Il mondo ha attraversato diversi grandi shock energetici negli ultimi anni. Qual è la sua lettura complessiva della situazione?

«Quello a cui assistiamo è, francamente, straordinario e profondamente preoccupante. Nel giro di soli cinque anni, abbiamo vissuto tre distinte impennate dei prezzi energetici globali. La prima è arrivata nel 2021, quando il Brent è raddoppiato sulla scia della riapertura economica post-Covid, sfiorando brevemente gli 85 dollari al barile. Poi è arrivata l’invasione russa dell’Ucraina nel 2022, che ha spinto il greggio a quasi 140 dollari e ha portato il gas naturale europeo a livelli record, dopo la brusca interruzione delle forniture russe via gasdotto. E ora, per la terza volta, ci troviamo di fronte a un nuovo shock di portata maggiore, questa volta legato al conflitto con l’Iran e alla chiusura dello Stretto di Hormuz. Verrebbe da chiedersi: quando imparerà, il mondo?».

Quali sono le conseguenze economiche più immediate di questo ultimo shock?

«Il rischio più acuto è la stagflazione – quella combinazione tossica di crescita debole e inflazione in aumento – per le regioni importatrici di energia come Europa e Asia. Ci siamo già passati. Lo shock energetico legato alla guerra in Ucraina aveva spinto l’inflazione nell’eurozona oltre l’8% nel 2022 e portato la crescita quasi a zero nel 2023. Oggi vediamo riemergere le stesse dinamiche. Il greggio quota sopra i 100 dollari da oltre due mesi, e si registrano crescenti carenze di prodotti raffinati specifici come il diesel per il trasporto stradale e marittimo, o il cherosene per l’aviazione. Il concetto di “demand destruction” è tornato d’attualità, e il settore aereo ne è l’esempio più eloquente: il raddoppio dei prezzi del carburante per aerei in Europa e in Asia sta già costringendo le compagnie aeree a sopprimere rotte diventate semplicemente antieconomiche».

Quanto tempo occorrerà per normalizzare la situazione, anche nell’ipotesi di una rapida soluzione diplomatica?

«Anche in uno scenario ottimistico – in cui il conflitto USA-Iran si risolva a breve e lo Stretto di Hormuz riapra entro pochi giorni – le perturbazioni alle catene di approvvigionamento globali richiederanno mesi per essere riassorbite. Stiamo parlando di petrolio, gas naturale, fertilizzanti, zolfo, alluminio, tutti fattori produttivi critici per l’economia mondiale. Il danno alla crescita e all’inflazione per il resto del 2026 è, francamente, già consumato. Il deficit produttivo globale ammonta a circa un miliardo di barili di petrolio, pari a circa dieci giorni di produzione mondiale totale. Non è qualcosa da cui ci si riprende dall’oggi al domani».

Quali lezioni strutturali dovrebbe trarre l’Europa da questa vulnerabilità che si ripete?

«Vi sono due conclusioni fondamentali. La prima riguarda l’indipendenza energetica. Dopo aver ridotto drasticamente la propria dipendenza dal gas russo a partire dal 2022, l’Europa si trova ora di fronte a una nuova vulnerabilità, questa volta nei prodotti petroliferi raffinati, in particolare il diesel. È un dato sorprendente: solo il 50% del diesel consumato in Europa viene effettivamente raffinato sul suolo europeo. Il continente è quindi fortemente esposto alle esportazioni dalle raffinerie del Golfo. Poiché l’Europa non costruirà nuove capacità di raffinazione, la strada logica è ridurre la domanda di diesel, e ciò significa accelerare la transizione verso i veicoli elettrici a batteria e gli ibridi, sia per le autovetture sia per i veicoli commerciali leggeri».

La seconda conclusione riguarda il mix elettrico. Una maggiore diversificazione delle fonti di generazione elettrica, riducendo la dipendenza dal gas naturale, è oggi imprescindibile. Nell’Unione Europea, il 71% dell’elettricità prodotta nel 2025 proveniva già da fonti a basse emissioni di carbonio — nucleare, eolico, solare e idroelettrico — e questa quota continuerà a crescere. L’Europa deve accelerare gli investimenti nell’energia nucleare, nelle infrastrutture rinnovabili e, in modo cruciale, nello stoccaggio industriale di energia con batterie, per attenuare l’intermittenza del solare e dell’eolico. Anche le pompe di calore avranno un ruolo chiave nel ridurre progressivamente la domanda di gas per il riscaldamento. Nel loro insieme, questi investimenti miglioreranno in modo sostanziale la resilienza dell’economia europea ai futuri shock di approvvigionamento di combustibili fossili».

E cosa significa tutto questo per gli investitori? Qual è il suo consiglio per i clienti del private banking?

«Il nostro posizionamento rimane chiaro. Continuiamo a privilegiare gli investimenti nelle infrastrutture energetiche europee e americane — sia quotate che private, sulla base della crescente domanda energetica e della crescente importanza strategica della sicurezza energetica. All’interno dei portafogli azionari, raccomandiamo di aumentare l’esposizione ai settori delle risorse naturali, poiché l’approvvigionamento di materie prime assume un’importanza geopolitica sempre maggiore a livello mondiale. Infine, i Paesi ricchi di risorse naturali – Canada, Brasile, Australia e Messico – sono destinati a beneficiare ulteriormente della spinta globale a diversificare le fonti di energia e di metalli industriali al di fuori del Medio Oriente. Per i clienti del private banking con un orizzonte di lungo periodo, questi temi offrono al tempo stesso resilienza e un interessante potenziale di rendimento».

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