Partiamo dalla sua più recente realizzazione editoriale, il volume Il Sacro del Ticino, edito da Skira. Come nasce l’idea di questo libro?
«Ho compiuto un lungo e affascinante viaggio nei principali luoghi del Ticino in cui le vestigia del Sacro offrono la testimonianza della solida quanto avvincente ricchezza spirituale e artistica di cui il Paese dispone. Con lo storico dell’Arte Stefano Zuffi ho seguito una serie di itinerari da Nord a Sud e da Est a Ovest, che tradotti in pagine offrono questa “guida” illustrativa di arte e storia dei nostri beni culturali più elevati, per ricordare o fare scoprire quanto pregevoli siano molti nostri edifici e i loro contenuti, dalle pale d’altare agli affreschi, dalle pietre scolpite dai primi lapicidi fino alle ultime edificazioni del Sacro. Non si ricorda mai abbastanza che da queste terre sono partite colonie di costruttori, scalpellini, decoratori, elevatori di pietre: i Magistri Comacini, per lo più del Lago Ceresio. E grandi architetti, dal Maderno al Borromini, dal Fontana al Sardi. Tutti nati sulle rive del Ceresio, come Antonio Contin che ha fatto uno dei ponti più celebri del mondo, il Ponte dei sospiri a Venezia e suo zio Antonio da Ponte il Ponte di Rialto».
In una storia così importante come quella del dipanarsi dell’arte sacra in Ticino è difficile enucleare i momenti più significativi. Tuttavia le chiedo, quali sono gli episodi e gli edifici che meritano in particolar modo di essere segnalati?
«Dall’epoca paleocristiana del Battistero di Riva San Vitale fino alle recenti chiese costruite da Mario Botta e da Giampiero Camponovo, si dipana una storia millenaria, contrassegnata da momenti e monumenti di grande bellezza e di profondo significato nella vicenda spirituale e umana di queste terre. È stato sorprendente per alcuni amici stranieri scoprire nuovissimi gioielli architettonici sul Monte Tamaro o in una valle, a Mogno, o lungo la strada di Breganzona, dove la Chiesa della Trasfigurazione porta l’eco del Borromini che chiude a semicerchio una tradizione che evoca i costruttori del sacro che da questa terra sono andati nel cuore della cristianità, a Roma, e a Nord come a Sud, e da Venezia a San Pietroburgo, lasciando un’impronta magistrale. Giova sempre ricordare che a Carlo Maderno come al Borromini sono legati gli edifici più celebri della Roma papale. Il Ticino offre a ventaglio un sorprendente panorama pittorico paragonabile alla musica da camera, offrendo talvolta maestose pagine sinfoniche, come nella ampie Crocifissioni o nei Cenacoli di cui è ricco, da Ponte Capriasca a Santa Maria degli Angioli a Lugano. Ogni luogo, da Giornico a Riva San Vitale, da Palagnedra a Tesserete, ha un suo “sacro” elevato.
Esiste un’opera d’arte ticinese nei confronti della quale oltre all’ammirazione nutre un personale sentimento d’affetto?
«Il meraviglioso affresco del Cenacolo, nella chiesa di Sant’Ambrogio a Ponte Capriasca. Il fascino, anche misterico, sempre suggerito da questo soggetto, è dato dalla sua bellezza ma anche dalle suggestioni che sprigiona pensando al transito di gruppi di artisti che facevano il percorso alto, lontano dai fiumi, per raggiungere il Locarnese e il Ticino a Nord. È suggestivo credere che, carte alla mano, si siano trattenuti qui collaboratori o un allievo di Leonardo. L’opera non è ancora attribuibile con certezza. Viene considerata la più significativa tra tutte le derivazioni dall’originale. Penso così anche al Cenacolo del Luini in Santa Maria degli Angioli, che quando ci fu l’incendio contribuii a preservare, invitando i pompieri a non bersagliarlo con i getti d’ acqua ma a spararli sopra così che l’acqua vi calasse sopra. Ero nella Protezione federale dei beni Culturali».
Leggendo questo libro colpisce non solo la qualità, ma anche il numero dei manufatti e delle opere presentate. In che modo questo ingente patrimonio artistico dovrebbe entrare a far parte della proposta turistica che il Ticino presenta ai suoi visitatori?
