La mia conoscenza dell’opera di Fosco Maraini risale all’epoca del liceo classico quando, per una sorta di innamoramento tipico degli anni giovanili, insieme ad alcuni compagni iniziammo a ripetere quasi ossessivamente i versi di una composizione dal titolo Il Lonfo, opera di un autore, per noi fino ad allora sconosciuto, che la professoressa di storia e filosofia ci aveva presentato come una delle personalità più straordinarie del Novecento europeo: «Il Lonfo non vaterca né gluisce/ e molto raramente barigatta,/ ma quando soffia il bego a bisce bisce/ sdilenca un poco e gnagio s’archipatta./ È frusco il Lonfo! È pieno di lupigna/ arrafferia malversa e sofolenta!».
Basterebbe questo riferimento poetico per comprendere la singolarità del personaggio e non a caso la monografia Fosco Maraini. L’immagine dell’Empresente. Oltre lo sguardo. L’uomo, il mondo, i viaggi si configura come un contributo di notevole rilievo nel panorama degli studi dedicati a una figura che sfugge alle classificazioni disciplinari tradizionali. Fin dall’introduzione, Francesco Paolo Campione colloca l’opera e la figura di Maraini nel contesto delle grandi trasformazioni dell’antropologia novecentesca, sottolineando come il suo lavoro si sviluppi «all’interno di tali paradigmi […] pur con una certa propensione per la scuola antropologica americana», ma giungendo a «un approccio in gran parte originale».
Maraini, infatti, pur formatosi in modo autodidatta e al di fuori delle istituzioni accademiche più rigide, elabora una metodologia fondata sull’osservazione diretta, sulla comparazione culturale e su una costante tensione tra universalismo e relativismo. Questa posizione è centrale per comprendere la sua opera. Come osserva ancora Campione, «forse più che un percorso di ricerca il suo fu un viaggio interiore», capace di fondere «un’analisi attenta […] con una prosa letteraria squisita e una documentazione visiva» di altissimo livello.
La cifra distintiva di Maraini risiede dunque nella capacità di superare la dicotomia tra scienza e arte, configurando una forma di conoscenza che è al tempo stesso empirica ed estetica. La biografia di Marainim, appare come una sequenza di esperienze che alimentano e sostengono questa visione.
Nato a Firenze nel 1912, in un ambiente cosmopolita e culturalmente ricco, egli sviluppa precocemente una curiosità per le culture extraeuropee, favorita dai viaggi familiari e dagli incontri con figure di rilievo della cultura italiana. Gli studi in Scienze naturali gli forniscono un metodo rigoroso, mentre l’interesse per la fotografia e il cinema documentario, già evidente negli anni Venti, prefigura l’integrazione tra linguaggi che caratterizzerà tutta la sua produzione.
La svolta decisiva avviene con i viaggi in Asia e, in particolare, con le spedizioni in Tibet al seguito di Giuseppe Tucci. Qui Maraini sviluppa un approccio etnografico fondato sull’osservazione partecipante e sull’uso della fotografia come strumento conoscitivo. Le immagini realizzate durante queste spedizioni non sono semplici documenti, ma veri e propri atti interpretativi, capaci di cogliere la dimensione simbolica delle culture osservate. Non a caso, alcune di esse costituiscono oggi testimonianze uniche di monumenti scomparsi dopo l’invasione cinese del 1951 .
Il rapporto tra fotografia e conoscenza è analizzato in profondità nel saggio di Moira Luraschi, che individua nella pratica fotografica di Maraini un «dispositivo epistemologico» centrale nella sua ricerca. La fotografia, lungi dall’essere un semplice mezzo di registrazione, diviene uno strumento per «conoscere a fondo cose e persone» . In questo senso, essa si integra con l’antropologia e con la scrittura, formando un sistema unitario di indagine.
Particolarmente significativo è il concetto di “empresente”, che dà il titolo al volume. Esso designa il momento in cui l’atto fotografico riesce a cogliere l’istante nel suo farsi, prima che scivoli nel passato. Come ricorda Luraschi, si tratta dell’«arte di dar la caccia al volto del presente» , un’operazione che implica non solo abilità tecnica, ma anche una profonda capacità interpretativa. L’empresente diviene così il punto di convergenza tra percezione, conoscenza e creazione artistica.
