Food Industry Monitor 2026: il settore alimentareNonostante gli anni difficili attraversati dall’economia internazionale, il settore alimentare italiano continua a distinguersi per solidità e capacità di adattamento. È quanto emerge dalla dodicesima edizione del Food Industry Monitor, l’Osservatorio promosso dall’Università di Scienze Gastronomiche di Pollenzo insieme a Ceresio Investors.

L’indagine prende in esame oltre 820 imprese appartenenti a quattordici comparti produttivi, per un fatturato aggregato di circa 85 miliardi di euro, offrendo una fotografia articolata di un settore centrale per l’economia italiana.

Nel 2025 il fatturato delle aziende analizzate è cresciuto del 3,3%, un dato positivo, ma inferiore alle attese. Critico appare il quadro della redditività: il ROS è sceso dal 6,6% al 4,6%, mentre il ROIC è passato dall’8,9% al 5,2%. Materie prime, logistica, lavoro ed energia continuano infatti a comprimere i margini, rendendo difficile trasformare la crescita dei ricavi in un aumento proporzionale degli utili.

Le previsioni indicano per il 2026 una crescita ancora pari al 3,3% e per il 2027 un incremento del 3,4%. Dati da leggere però alla luce dell’inflazione: se nel 2026 dovesse superare il 3%, una parte consistente dell’aumento dei ricavi sarebbe soltanto nominale. Nel 2027, con un’inflazione prevista intorno all’1,9%, la crescita potrebbe invece riflettere più chiaramente un’espansione reale del mercato.

È questo uno dei messaggi centrali del Food Industry Monitor 2026: oggi non basta vendere di più. Occorre produrre meglio, innovare più rapidamente e aumentare l’efficienza dell’organizzazione aziendale. La competitività si gioca sempre meno sui volumi e sempre più sulla capacità di creare valore.

Il recupero della redditività sarà quindi la principale sfida del prossimo biennio. Le imprese dovranno intervenire sull’efficienza produttiva, sulla selezione dei mercati, sulla composizione dell’offerta e sull’organizzazione commerciale, individuando i prodotti e i canali capaci di generare margini adeguati.

L’Osservatorio conferma inoltre la propensione del settore agli investimenti. Digitalizzazione, automazione, sostenibilità, ricerca e valorizzazione del capitale umano rappresentano leve indispensabili. Parallelamente cresce l’attenzione verso la solidità finanziaria: il nuovo scenario dei tassi impone una gestione più prudente dell’indebitamento e una maggiore capacità di autofinanziamento.

Le aziende con strutture patrimoniali equilibrate saranno meglio preparate a sostenere programmi di innovazione e internazionalizzazione. Per quelle più indebitate, invece, il costo del denaro rischia di ridurre la capacità di investimento.

Una leva fondamentale continuerà a essere rappresentata dall’export. Dopo il forte incremento dell’8,7% registrato nel 2024, nel 2025 le esportazioni sono cresciute del 4,4%, il valore più contenuto del periodo post-pandemico.

https://ticinowelcome.ch/turismo-cibo-e-vino/vini-e-prodotti-tipici/food-industry-monitor-2026-settore-alimentare-export-redditivita/Per il biennio 2026-2027 il Food Industry Monitor stima tuttavia una crescita dell’export superiore al 7% annuo, sostenuta dalla reputazione del Made in Italy e dalla capacità delle imprese di presidiare i mercati a maggiore valore aggiunto. Su queste prospettive pesano l’economia statunitense, le politiche tariffarie, il prezzo dell’energia e le tensioni geopolitiche. La crescita internazionale dovrà quindi fondarsi non soltanto sui volumi, ma anche sulla scelta dei mercati, sul posizionamento dei prodotti e sulla forza dei marchi.

Le prospettive variano tra i comparti. Per il 2026 si segnalano le performance più interessanti per farine, con una crescita stimata del 5,9%, olio, con il 6,3%, caffè, con il 4,8%, e surgelati, con il 3,8%. Buone anche le attese per il vino, con un incremento del 3,6%, sostenuto soprattutto dalla domanda internazionale di spumanti e Prosecco.

Il rapporto dedica particolare attenzione anche ai modelli di business. Poco meno del 60% delle imprese presenta un’offerta articolata su più linee di prodotto, ma la diversificazione non si traduce automaticamente in risultati migliori.

Tra il 2018 e il 2024 emerge anzi un lieve vantaggio per le imprese concentrate su una sola linea. La focalizzazione può favorire maggiore specializzazione, un’identità più chiara e un utilizzo più mirato degli investimenti. La scelta tra diversificazione e specializzazione dovrà quindi essere coerente con dimensioni, competenze e opportunità di mercato.

Uno dei risultati più significativi riguarda il rapporto tra governance e performance. Le imprese con modelli di governo più aperti, inclusivi e strutturati mostrano livelli di redditività superiori. Risultati positivi emergono anche nelle aziende guidate da donne CEO e nelle realtà che adottano forme di leadership condivisa.

Il settore resta caratterizzato da imprese familiari, che rappresentano il 70% del campione. Le aziende multifamiliari ottengono risultati mediamente superiori rispetto a quelle controllate da una sola famiglia.

Il dato pone in primo piano il ricambio generazionale. Aprire la governance a competenze esterne, distinguere proprietà e gestione e definire per tempo ruoli e responsabilità potrà fare la differenza tra imprese capaci di continuare a crescere e realtà destinate a perdere competitività.

Alessandro Santini, Head of Corporate & Investment Banking di Ceresio Investors, ha sottolineato come la compressione dei margini e il graduale aumento dell’indebitamento rendano necessario un ripensamento delle strategie commerciali e finanziarie. In questo scenario, la qualità della governance e la capacità di affrontare il passaggio generazionale diventano fattori sempre più decisivi.

I risultati sono stati presentati a Pollenzo nel convegno “Modelli di sviluppo a confronto”.

Il settore alimentare italiano continua a crescere e conferma la propria capacità di reagire agli shock esterni. La vera partita dei prossimi anni, tuttavia, non sarà soltanto aumentare il fatturato, ma recuperare marginalità, investire nell’innovazione e costruire modelli di sviluppo capaci di trasformare la qualità delle produzioni italiane in una redditività stabile e duratura.

Il biennio 2026-2027 si presenta quindi come una fase di transizione: le opportunità legate all’export, all’innovazione e alla forza del Made in Italy restano consistenti, ma potranno essere colte soltanto dalle imprese capaci di governare costi, investimenti, organizzazione e mercati. La qualità delle decisioni diventerà importante quanto quella dei prodotti.