«La realizzazione di una “guida” dedicata al “Sacro”, organizzata sotto forma di pratici itinerari, vuole essere prima di tutto uno strumento dedicato ai Ticinesi, per suggerire mete e vie vicine a casa ma spesso sottovalutate o addirittura dimenticate. Occorre offrire utili indicazioni per i turisti (soprattutto svizzeri e italiani) che vogliano conoscere in modo nuovo e agevole le principali gemme architettoniche e pittoriche del Cantone. Questo libro è stato infatti concepito nello spirito di offrire uno stimolo alla conoscenza del territorio da parte di chi vi abita e nello stesso tempo è un invito alla gita o al viaggio per persone che vivono altrove. Accanto alle sue celebri bellezze naturali e alle località più note, infatti, il Ticino può e deve proporsi come meta accattivante e soprattutto arricchente per un turismo culturale attento, non casuale. Il Sacro dell’Arte, di cui questa terra è così ricca, è forse il veicolo più adatto e più potente per farlo».
La sua esperienza professionale presso la Radiotelevisione svizzera è stata tutta un susseguirsi di iniziative e programmi per la valorizzazione del patrimonio artistico e culturale del Cantone. Possiamo ricordare quelli a cui si sente particolarmente legato?
«Con lo storico dell’Arte Stefano Zuffi per molti anni abbiamo curato la trasmissione “Riguardiamoli”, oltre trecento puntate, con le quali abbiamo raccontato, fra storia e aneddoti, descrizioni e confronti, opere e maestri con illustrazioni lasciate alla suggestione delle parole, quindi delle immagini evocate. Il pubblico le ha seguite con fedeltà e interesse. E sono quasi tutte riascoltabili sul Podcast della RSI, Rete due».
Dal suo osservatorio privilegiato lei ha accompagnato le trasformazioni non solo del mezzo radiotelevisivo ma dell’intera società ticinese. Come è cambiato negli ultimi quarant’anni il Ticino?
«Da un Ticino paesaggisticamente straordinario, dall’eleganza raccolta dei suoi centri, in particolare Lugano, siamo passati a un Ticino più internazionalizzato e, come tutti i paesi, percorso da tanti movimenti nuovi che hanno sprovincializzato l’angolo quieto a Sud delle Alpi. Una volta grandi firme passeggiavo sulle rive dei laghi, grandi nomi abitavano a Lugano, a Locarno e ad Ascona. Gli scrittori percorrevano il Lungolago luganese in silenzioso anonimato. Penso a Hermann Hesse, ma anche alle figure più discoste ancora, come Anthony Burgess o Borges. Quando Hesse e Thomas Mann scendevano talvolta in Piazza Riforma nessuno se ne accorgeva. Su quel lungolago dove vagarono Giacomo Casanova o Arthur Rimbaud e Pasternack in attesa di Feltrinelli. E spiace sapere che von Karajan avrebbe voluto abitare qui, come fece Arturo Benedetti Michelangeli. Oggi mancano le grandi orme sul nostro “piccolo suolo”. E’ pregevole però quello che si fa in campo accademico nell’ambito delle scienze. In una città così bella, che è ormai cresciuta, nonostante alcune perdite come le mostre da oltre centomila visitatori, occorrerebbe qualche evento originale di richiamo internazionale. Soltanto Locarno ne ha uno. Però il LAC porta grandi orchestre e grandi musicisti. Lugano è come una donna bellissima che però rincasa presto».
Torniamo al suo libro. Che cosa consiglierebbe ad un visitatore, magari giovane e ancora inesperto, di andare a scoprire o approfondire?
«Il Ticino offre a ventaglio un sorprendente panorama pittorico paragonabile alla musica da camera, offrendo talvolta maestose pagine sinfoniche, come nella ampie Crocifissioni o nei Cenacoli di cui è ricco. Ogni luogo, da Giornico a Riva San Vitale, da Palagnedra a Tesserete, ha un suo “sacro” elevato. Occorre offrire utili indicazioni per i turisti (soprattutto svizzeri e italiani) che vogliano conoscere in modo nuovo e agevole le principali gemme architettoniche e pittoriche del Cantone. Suggerirei tutto il percorso dei Maestri Seregnesi, che nel Locarnese, ad esempio, hanno reso certe chiese simili a quelle stupefacenti di Francia, Umbria e Toscana prerinascimentali».
Da ultimo, abbandonando per un momento la grande storia dell’arte del passato che lei ci racconta, esistono degli edifici e delle architettura contemporanee capaci di interpretare al meglio quel senso del sacro che ha accompagnato nell’arco di una vita tutto il suo lavori di studioso?
«Non tutta l’arte architettonica contemporanea trova ampi consensi. Come avvenuto per tante opere del passato, oggi ammirevoli poiché specchi e testimonianze di epoche. Penso che Mario Botta e Giampiero Camponovo abbiano sintetizzato una storia preziosa del Ticino, dai primi massi di pietra scolpiti dai lapicidi al richiamo al bianco marmoreo della Roma impreziosita dai maestri ticinesi, come nella Chiesa di Breganzona, suscitato da Camponovo».