Questa concezione è strettamente legata alla figura del “citluvit”, il «Cittadino della Luna in Visita d’Istruzione sulla Terra», attraverso cui Maraini definisce il proprio atteggiamento nei confronti delle culture osservate. Tale prospettiva implica una distanza critica che evita sia l’identificazione ingenua sia il giudizio etnocentrico, consentendo una comprensione empatica ma non assimilante. In tal modo, Maraini anticipa alcune delle istanze più rilevanti dell’antropologia contemporanea, in particolare l’attenzione alla riflessività e alla posizione dell’osservatore.
Accanto alla dimensione antropologica e fotografica, il volume mette in luce altri aspetti fondamentali della sua personalità, tra cui l’alpinismo. Nel saggio di Antonio Massena, la montagna appare come uno spazio privilegiato di esperienza e di riflessione. Maraini non è un alpinista alla ricerca dell’impresa eroica, ma un osservatore che trova nella montagna una forma di conoscenza e di spiritualità. Come egli stesso afferma, «la montagna mi fa da chiesa», mentre l’incontro con gli uomini che la abitano costituisce un’altra fondamentale fonte di apprendimento .
Questa dimensione esistenziale si riflette anche nella scrittura, che rappresenta l’altro grande asse della sua opera. I suoi libri di viaggio, da Segreto Tibet a Ore giapponesi, coniugano rigore documentario e qualità letteraria, contribuendo a definire un genere ibrido che sfugge alle categorie tradizionali. La scrittura diviene così il luogo in cui si intrecciano le diverse esperienze – scientifiche, visive, esistenziali – che caratterizzano il suo percorso.
I contributi contenuti nel volume restituiscono con efficacia la complessità di una figura che Campione definisce giustamente «uno dei grandi outsider della cultura europea del Novecento» . Maraini, infatti, pur essendo riconosciuto e apprezzato, rimane sempre ai margini delle istituzioni accademiche e delle scuole dominanti, mantenendo una libertà intellettuale che costituisce la condizione stessa della sua originalità.
In conclusione, L’immagine dell’Empresente non è soltanto un omaggio a un grande autore, ma anche un contributo critico capace di illuminare le molteplici dimensioni della sua opera. Attraverso il dialogo tra i diversi saggi, emerge un’immagine coerente e articolata di Maraini, in cui antropologia, fotografia, scrittura e viaggio si configurano come aspetti di un unico progetto conoscitivo. Un progetto che, ancora oggi, appare di straordinaria attualità, invitando a ripensare i rapporti tra discipline, linguaggi e forme di esperienza.
La mia conoscenza dell’opera di Fosco Maraini risale all’epoca del liceo classico quando, per una sorta di innamoramento tipico degli anni giovanili, insieme ad alcuni compagni iniziammo a ripetere quasi ossessivamente i versi di una composizione dal titolo Il Lonfo, opera di un autore, per noi fino ad allora sconosciuto, che la professoressa di storia e filosofia ci aveva presentato come una delle personalità più straordinarie del Novecento europeo: «Il Lonfo non vaterca né gluisce/ e molto raramente barigatta,/ ma quando soffia il bego a bisce bisce/ sdilenca un poco e gnagio s’archipatta./ È frusco il Lonfo! È pieno di lupigna/ arrafferia malversa e sofolenta!».
Basterebbe questo riferimento poetico per comprendere la singolarità del personaggio e non a caso la monografia Fosco Maraini. L’immagine dell’Empresente. Oltre lo sguardo. L’uomo, il mondo, i viaggi si configura come un contributo di notevole rilievo nel panorama degli studi dedicati a una figura che sfugge alle classificazioni disciplinari tradizionali. Fin dall’introduzione, Francesco Paolo Campione colloca l’opera e la figura di Maraini nel contesto delle grandi trasformazioni dell’antropologia novecentesca, sottolineando come il suo lavoro si sviluppi «all’interno di tali paradigmi […] pur con una certa propensione per la scuola antropologica americana», ma giungendo a «un approccio in gran parte originale».
Maraini, infatti, pur formatosi in modo autodidatta e al di fuori delle istituzioni accademiche più rigide, elabora una metodologia fondata sull’osservazione diretta, sulla comparazione culturale e su una costante tensione tra universalismo e relativismo. Questa posizione è centrale per comprendere la sua opera. Come osserva ancora Campione, «forse più che un percorso di ricerca il suo fu un viaggio interiore», capace di fondere «un’analisi attenta […] con una prosa letteraria squisita e una documentazione visiva» di altissimo livello.
La cifra distintiva di Maraini risiede dunque nella capacità di superare la dicotomia tra scienza e arte, configurando una forma di conoscenza che è al tempo stesso empirica ed estetica. La biografia di Marainim, appare come una sequenza di esperienze che alimentano e sostengono questa visione.
