Sua Eccellenza Alain de Raemy, quali sono i più importanti problemi di carattere materiale e spirituale che affliggono la Diocesi di Lugano?
«La Diocesi di Lugano non è una Diocesi afflitta; è una Diocesi felicemente viva! Certo, sono ancora diverse le potenzialità da sviluppare. Per portare un esempio a riguardo, una cosa su cui stiamo lavorando sono i modi della nostra presenza negli ospedali e nelle case anziani. Qui si potrebbe migliorare la preparazione nel servizio in queste strutture, fornendo maggiore formazione alle persone coinvolte. Tuttavia, per fare questo servono i soldi! Ecco, quindi, il problema materiale. Ma sono sicuro che la generosità e tanta: troveremo una soluzione».
Lei è stato in passato cappellano della Guardia svizzera pontificia in Vaticano. Che cosa ricorda di quell’esperienza e della sua vita nella città di Roma?
«Ricordo, anzitutto, i tanti giovani svizzeri che con generosità si impegnano al servizio del Papa per almeno due anni. La loro vita è segnata per sempre da quest’esperienza di servizio, di cameratismo e di fede scoperta, riscoperta o, almeno, intravista… Proprio recentemente, un gruppo di reclute ha svolto una parte della sua formazione presso la Polizia cantonale ticinese. So già che Roma diventerà per loro come una seconda patria, ma con il Ticino nel cuore!»
All’interno della Conferenza dei vescovi svizzeri lei è responsabile dei dicasteri dei giovani, dei media, e dei cappellani militari. In particolare, quali interventi ritiene necessario promuovere per accompagnare i giovani nel loro processo di crescita?
«Per esempio, la partecipazione dei giovani alla Giornata Mondiale della Gioventù che è una scuola di vita nella Chiesa, ma anche per la Chiesa. In queste occasioni, migliaia e migliaia di giovani di tutto il mondo scoprono quanto la loro fede sia fermento di unità, di pace e di gioia, anche quando non si capisce neanche una sola parola della lingua dell’altro. Ma questo vale anche per tutti gli altri nella Chiesa; la testimonianza di semplicità dei giovani è un richiamo forte a maggior coerenza di vita».
Lei è anche presidente della Commissione per il dialogo con i musulmani. Qual è lo stato dei rapporti con questa comunità in Ticino?
«Purtroppo, non ho avuto ancora occasione di incontrarli. È proprio una mancanza! Grazie per la domanda, che mi spinge ad aprire un dialogo».
Allargando lo sguardo, quale ritiene debba essere il ruolo della Chiesa di fronte alle guerre, alle crisi e alle tensioni internazionali che sconvolgono il mondo contemporaneo?
«La Chiesa non può rivestire altro che i modi di Gesù, e Gesù entrava in dialogo con tutti. Infatti, ha dichiarato beati gli operatori di pace. La Comunità cattolica di Sant’Egidio, per esempio, è già riuscita a convincere tanti nemici a mettersi attorno a un tavolo per dialogare. Ogni cristiano è chiamato a farlo ovunque, dalla propria famiglia al posto di lavoro. Aiuta tantissimo cominciare la giornata chiedendo a Gesù di ispirarci tutto quello, e solo quello, che contribuisce alla pace nei cuori e nelle relazioni».