Nella trentesima ricorrenza dalla sua scomparsa BPS (SUISSE) ha voluto dedicare l’allegato culturale al bilancio relativo all’esercizio 2023 ad Audrey Hepburn, famosa attrice cinematografica che continua a incantare il pubblico con la sua grazia, il suo stile e il suo impegno umanitario. La monografia è stata realizzata grazie al coordinamento di Andrea Romano. Condirettore e Responsabile Marketing & Relazioni Pubbliche Banca Popolare di Sondrio (SUISSE) e di Luca Dotti che negli anni si è sempre occupato, insieme al fratello Sean Ferrer della gestione delle iniziative umanitarie messe in piedi dalla madre.
Vincitrice di un Oscar nel 1954 per l’interpretazione della principessa Anna nel film Vacanze romane (1953), è stata una delle attrici più amate dell’epoca d’oro di Hollywood. La sua carriera spaziò dal teatro, al cinema classico, alle produzioni contemporanee, guadagnandosi elogi unanimi per la sua straordinaria versatilità e per l’eccezionale talento. La sua iconica interpretazione in Colazione da Tiffany (1961) ha definito uno standard di eleganza che ancora oggi influenza generazioni di artisti e stilisti. La sua collaborazione con il regista Blake Edwards e il compositore Henry Mancini in questa pellicola ha prodotto una delle colonne sonore più indimenticabili della storia del cinema.
Di Audrey Hepburn celebre attrice, icona di stile, personaggio pubblico famoso e amato, molto si è detto e scritto. Un aspetto invece assai meno noto riguarda il suo interesse per la Svizzera e la scelta di vivere in questo Paese, diventato quasi una seconda patria d’adozione. Come nasce questo amore?
«Bisogna fare un passo indietro. All’epoca della Seconda guerra mondiale lei aveva dieci anni e non sapeva se sarebbe arrivata all’età adulta. Era nata nel 1929 a Bruxelles da padre inglese e madre olandese e a soli 14 anni contribuì con la sua famiglia a nascondere nella loro casa un paracadutista britannico, rimasto disperso dopo la battaglia di Arnhem. In quel periodo conobbe molto da vicino il dramma della guerra, le bombe, la fame, le violenze, la morte di amici e conoscenti. Di questo passato lei non amava troppo parlare, ma ciò che ho potuto ricostruire mi ha aiutato a comprendere perché parole come ‘Bene’, ‘Male’, ‘Amore’ e ‘Misericordia’ siano state così importanti nella sua vita successiva. Oltre a far nascere in lei il desiderio di aiutare in qualche modo i bambini più fragili e bisognosi quei lontani ricordi generarono un forte desiderio di creare per sé e per la sua famiglia uno spazio di serenità, un’oasi di pace lontano dal mondo del cinema e vicino a quella natura che ha avuto sempre un effetto benefico e tranquillizzante sul suo carattere e il suo spirito. Da qui la scelta della Svizzera come il Paese che meglio poteva assicurare questa serenità tanto desiderata».
A che epoca risale il vostro trasferimento in Svizzera?
«Nel corso degli anni ’50 e ’60 mia madre era al culmine della carriera, girava un film dopo l’altro e proprio nel 1966 decise di prendere almeno in parte le distanze da quel mondo e di installarsi con la famiglia a Tolochenaz, un villaggio nei pressi di Losanna. All’epoca mio fratello Sean aveva sei anni e doveva iniziare a frequentare la scuola. Due anni dopo conobbe mio padre, lo psichiatra italiano Andrea Dotti, e insieme vissero un periodo felice in un Paese che offriva le sicurezze che lei andava cercando, offrendole la possibilità di vivere una vita normale: andava a fare la spesa al mercato senza essere inseguita dai fotografi, passeggiava con i suoi amati cani e frequentava gli abitanti del villaggio. Apprezzava il fatto che la Svizzera fosse un Paese neutrale, dove la mancanza di cibo si era sentita meno durante la guerra rispetto all’Olanda invasa, un Paese che le assicurava “riservatezza” e privacy».
Come ebbe inizio il suo interessamento per la causa dei bambini?
