. Sono andato a Bruxelles il 23 aprile per valutare con la signora Ursula von der Leyen i risultati da un punto di vista politico. Abbiamo dovuto purtroppo constatare che, per quanto riguarda i punti ancora aperti, permangono differenze fondamentali. Si sono svolte consultazioni con le Commissioni di politica estera e i Cantoni. Il Consiglio federale farà il punto e prenderà la sua decisione sulla base degli elementi emersi da queste consultazioni».

Dovessero le trattative in ogni caso fallire, quali rischi correrebbe il nostro Paese? Quali settori verrebbero presumibilmente più toccati?

«Il Consiglio federale è consapevole dei rischi e delle potenziali ripercussioni in caso di mancata conclusione dell’accordo istituzionale e si è preparato ai diversi scenari. Immagino comprenderà che non posso entrare nei dettagli, perché i lavori sono in corso e il Consiglio federale deve ancora decidere».

In caso di fallimento, esiste un cosiddetto “piano B” o si andrà avanti con lo status quo ratificato a più riprese dal popolo?

«È ancora prematuro parlare di un “piano B”, poiché il Consiglio federale non ha ancora stabilito la sua posizione. Gli accordi bilaterali hanno dimostrato il loro valore; apportano vantaggi sia alla Svizzera che all’UE. In un primo momento, rimarranno sicuramente la base delle nostre relazioni».

Il Consiglio federale e lei come ministro dell’economia potevate fare di più e meglio durante la pandemia? Cosa correggerebbe o non rifarebbe?

«Ogni crisi infligge lezioni dolorose. Altrimenti non sarebbe una crisi. Impareremo da quanto è successo in modo da poter rispondere meglio a questo tipo di situazione in futuro. Una brutta sorpresa, ad esempio, è stata la mancanza di riserve di etanolo. Per ovviare a questo problema prevediamo di reintrodurre un sistema di scorte obbligatorie. Dobbiamo anche rafforzare la resilienza della nostra offerta economica, ma questo non significa aumentare l’autarchia. Sarebbe illusorio. È diversificando ulteriormente le nostre fonti di importazione che possiamo migliorare il sistema».

Esperti e analisti prevedono che durante la seconda metà dell’anno l’economia elvetica tornerà a livelli pre-Covid, superandoli. È una previsione realistica? Non corriamo il rischio di assistere, una volta finiti gli aiuti, a un’ondata di fallimenti e a una conseguente crescita della disoccupazione e della crisi?

«Rimango ottimista. La ripresa che abbiamo vissuto quando le misure Covid sono state revocate per la prima volta nell’estate del 2020 è stata piuttosto incoraggiante. I prerequisiti ora sono quasi identici. Le misure che abbiamo adottato hanno contribuito a limitare l’impatto della crisi sul mercato del lavoro e sul potere d’acquisto. Dovremmo quindi osservare un recupero dei consumi. Anche i dati bancari a nostra disposizione dalla riapertura dei punti vendita all’inizio di marzo danno indicazioni in questa direzione. Se le aperture continuano come previsto, dovremmo assistere a una rapida ripresa. Certo, i fallimenti potrebbero aumentare, ma non mi aspetto una grande ondata di chiusure e licenziamenti, anche se alcuni si troveranno senza dubbio in difficoltà. Va inoltre ricordato che, negli ultimi 12 mesi, abbiamo registrato un numero significativamente inferiore di interruzioni dell’attività rispetto al solito. In ogni caso, la situazione generale continuerà a dipendere dall’evoluzione della pandemia e dalle misure che richiede».

In ogni caso, che lezione possiamo trarre da questo anno e mezzo di pandemia?

«Ho accennato prima alla questione della resilienza dell’approvvigionamento. Dalla crisi finanziaria del 2008 sappiamo che il lavoro ad orario ridotto è uno strumento estremamente utile in caso di brusco crollo dell’attività economica. Durante la pandemia la compensazione per la riduzione dell’orario di lavoro ha svolto un ruolo ancora più importante. Credo che abbiamo preso la decisione giusta rafforzando ulteriormente questo strumento. Questa crisi ci ha anche mostrato l’importanza della digitalizzazione della pubblica amministrazione. Ottenere un prestito Covid in pochi giorni tramite easyygov.swiss è stato possibile perché negli ultimi anni abbiamo investito su questa piattaforma. L’economia ha scoperto le possibilità di gestione tramite telelavoro, ma questa crisi ha anche messo in luce le attività che non potevano essere automatizzate o ridotte al mondo virtuale: i servizi sanitari, la fornitura di prodotti alimentari o anche la distribuzione delle merci».

