Lei ha una specializzazione in economia politica e una lunga esperienza nella direzione di istituzioni pubbliche. Che problemi ha dovuto affrontare nel passaggio a Direttore del Dipartimento della sanità e della socialità?
«Il Dipartimento della sanità e della socialità è un Dipartimento molto importante perché vicino al cittadino. I suoi ambiti di intervento interessano tutto lo spettro della società e, di riflesso, ciascun individuo. Penso alle prestazioni sociali, ai sussidi, agli assegni famigliari, a tutti quei contributi che sostengono la nostra popolazione. I servizi non erogano soltanto sostegno finanziario, ma forniscono un supporto più ampio, in particolare a favore di chi si trova in difficoltà e sotto molteplici forme. Questo lavoro è possibile anche grazie alla rete di enti sul territorio, ritenuti dei veri e propri partner nei diversi ambiti: cito ad esempio quello dei giovani e delle famiglie, con gli asili nido, le famiglie diurne o i centri extrascolastici; oppure quello sanitario, con gli ospedali e le cliniche; o ancora quello degli anziani, con le case per anziani, i servizi di assistenza e cura a domicilio, i servizi di appoggio. Questa “fotografia” è necessaria in sede di premessa per far capire la complessità del Dipartimento che dirigo, in cui tuttavia ho potuto introdurmi molto rapidamente, anche perché sono stato molto ben accolto dai collaboratori dei diversi servizi, oltre che dai miei colleghi in Consiglio di Stato. Avevo peraltro già una parziale conoscenza dell’Amministrazione cantonale, sia per il mio trascorso professionale che per quello politico (l’esperienza di 16 anni in Gran Consiglio e il percorso a livello comunale, con infine la carica di sindaco del Comune di Riviera)».
Dopo pochi mesi dall’inizio del suo nuovo incarica l’intero pianeta è stato travolto dalla pandemia. Come hanno reagito le strutture sanitarie ticinesi e quali principali problemi avete dovuto affrontare?
«La reazione è stata esemplare. A partire dallo spirito di sacrificio da parte di tutto il personale, quello al fronte così come quello nelle retrovie. Lo spirito di solidarietà che ha contraddistinto tutta la società, soprattutto durante la prima ondata, è stato encomiabile e resterà un ricordo indelebile di quei concitati e difficili momenti. Tutti i settori del sociosanitario hanno lavorato con questo spirito, non soltanto gli ospedali. Penso in particolare alle case per anziani e agli istituti per disabili».
Quale lezione ritiene che la classe politica abbia appreso dal Covid e quali interventi pensa che debbano essere attuati al più presto per non essere travolti da una nuova emergenza?
«Parlare di “lezione” non mi sembra opportuno. Direi piuttosto che da un’esperienza simile si maturano degli insegnamenti che auspico possano far parte del nostro bagaglio per il futuro. Penso alla necessità di dimostrare flessibilità e alla capacità di dare risposte in tempi rapidi alle esigenze, ai bisogni, ai problemi che man mano si pongono. Abbiamo avuto la dimostrazione che la collaborazione si rivela la forza trainante capace di mettere in campo soluzioni pragmatiche e efficaci, a beneficio dei nostri cittadini. Abbiamo imparato tanto e stiamo tuttora apprendendo molto da questa pandemia, che non ci siamo purtroppo ancora messi alle spalle. La malattia per certi versi rimane nuova, e quanto alle sue varianti conosciamo di per certo soltanto la grande incertezza che implicano. È per questo motivo che stiamo lavorando sull’orizzonte del prossimo autunno/inverno, in particolare su quegli elementi che anche a mente del Consiglio federale devono rimanere sull’agenda politica, garantendo così di essere pronti qualora dovessero esserci dei nuovi aumenti dei casi positivi e delle ospedalizzazioni. I capitoli sono diversi e contemplano le capacità di test, quelle di tracciamento, quelle del sistema sanitario, così come la necessità di continuare a promuovere la vaccinazione anche fra le nicchie di popolazione più scettica. Se è vero che nel primo semestre di campagna vaccinale il Ticino si è distinto come Cantone con un’ottima velocità di somministrazione di dosi e un buon tasso di adesione, occorrerà continuare a informare i cittadini sugli effetti benefici che il vaccino può garantire. Non soltanto per noi stessi, ma anche per chi abbiamo al nostro fianco e alla società tutta».
Sul piano personale che insegnamento ha tratto da questa drammatica vicenda?