Nato a Firenze nel 1912, in un ambiente cosmopolita e culturalmente ricco, egli sviluppa precocemente una curiosità per le culture extraeuropee, favorita dai viaggi familiari e dagli incontri con figure di rilievo della cultura italiana. Gli studi in Scienze naturali gli forniscono un metodo rigoroso, mentre l’interesse per la fotografia e il cinema documentario, già evidente negli anni Venti, prefigura l’integrazione tra linguaggi che caratterizzerà tutta la sua produzione.
La svolta decisiva avviene con i viaggi in Asia e, in particolare, con le spedizioni in Tibet al seguito di Giuseppe Tucci. Qui Maraini sviluppa un approccio etnografico fondato sull’osservazione partecipante e sull’uso della fotografia come strumento conoscitivo. Le immagini realizzate durante queste spedizioni non sono semplici documenti, ma veri e propri atti interpretativi, capaci di cogliere la dimensione simbolica delle culture osservate. Non a caso, alcune di esse costituiscono oggi testimonianze uniche di monumenti scomparsi dopo l’invasione cinese del 1951 .
Il rapporto tra fotografia e conoscenza è analizzato in profondità nel saggio di Moira Luraschi, che individua nella pratica fotografica di Maraini un «dispositivo epistemologico» centrale nella sua ricerca. La fotografia, lungi dall’essere un semplice mezzo di registrazione, diviene uno strumento per «conoscere a fondo cose e persone» . In questo senso, essa si integra con l’antropologia e con la scrittura, formando un sistema unitario di indagine.
Particolarmente significativo è il concetto di “empresente”, che dà il titolo al volume. Esso designa il momento in cui l’atto fotografico riesce a cogliere l’istante nel suo farsi, prima che scivoli nel passato. Come ricorda Luraschi, si tratta dell’«arte di dar la caccia al volto del presente» , un’operazione che implica non solo abilità tecnica, ma anche una profonda capacità interpretativa. L’empresente diviene così il punto di convergenza tra percezione, conoscenza e creazione artistica.
Questa concezione è strettamente legata alla figura del “citluvit”, il «Cittadino della Luna in Visita d’Istruzione sulla Terra», attraverso cui Maraini definisce il proprio atteggiamento nei confronti delle culture osservate. Tale prospettiva implica una distanza critica che evita sia l’identificazione ingenua sia il giudizio etnocentrico, consentendo una comprensione empatica ma non assimilante. In tal modo, Maraini anticipa alcune delle istanze più rilevanti dell’antropologia contemporanea, in particolare l’attenzione alla riflessività e alla posizione dell’osservatore.
Accanto alla dimensione antropologica e fotografica, il volume mette in luce altri aspetti fondamentali della sua personalità, tra cui l’alpinismo. Nel saggio di Antonio Massena, la montagna appare come uno spazio privilegiato di esperienza e di riflessione. Maraini non è un alpinista alla ricerca dell’impresa eroica, ma un osservatore che trova nella montagna una forma di conoscenza e di spiritualità. Come egli stesso afferma, «la montagna mi fa da chiesa», mentre l’incontro con gli uomini che la abitano costituisce un’altra fondamentale fonte di apprendimento .
Questa dimensione esistenziale si riflette anche nella scrittura, che rappresenta l’altro grande asse della sua opera. I suoi libri di viaggio, da Segreto Tibet a Ore giapponesi, coniugano rigore documentario e qualità letteraria, contribuendo a definire un genere ibrido che sfugge alle categorie tradizionali. La scrittura diviene così il luogo in cui si intrecciano le diverse esperienze – scientifiche, visive, esistenziali – che caratterizzano il suo percorso.
I contributi contenuti nel volume restituiscono con efficacia la complessità di una figura che Campione definisce giustamente «uno dei grandi outsider della cultura europea del Novecento» . Maraini, infatti, pur essendo riconosciuto e apprezzato, rimane sempre ai margini delle istituzioni accademiche e delle scuole dominanti, mantenendo una libertà intellettuale che costituisce la condizione stessa della sua originalità.
In conclusione, L’immagine dell’Empresente non è soltanto un omaggio a un grande autore, ma anche un contributo critico capace di illuminare le molteplici dimensioni della sua opera. Attraverso il dialogo tra i diversi saggi, emerge un’immagine coerente e articolata di Maraini, in cui antropologia, fotografia, scrittura e viaggio si configurano come aspetti di un unico progetto conoscitivo. Un progetto che, ancora oggi, appare di straordinaria attualità, invitando a ripensare i rapporti tra discipline, linguaggi e forme di esperienza.