Quali riforme auspicherebbe, o le sembrano le più urgenti, per l’economia svizzera?

«Ne vedo tre. Innanzitutto l’eliminazione delle tariffe doganali sui prodotti industriali, attualmente in discussione in Parlamento. Questa riforma porterebbe a una riduzione diretta di circa 860 milioni di franchi per imprese e consumatori. Poi l’abolizione dell’imposta di bollo sull’emissione, ciò che contribuirebbe a mitigare le conseguenze economiche della pandemia COVID-19 facilitando la ricapitalizzazione delle imprese in difficoltà. Infine nel 2020 il Consiglio federale ha aggiornato la strategia “Svizzera digitale”. Il piano d’azione corrispondente contiene più di 150 misure da attuare. Questa strategia mira, tra le altre cose, a rimuovere le barriere ai modelli di business digitali, migliorare l’infrastruttura digitale e promuovere l’e-government. Tutto ciò contribuirà a rendere il nostro Paese più competitivo».

La pandemia ha mostrato anche i rischi che un’economia corre quando le filiere produttive sono molto lunghe perché delocalizzate. Lei crede davvero che alcune attività che sono state spostate all’estero e in altri continenti col tempo ritorneranno in patria, o per lo meno si avvicineranno, oppure la globalizzazione continuerà a questi ritmi e, soprattutto, in questa forma?

«Come ho detto, si sono verificati alcuni problemi nel nostro approvigionamento, ma malgrado ciò le forniture nel loro complesso sono state assicurate. Grazie ai nostri contatti in tutto il mondo siamo stati in grado di intervenire rapidamente e, ove necessario, rettificare la situazione. Tuttavia è difficile dare una risposta generale alla sua domanda. Ogni azienda si trova in una situazione diversa, a seconda del prodotto, del settore, dei fornitori e dei clienti. Prendiamo ad esempio un vaccino RNAm. È composto da oltre 100 principi attivi. Con prodotti così complessi, è normale che le catene di approvvigionamento siano lunghe. E la Svizzera è anche uno dei maggiori beneficiari di queste catene internazionali di valore. Dopo tutto la nostra economia si è specializzata in prodotti complessi o fasi di produzione in molte aree, il che ci dà un posto rilevante nell’economia globale. Ogni azienda deve valutare i propri rischi e adottare le misure necessarie. È possibile accorciare le catene di approvvigionamento o ravvicinare alcune fasi di produzione ma, come ho detto prima, potrebbe avere più senso diversificare di più (ad esempio geograficamente), in modo che in caso di crisi le opzioni disponibili siano più ampie. Negli ultimi anni la globalizzazione ha subito un rallentamento. Ci sono anche più controversie commerciali, soprattutto tra Stati Uniti e Cina. Non è ancora chiaro se il movimento continuerà e, in tal caso, in quale direzione e a quale ritmo. Speriamo di sì, perché il nostro Paese è fortemente radicato nell’economia internazionale e abbiamo beneficiato molto della crescita del commercio».

Per aiutare gli Stati a risollevarsi dalla crisi pandemica, il Fondo monetario internazionale recentemente ha proposto “un contributo temporaneo alla ripresa, da riscuotere sui redditi o sui patrimoni elevati”. È auspicabile oppure no?

«Il FMI ha avanzato queste proposte per i Paesi che affrontano grandi difficoltà finanziarie a causa della pandemia. La Svizzera ha già aliquote fiscali progressive e ha una distribuzione del reddito abbastanza ragionevole rispetto ad altre nazioni. Inoltre, a causa della sua gestione di bilancio piuttosto prudente a medio termine non è costretta a generare a breve termine nuove entrate fiscali. Non c’è quindi motivo per la Svizzera di seguire il FMI su questa strada».