«All’inizio le incognite legate a questo virus erano innumerevoli ed è stato quindi molto difficile individuare gli interventi necessari e urgenti legati a una situazione nuova su scala mondiale. Questo contesto mi ha portato a riconfermare l’importanza di valori in cui credo molto, ossia quelli del lavoro di squadra e dello spirito di servizio. Solo condividendo le proprie riflessioni è peraltro possibile analizzare a fondo e approfondire i problemi, ampliare il proprio sguardo e considerare aspetti che magari inizialmente possono sfuggire, così da riuscire a proporre in tempi rapidi la risposta migliore per la popolazione. Con lo stesso spirito di condivisione abbiamo costantemente tenuto al corrente i cittadini, comunicando con regolarità, tempestività e trasparenza le informazioni e le decisioni, anche difficili, che ne conseguivano. Come Consiglio di Stato abbiamo sempre agito a favore del Bene comune, e continuiamo a farlo anche se l’emergenza sta assumendo una forma nuova».
In questi ultimi mesi la campagna vaccinale ha richiesto risorse ed energie. Con che bilancio procede questa esperienza e quando la popolazione potrà ritenersi messa in sicurezza?
«Il bilancio è più che positivo, sia perché grazie ai valori evocati sopra (in particolare quello della collaborazione) il nostro Cantone è stato in grado di mettere a punto un dispositivo efficace e performante. Nel primo semestre di campagna abbiamo dimostrato di saper procedere a ritmi spediti, con il Ticino sempre fra i primi in termini di velocità di somministrazione di dosi. La limitazione per noi è infatti sempre stata quella della disponibilità di vaccino, che soprattutto all’inizio è arrivato col contagocce. La popolazione ha risposto bene e nel corso dell’estate raggiungeremo la quota dei due terzi di popolazione vaccinata completamente. Il nostro obiettivo rimane quello di aumentare ulteriormente questo numero, così da scongiurare i decorsi più gravi in caso di malattia. Cercheremo di stimolare gli indecisi e convincerli a compiere il passo, perché i due vaccini disponibili continuano a dimostrarsi efficaci e sicuri. È questa la misura principale per riuscire a uscire dalla pandemia e confidiamo che la popolazione possa approfittare di questa opportunità».
Quali altri problemi relativi alla socialità si trova attualmente ad affrontare nell’ambito del suo Dipartimento?
«Concepisco i “problemi” piuttosto come delle “sfide” a cui come Dipartimento abbiamo la possibilità di dare ascolto e seguito con risposte concrete. Le esigenze della popolazione sono molteplici: come DSS possiamo abbracciare tutta la collettività, come dicevo in entrata, rivolgendoci ai giovani, alle famiglie, agli anziani, alle persone con disabilità e a quelle più vulnerabili. Fra i temi prioritari vi è quello della conciliabilità famiglia-lavoro, con la volontà fra l’altro di completare la rete di asili nido introducendo anche un label di qualità; il tema della sfida demografica, che coinvolge certamente anche altri Dipartimenti, viene fra l’altro recepito nel DSS attraverso la pianificazione integrata del settore degli anziani (progetto posto in consultazione e su cui sarà presentato un messaggio entro la fine dell’anno) oppure con politiche a favore del reinserimento sociale e professionale, volte a ristabilire un sentimento di fiducia nel cittadino. Siamo poi impegnati sul fronte della prevenzione della violenza in ambito giovanile o domestico, con specifici programmi interdipartimentali. La collaborazione, come dicevo, è tangibile e si riscontra nei fatti».
Come ha vissuta nell’ambito della sua famiglia l’esperienza degli ultimi mesi e il carico di responsabilità che ha dovuto assumersi?
«La carica porta con sé notevoli responsabilità a prescindere da una pandemia. Diciamo però che l’ottimo clima di collaborazione con i colleghi di Consiglio di Stato, con i collaboratori del Dipartimento, con i Comuni e con gli enti esterni ha aiutato molto durante questi mesi in cui il Coronavirus ci ha tenuti molto sotto pressione. Nella sfera privata posso dire che come per tutte le famiglie ticinesi anche per la mia si è trattato di un momento difficile e delicato, soprattutto durante la prima ondata con la chiusura fra l’altro delle scuole. Anche i bambini hanno vissuto qualcosa di completamente nuovo e abbiamo potuto vivere sulla nostra pelle quanto sia determinante garantire una continuità nell’insegnamento, non soltanto dal punto di vista prettamente didattico ma soprattutto per quei valori sociali, aggregativi ed educativi che la scuola offre e promuove ogni giorno. Le limitazioni in termini di contatti sociali, vissuti anche nei confronti dei nonni e delle persone vulnerabili più vicine, sono state emotivamente pesanti, soprattutto perché hanno circoscritto la nostra possibilità di dar loro una mano. La solidarietà espressa in molti modi è riuscita a supplire queste mancanze: come società ritengo abbiamo appreso a pensare prima a chi è più fragile, a chi è solo, a chi vive situazioni di precarietà. Anche questo è certamente stato un insegnamento che spero tutti, anche le generazioni più giovani come quella dei miei figli, potranno ricordare in futuro quando si troveranno a raccontare di “quell’anno in cui non siamo neanche potuti andare a scuola per un po’ di tempo».