Architetto Citterio, quali sono state le principali tappe che hanno scandito la sua attività di architetto?

«Ho aperto il mio primo studio nel 1972, quando non ero ancora laureato; poi nel 2000, con Patricia Viel, ho fondato, a Milano, Antonio Citterio Patricia Viel, società di progettazione multidisciplinare per l’architettura e l’interior design. Lo studio opera a livello internazionale su programmi progettuali complessi, ad ogni scala e in sinergia con un network di consulenti specializzati. Le tipologie progettuali realizzate comprendono piani urbanistici, complessi residenziali, commerciali e industriali, ristrutturazioni conservative di edifici pubblici, spazi per il lavoro, showroom e alberghi. Lo studio è inoltre attivo nel settore della comunicazione aziendale e realizza progetti di immagine coordinata e allestimenti. Nel 2015 è stata aperta una sede a New York. Infine, nel 2020 abbiamo realizzato la fusione delle due realtà Citterio-Viel & Partners Interiors e Citterio-Viel & Partners, consolidando così una struttura di 130 professionisti, coordinati da 8 partner che lavorano a fianco mio e di Patricia Viel. Una tappa significativa che punta a valorizzare le professionalità e competenze nei settori dell’architettura e dell’interior, migliorando così le sinergie tra due filoni di lavoro complementari e sinergici».

In occasione dei vostri 20 anni di attività avete realizzato un film dal titolo “The Importance of Being an Architect” che ripercorre il vostro percorso progettuale e indaga la responsabilità degli architetti nella costruzione della società di domani. Come potrebbe essere dunque riassunta la sua visione del futuro?

«La risposta deve essere centrata sull’armistizio tra natura e ambiente costruito. Alternando dialoghi con diverse personalità del mondo della moda, dell’arte e del design, ed esplorando le architetture progettate da ACPV, abbiamo cercato di offrire una visione del mondo post-Covid, nel mezzo della crisi climatica e della redistribuzione urbana, guidando al contempo lo spettatore tra elementi della metodologia progettuale, dall’analisi dei dati e dall’innovazione tecnologica, al viaggio come inesauribile motore di ispirazione».

Al momento, lo studio è coinvolto in diversi progetti di rigenerazione urbana a Milano, con la realizzazione, per esempio, di uffici nell’ambito del masterplan Symbiosis. Qual è la filosofia progettuale adottata?

«L’obiettivo che vogliamo raggiungere è quello di una rigenerazione urbana che mira a un impatto sociale, ambientale ed economico positivo. Building D è per noi un laboratorio urbano per ideare un nuovo linguaggio dell’architettura e indagare nuove possibilità per gli ambienti di lavoro del domani. Building D integra una vasta gamma di funzioni per rispondere alle nuove esigenze di lavoro. Il layout flessibile dell’edificio consente facile accesso a soluzioni digitali, favorendo l’interazione tra le persone, grazie ad aree comuni e ambienti dedicati al lavoro collaborativo e la possibilità di connettersi in modo agevole con quanti lavorano da remoto. Quest’uso ottimizzato dello spazio non solo porta vantaggi dal punto di vista della produttività aziendale, ma permette anche di integrare nell’edificio nuove funzioni, diversificando le modalità di fruizione dello spazio da parte degli utenti. Building D è infatti progettato per accogliere anche ambienti per la ristorazione, il fitness, l’hospitality e un auditorium».

L’impegno di ACPV a creare un modello urbano per una città policentrica e pedonale si esplica anche nella realizzazione di altri importanti edifici per uffici…

«Oltre all’area Symbiosis e ai suoi due edifici per uffici, il nostro coinvolgimento nel ripensare le aree chiave della zona tra Porta Romana e il parco della Vettabbia a Milano si manifesta anche nel progetto per la nuova Torre Faro della società di servizi italiana A2A in piazza Trento, oltre alla ristrutturazione di alcuni edifici esistenti nell’area. Inoltre, gli studi strategici di ACPV hanno contribuito alla stesura del bando di concorso per il masterplan dell’ex-scalo ferroviario di Porta Romana – aggiudicato alla cordata Convivio, Coima SGR e Prada Holding – un tassello fondamentale per la riqualificazione di una grande area urbana tra il futuro campus aziendale di A2A e l’area Symbiosis. Con il completamento nel 2021, Building D è stato l’ultima aggiunta alla lunga serie di progetti per uffici di ACPV. Tra i progetti più recenti dello studio vi sono la ristrutturazione del complesso per uffici in zona San Babila a Milano, la ristrutturazione in corso della sede romana della multinazionale italiana Enel, la rigenerazione dell’ex caserma De Sonnaz per la nuova sede della società di consulenza torinese Reply e le nuove torri di uffici Gioia 20 nel quartiere di Porta Nuova a Milano, anch’esse in costruzione».

Accanto all’architettura la sua grande passione riguarda l’interior design. Come nasce questo interesse?

«Non mi sono mai posto questa domanda. Ho sempre fatto design, era per me la cosa più naturale. Mio padre era artigiano ma disegnava i prodotti, per cui già da piccolo ero circondato da disegni. A 14 anni mi sono iscritto a una scuola d’arte e a 18 anni avevo già vinto una competizione di design. È all’istituto d’arte che ho conosciuto Paolo Nava, con cui ho fondato il mio primo studio. Gli oggetti nascono quasi sempre come soluzioni a problemi di spazio, a problemi architettonici. Esiste un design decorativo, basato su oggetti semplici, ma il mio design si concentra su prodotti complessi in situazioni complesse, per questo richiede un lavoro di team. In ogni progetto sono all’opera una moltitudine di esperienze e competenze specifiche. La definizione del linguaggio è uno dei grandi temi che devi affrontare quando inizi la professione di designer: capire chi sei e cosa vuoi fare. Poi, con il tempo e l’esperienza, questo nodo si scioglie. Nel mio caso, ho capito che non mi interessa stravolgere o sorprendere, ma cercare di arrivare alla sintesi».

Nella sua filosofia progettuale lei si riferisce spesso all’esperienza artigianale. Di che cosa si tratta?

«In passato il designer passava il suo tempo a lavorare con i modellisti per realizzare dei prototipi di legno. Nel mio caso, determinati prodotti li so fare proprio grazie a questo sapere artigianale. Per esempio, per poter disegnare un divano, è fondamentale sapere come si taglia e come si piega il tessuto, come gira l’attacco della spalla in una giacca. Oggi tutto avviene in modo più veloce. Nel processo di concezione sono coinvolte più persone, e, per certi aspetti, il prodotto, che è sempre un grande investimento, nasce con più chiarezza rispetto alla risposta del mercato. Negli anni ‘70, andavano sul mercato una quantità di prodotti che poi sparivano rapidamente. Oggi questa proliferazione di prodotti semi-industriali ha chiuso il suo ciclo».