E dell’idea di un’aliquota fiscale minima per le aziende, recentemente ritornata in auge all’interno dell’Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo economico (OCSE) e del G20 che ne pensa?

«La Svizzera è attivamente impegnata in questa discussione. Ma vogliamo anche che rimanga possibile una sana concorrenza fiscale tra i centri economici. Questo è un incentivo a mantenere le tasse ragionevoli e quindi a promuovere l’attività economica. Ma nulla è stato ancora deciso e molte domande sono ancora aperte».

A Sud delle Alpi durante la pandemia sono aumentati sia la disoccupazione che i frontalieri. Non lo reputa un preoccupante paradosso?

«Nel secondo trimestre del 2020, l’occupazione dei lavoratori frontalieri è diminuita di 1.200 posti di lavoro, pari all’1,7%. Senza la disoccupazione parziale, che va a vantaggio anche dei frontalieri, il calo sarebbe stato senza dubbio ancora maggiore. Ma vorrei qui sottolineare che durante la tregua dell’estate scorsa la situazione è migliorata e nell’ultimo trimestre del 2020 il numero dei lavoratori frontalieri, adeguato alle variazioni stagionali, è stato addirittura leggermente superiore al livello precedente la crisi. La disoccupazione nel cantone è passata dal 3% nel febbraio 2020 al 4,1% nel maggio 2020. Si tratta di un aumento simile a quello registrato nel resto del Paese. Ma da allora la disoccupazione è diminuita in modo più marcato in Ticino che in Svizzera nel suo complesso. Nell’aprile 2021 il tasso di disoccupazione era del 3,2% in Ticino, quindi allo stesso livello di quello della Svizzera. Ma soprattutto, era solo dello 0,3% in più rispetto a prima della crisi, mentre nel resto del paese era dello 0,9% in più rispetto a prima della pandemia. In altre parole, il Ticino si sta riprendendo meglio e più velocemente degli altri cantoni».

I sindacati puntano il dito contro i datori di lavoro, l’economia contro le condizioni quadro e la mancanza di manodopera qualificata, la popolazione contro la libera circolazione delle persone. Lei come ministro dell’economia dove ritiene che stia la verità, ammesso che ce ne sia una?

«Una crisi ha sempre un effetto esacerbante. Tutti stanno attraversando un periodo estremamente teso, ma incolpare l’un l’altro non ci permette di superare la crisi. Le sfide sono sempre le stesse. Come già accennato, la nostra prosperità dipende dal commercio internazionale. La Svizzera deve difendere e migliorare le sue condizioni quadro in termini di concorrenza e accesso al mercato. Implica anche un mercato del lavoro aperto e liberale, pur preservando il livello dei salari. È così che il nostro Paese può attrarre imprese, posti di lavoro e garantire un finanziamento sostenibile della spesa pubblica. Affinché i nostri concittadini trovino il loro posto in questo mercato del lavoro la Confederazione e i Cantoni stanno compiendo sforzi significativi nel campo della formazione, che deve adattarsi a condizioni in continua evoluzione e consentire la presenza della forza lavoro specializzata di cui la nostra economia ha bisogno. Ovviamente anche la formazione continua gioca un ruolo importante nel garantire la competitività della forza lavoro locale».

Esiste, in questo senso, un “caso Ticino”? E, se esiste, come risolverlo?

«I lavoratori frontalieri svolgono un ruolo molto importante nell’economia ticinese. I lavoratori locali e frontalieri possono conoscere situazioni molto diverse, con gli uni a volte più gravemente colpiti dal degrado del lavoro rispetto agli altri. Molto dipende dai rami colpiti dalla crisi. Sulla base dei dati di cui dispone la SECO, non possiamo dire molto sugli effetti regionali della pandemia e sul ruolo dei frontalieri. Ma quello che è chiaro è che per quanto riguarda l’evoluzione della disoccupazione durante la pandemia, il Ticino non è certo un caso eccezionale. Anzi, come ho appena detto sta anche andando un po’ meglio del resto della Svizzera».

