Addetti ai lavori, riviste specializzate e giornali parlano oggi sempre più insistentemente di deglobalizzazione, un movimento opposto, una frattura o per lo meno una discontinuità rispetto al processo di globalizzazione innestatosi negli anni ’80/’90 con l’instaurarsi di politiche economiche “neoliberiste” e la graduale apertura della Cina, culminata nel 2001 con la sua adesione al WTO.
È indubbio che la scena era già cambiata prima che il Coronavirus assestasse un durissimo colpo all’economia mondiale, con flussi finanziari e valori del commercio internazionale in calo (varia era tuttavia l’interpretazione che se ne dava: inversione di tendenza, oscillazione momentanea o semplice assestamento dopo anni di furiosa crescita?) e che già vi erano discussioni su come cambiare le regole per rendere la globalizzazione più sostenibile e più equa; è indubbio pure che l’attuale crisi economica unita a politiche “sovraniste” ha dato e darà un ulteriore spinta a questo processo, accelerando dinamiche che già premevano in particolare su uno dei pilastri della globalizzazione, la produzione. In effetti scoprire che metà o forse più delle mascherine chirurgiche disponibili erano prodotte in Cina non è stato piacevole; accorgersi che la propria azienda dipende all’origine del proprio processo produttivo da un solo produttore, per di più spesso locato nel paese d’origine della pandemia, pure.
Probabilmente ormai, in nome della massimizzazione dell’efficienza e del contenimento dei costi, non esiste più un bene complesso che sia concepito e prodotto in toto in una sola nazione (Apple in questo senso, con circa il 95% del valore di un iPhone realizzato lontano dagli USA, ne è forse l’esempio estremo). Da qui la richiesta di una rilocalizzazione di parte delle filiere produttive che erano state internazionalizzate, in particolare di quelle considerate strategiche dai governi. Ma non solo, che pure le industrie si sono rese conto che le lunghe catene di fornitori oltre che ad essere in parte fuori controllo e intrinsecamente fragili rendono difficoltoso il rapido adattamento dei prodotti, mentre il fattore costo del lavoro si riduce vieppiù che l’automatizzazione e la digitalizzazione dei processi produttivi avanza e i salari dei lavoratori esteri salgono.
Tuttavia bisogna essere ben coscienti che cambiare è sì ovviamente possibile, ma è un processo che richiede tempo, non sarà né univoco né lineare e, soprattutto, sarà molto costoso, dunque probabilmente non indolore. Per nessuno, ché le economie emergenti rischiano squilibri interni che inevitabilmente si rifletteranno all’esterno, rischiando di innescare perniciose reazioni a catena, mentre è ancora tutto da dimostrare che una effettiva rilocalizzazione, o per lo meno una revisione sostanziale dei processi di globalizzazione come sin qui li abbiamo conosciuti, porti nei paesi occidentali alle tanto sbandierate promesse sovraniste di maggiori opportunità di lavoro e, soprattutto, di migliore redistribuzione dei redditi.
Senza dimenticare poi che, come Svizzera, non possiamo mutare la nostra vocazione di paese esportatore, che ci porta a dover essere presenti ovunque, in particolare nei due principali mercati mondiali, gli Stati Uniti e l’Asia (che non è solo Cina), dunque ad aprirci al mondo e a portare il mondo da noi. Al di là di ogni retorica politica.