John Traversi  è artista, ma anche abilissimo artigiano marmista: qual è stata la sua formazione e come definisce la sua esperienza a contatto con la materia che le sue mani concorrono a plasmare?

«Devo premettere che sono colombiano di origine ma svizzero di adozione e che nella mia formazione è stata determinante la frequentazione della Scuola tecnica del marmo di S. Ambrogio di Valpolicella. Subito dopo ho avuto modo di entrare a lavorare presso la Veneranda Fabbrica del Duomo di Milano, sotto la direzione dell ing. Morlin Visconti Castiglione, nel cui laboratorio ho acquisito una notevole manualità nella lavorazione della pietra e nel rifacimento di statue e decorazioni. Questo lungo apprendistato mi ha consentito poi di accedere all’Accademia di Belle Arti di Carrara che mi ha messo in contatto con grandi maestri e artisti provenienti da tutto il mondo. Il passaggio successivo è stata l’opportunità di lavorare in alcune botteghe del marmo della zona e questo mi ha dato modo di apprendere dal vivo e nella pratica le tecniche, soprattutto manuali e ancora artigianali, di lavorazione della pietra e di riproduzione di copie di grandi opere della classicità. Tutto questo mi permette oggi di definirmi non tanto uno scultore quanto un buon artigiano, capace di creare o riprodurre con le proprie mani qualsiasi opera in marmo».

Quali sono i principali lavori di restauro che l’hanno impegnato nel corso degli ultimi anni?

«L’elenco sarebbe lungo. Mi piace citare oltre alla Veneranda Fabbrica, alcuni lavori per una mostra a Palazzo Strozzi dedicata all’architetto Santiago Calatrava, e a Lugano per la Cattedrale di San Lorenzo e per la Collegiata a Bellinzona. E poi ancora, sempre qui in Ticino, il restauro di alcuni paliotti della Chiesa della Madonna d’Ongero, sotto la direzione dell’Ufficio dei Bani Culturali. E poi ci sono i lavori per conto di privati, tra cui il restauro di alcune tombe monumentali».

Ci sono maestri della scultura da cui ha tratto ispirazione per la realizzazione delle sue opere?

«Senza dubbio Costantin Brancusi, un autentico pioniere della scultura moderna le cui opere in marmo e bronzo sono caratterizzate da un uso sobrio ed elegante di forma pura e finitura squisita. Sono stato a visitare la sua casa natale a 20 km di Târgu Jiu, dove ho ammirato più volte il complesso comprendente le tre opere la Tavola del Silenzio, la Porta del Bacio e la Colonna della Riconoscenza Infinita e ogni volta ho provato una grandissima emozione, come pure sono stato a Parigi al cimitero di Montparnasse a visitare la sua tomba con altrettanta emozione».

Dal mese di luglio lei espone presso la Fondazione Silene Giannini la mostra “Dalla Veneranda Fabbrica del Duomo a Constantin Brancusi”. Come nasce l’idea di questa esposizione e come si inserisce nel suo percorso artistico?

«In questa mia prima mostra mi presento come artigiano che interpreta ed esegue sculture, restauri di opere di interesse storico artistico e culturale. Oltre ad essere un’esposizione di lavori artistici, è strutturata in maniera che sia un percorso anche didattico, e si prefigge di mostrare sotto diversi aspetti tutta la plasticità della scultura. Ovviamente vi è un filo conduttore che spiega le varie fasi, i soggetti, gli artisti interessati. La mostra sarà presentata da Padre Stefan Urda, romeno, profondo conoscitore della storia, degli eventi e della mentalità e spiritualità di Constantin Brancusi. Grazie a lui ho potuto raccogliere documenti, riviste, libri e contatti che mi hanno permesso di sviluppare la mia ricerca artistica».

Possiamo concludere con uno sguardo sui progetti futuri che la vedranno impegnato nei prossimi mesi?

«Nella mia vita ho fatto l’artigiano, il restauratore, il decoratore, lo scultore, l’artista e tanto altro ancora. Ho incontrato non poche difficoltà ma anche persone estremamente valide che mi hanno aiutato e trasmesso il loro sapere. Questa mostra, che arriva in corrispondenza dei miei 50 anni è un po’ il bilancio di un percorso professionale, ma soprattutto umano. Ecco, guardando al futuro mi piacerebbe lavorare a tempo pieno in un museo; immerso nell’arte e nella cultura. Per le competenze acquisite appunto nel campo artistico-culturale e per diffondere e trasmettere ai visitatori la passione per l’ Arte nella sua completezza. Inoltre mi piacerebbe che si creassero delle opportunità grazie alle quali io possa, attraverso l’insegnamento, restituire a dei giovani quelle conoscenze che ho faticosamente acquisito con costanza e tenacia e che sono alla base di ogni “saper fare”: con le proprie mani, certo, ma soprattutto con l’intelligenza, la passione e il cuore».