«Ricordo un episodio che colpì molto la sua immaginazione, influenzandone le scelte compiute negli anni successivi. Insieme a mia madre assistemmo in televisione a Live Aid, il grande concerto musicale organizzato da Bob Geldof e svoltosi il 13 luglio 1985 al Wembley Stadium di Londra e al John Fitzgerald Kennedy Stadium di Philadelphia, allo scopo di ricavare fondi per alleviare la carestia che aveva colpito l’Etiopia in quegli anni. Fu il più grande collegamento satellitare e la più grande trasmissione su televisione di tutti i tempi: si stima infatti che quasi due miliardi di telespettatori in centocinquanta nazioni diverse abbiano assistito al concerto. Ma
ciò che la impressionò soprattutto fu il fatto che gente dello spettacolo potesse smuovere in modo così massiccio la solidarietà di tante persone, donando in diretta, con un calcolatore che registrava in tempo reale l’ammontare delle offerte. Quell’esperienza la fortificò nella convinzione che il suo ruolo di attrice e la sua popolarità potevano essere un valido sostegno per aiutare i bambini delle aree maggiormente depresse del pianeta a causa di guerre o sottosviluppo e sensibilizzare l’opinione pubblica della parte del mondo più ricca».
Il suo impegno si è manifestato soprattutto attraverso l’UNICEF…
«Nel 1988 era stata nominata Goodwill Ambassador dell’UNICEF e per alcuni anni si è poi dedicata, praticamente a tempo pieno, a partecipare ad ogni iniziativa che ritenesse utile per portare aiuti alle popolazioni, e soprattutto ai bambini e ai minori, facendo arrivare razioni alimentari, vestiario, incentivando la nascita di piccole imprese e iniziando anche massicce campagne di vaccinazioni. Nel suo costante impegno non si è risparmiata nel cercare di sensibilizzare l’opinione pubblica e raccogliere fondi privati, mobilitando quel mondo del cinema che già negli anni passati si era mostrato sensibile nel sostenere progetti di solidarietà, a cominciare dal suo amico, il celebre attore Danny Kaye, che era stato il primo Goodwill Ambassador. Per il suo ruolo di ambasciatrice dell’UNICEF, Audrey Hepburn ricevette nel 1992 la più alta onorificenza americana, la Presidential Medal of Freedom».
La sua determinazione l’ha portata anche a svolgere, in prima persona, numerosi viaggi in Paesi che presentavano sono molti aspetti gravi situazioni di rischio…
«Assolutamente sì. Sceglieva lei direttamente le missioni a cui partecipare, andando anche in luoghi dove UNICEF non aveva intenzione di essere presente, per esempio in Bangladesh, o in Paesi su cui aveva espressamente posto un veto, come per esempio la Somalia o il Sudan per a causa delle guerre che all’epoca erano in corso. Così, per esempio, è stata in missione in Etiopia, dove anni di siccità e conflitti civili avevano causato una terribile carestia. Successivamente, ha seguito un progetto per il vaccino antipolio in Turchia, programmi di formazione per le donne in Venezuela, iniziative per i bambini che vivevano e lavoravano per strada in Ecuador, progetti per la fornitura di acqua potabile in Guatemala e Honduras e programmi di alfabetizzazione radiofonica in El Salvador. Ha visitato scuole in Bangladesh, seguito interventi per i bambini più poveri in Thailandia, promosso iniziative per la nutrizione in Vietnam e visitato campi per bambini sfollati in Sudan».
In sintesi, qual era il tratto peculiare del suo carattere che le consentiva di entrare così facilmente in empatia con gli altri?
«Credo che fosse fermamente convinta del fatto che tutto può migliorare con il sorriso, con la volontà di capire l’altro, con il desiderio di comprendere la fonte delle sofferenze umane. La sua gentilezza non è mai stata un atteggiamento, ma esprimeva gratitudine per aver avuto più degli altri. Era una donna decisamente motivata a rendere il mondo un posto migliore per i bambini più vulnerabili. La sua motivazione ha fatto da amplificatore in tutto il mondo e le sue parole e i suoi gesti sono sempre stati espressione della profonda umiltà e umanità che la caratterizzavano. Ancor oggi più che mai resta l’immagine di una donna di straordinaria sensibilità e la sua vita è un esempio concreto di solidarietà e rispetto, poiché ha saputo restituire nel modo più efficace e concreto possibile il sostegno e la generosità ricevuti».