Lei e Simonetta Sommaruga avete assunto la presidenza della Confederazione in un periodo molto particolare. Come lo sta vivendo?

«È vero che questa situazione è del tutto eccezionale. In questo tipo di situazione il presidente ha un ruolo importante da svolgere: da un lato deve ascoltare, rassicurare la popolazione e dare una prospettiva senza cadere nell’ottimismo gratuito; d’altra deve canalizzare dibattiti interni a volte molto accesi e facilitare le soluzioni. La difficoltà è che, malgrado questa crisi sia soprattutto sanitaria, il mio dipartimento è in prima linea e deve sostenere aziende e lavoratori per preservare le basi del nostro benessere, ciò che richiede molto impegno. La pandemia non ha portato che un solo sollievo al mio lavoro: i tanti contatti che normalmente il presidente ha con l’estero si sono ridotti alle videoconferenze…Ma questa limitazione ovviamente un po’ mi dispiace».

Lei a inizio anno aveva affermato che un presidente deve sforzarsi di mantenere la coesione del Paese. Eppure forse mai come in questo periodo la Svizzera sembra essere divisa, non solo sull’Europa e sulle misure antiCovid: le divisioni tra classi sociali e la forchetta tra poveri e ricchi si ampliano, il fossato tra città e campagna e tra le regioni linguistiche pure… C’è chi ha addirittura previsto una frattura irreversibile a medio termine. Senza arrivare a tanto, è preoccupato?

«Quello che lei evoca lo vivo adesso durante questa campagna di votazione. Sono coinvolto nelle due iniziative agricole, “Per l’acqua potabile pulita” e “Per una Svizzera senza pesticidi sintetici”. Discutere con impegno fa parte del gioco, ma quando i sostenitori di una posizione danno fuoco a rimorchi recanti striscioni a sostegno dell’altra, è molto grave e assolutamente inaccettabile. Le minacce di morte fatte all’avversario lo sono ancora di più. È vero che si osservano molte fratture, molte divisioni, che comunque esistevano da molto tempo, e che la pandemia le ha ulteriormente aggravate. La novità è la virulenza del confronto. I social media hanno sicuramente qualcosa a che fare con questo, anche se non possiamo incolparli. Noto che sempre più persone sembrano trarre dalle proprie convinzioni un diritto di censura dell’avversario che può arrivare fino alla violenza, e questo è inaccettabile. La democrazia non è solo una questione di maggioranze, ma anche una questione di rispetto. Rispetto degli avversari, rispetto delle minoranze e rispetto del diritto».

“Un presidente deve spiegare alla popolazione la portata e il motivo delle misure”: l’ha detto lei in un’intervista parlando della pandemia. So che è difficile fare previsioni, ma quando pensa che potremo tornare, se mai torneremo, alla normalità?

«La buona notizia è che la campagna di vaccinazione sta progredendo a buon ritmo. Il 12 maggio il Consiglio federale ha posto in consultazione tutta una serie di misure di apertura supplementari. Siamo quindi sulla strada giusta. Ciò che complica ogni previsione è la comparsa delle mutazioni del virus. Finora i vaccini RNA che abbiamo a disposizione sembrano fornire una protezione abbastanza buona nonostante queste nuove varianti, ma questo ci costringe ugualmente a rimanere piuttosto cauti».

In tutta sincerità, cosa dobbiamo aspettarci nei prossimi mesi e nel 2022?

«Se prendo l’estate del 2020 come punto di riferimento, dovremmo avere una tregua nei prossimi mesi estivi, accompagnata da una ripresa economica. Ma ciò che è importante è che questa tregua continui oltre l’estate. Per questo dobbiamo continuare a praticare gesti di barriera e soprattutto dobbiamo andare a vaccinarci il prima possibile, ove possibile!».

Un presidente deve saper spiegare, certo, ma anche rincuorare, incoraggiare, motivare. In questo senso, e per concludere, vuole dire qualcosa ai suoi concittadini?

«Penso che sia già stato detto molto. Sono persuaso che siamo sulla strada giusta per uscire dall’emergenza. Fiducia e perseveranza sono forse le classiche e un po’ scontate parole d’ordine, ma credo che non siano mai state così importanti come adesso».