Giancarlo OlgiatiGiancarlo Olgiati, una quota rilevante della classe dirigente che negli scorsi decenni ha governato il Ticino era caratterizzata dalla comune appartenenza alla famiglia politica liberale. Quali erano i valori fondanti di quella cultura?

«Sono ormai lontani i tempi del primo dopoguerra della Seconda Guerra Mondiale in cui la scena politica era dominata da alcune figure di alto profilo culturale ed etico-politico. Allora i migliori si dedicavano alla politica con autentica passione civile che discendeva dai valori della Resistenza al nazifascismo (libertà e giustizia). Fra queste personalità, oltre a mio padre Libero, presidente del PLRT, mi piace ricordare Brenno Galli, l’uomo di Stato più importante di quella stagione, che diede una spinta decisiva alla modernizzazione del nostro Paese come testimoniano la legge tributaria più innovativa in Svizzera del e quella sull’ordinamento scolastico del 1958. La struttura del governo ticinese era molto più omogenea di quella di oggi, perché la cultura dei mezzi (dipartimento delle finanze) e quella dei valori (dipartimento dell’educazione e cultura) erano nelle stesse mani.

Ho sempre, come giovane appassionato di politica, vissuto intensamente la mia appartenenza alla famiglia liberale-radicale anche se non è stata marcata da un’incisiva politica di parte, poiché non ho mai voluto, dopo tre legislature in Gran Consiglio, seguire le carriere di mio padre e mio nonno Camillo (sindaci di Giubiasco, consiglieri nazionali e presidenti di Partito – il Partito Liberale Radicale Ticinese, mio padre, il Partito Democratico Ticinese, formatosi nell’opposizione al nazifascismo, mio nonno). In breve sintesi, mi sono sempre ispirato ai valori da loro praticati (di libertà, di giustizia, di attenzione ai più deboli e di una visione politico-culturale antitotalitaria), ma su tutto ha prevalso l’impegno per una formazione culturale liberale costantemente aggiornata che potesse essere utile a un’area di pensiero liberal-democratico. In talune circostanze (in particolare sulla Rivista “Ragioni Critiche” da me diretta) ho espresso la mia opinione cercando di coniugare una cultura dei mezzi (una buona gestione della finanza pubblica) e dei valori (libertà, giustizia, uguaglianza nei punti di partenza). Posso tranquillamente affermare di aver sempre ritenuto fondamentale che principi e azione politica coincidessero con l’interesse generale del Paese e non con interessi di parte. Oggi purtroppo l’apparenza tende a soverchiare la sostanza e troppo spesso si confondono interessi di parte del quotidiano con una visione politica e culturale di medio o lungo termine che è la sola che consente una selezione del miglior ceto dirigente. Questa tendenza a guardare al quotidiano senza alcun progetto e l’età che avanza mi hanno allontanato a poco a poco dall’impegno politico e culturale in un partito e in un’area liberaldemocratici.

Geo MantegazzaAnche Geo Mantegazza si muoveva nell’alveo di quella tradizione?

«Durante la Seconda Guerra Mondiale ricordo che la Famiglia Mantegazza, grazie al lavoro del padre di Geo, Antonio, gestiva un’attività di trasporto su barca tra le due sponde del Ceresio. Antonio era legato a Guglielmo Canevascini e a mio padre, da un rapporto d’amicizia. A riguardo, ricordo di avere partecipato con loro, nell’autunno del 1943, ad una traversata del lago Ceresio su una barca a motore di Antonio per raggiungere Caprino

Come tutti sanno, Canevascini fu il promotore con mio padre della formazione di un’alleanza di centro-sinistra (1947) che per più di vent’anni diede un impulso riformatore alla politica del Cantone (1947-68). Va detto che in quella traversata, questa alleanza aleggiava già nei loro discorsi, poiché Guglielmo e mio padre erano accomunati da un sentimento antifascista condiviso da Antonio e da una matrice ideale di libertà e giustizia che consentiva un rapporto coeso fra istanze liberali e istanze socialiste così necessario in un Paese povero.

Penso che questi valori della Resistenza al nazifascismo, oltre a quelli di matrice liberale, abbiano avuto un ruolo importante nella formazione di Geo Mantegazza.

A tal proposito, vorrei ricordare che Geo, negli anni più maturi, militò in Consiglio Comunale di Lugano nel Partito Liberale e portò nella politica comunale l’esperienza di un grande imprenditore, prendendo soprattutto di mira il rapporto fra il potere politico e quello burocratico. Ma fu anche protagonista su un argomento molto spesso male interpretato. In effetti, pochi come lui ebbero la capacità di promuovere in chiave ideale e liberale le esigenze dello sport inteso come pratica educativa e di assiduo lavoro che consentiva, in particolare ai giovani, alla società civile e alle istituzioni, di apprendere un metodo, che Geo aveva ben chiaro in testa: superare, grazie al suo mecenatismo e a una visione al di là delle fazioni, le difficoltà organizzative e sociali e creare un modello di gestione esemplare non solo per la Città e il Ticino ma anche per tutta la Svizzera. Vinse tre campionati svizzeri di seguito e questo esempio dell’HCL venne imitato da altri club nel campionato svizzero di hockey su ghiaccio. Ma insegnò questo comportamento virtuoso anche ai suoi figli: nella comunicazione al figlio Mario con la Rivista Ticino Welcome che cerca negli eventi più importanti una sintesi di informazione e formazione utile al Ticino ma pure alla Svizzera e alla comunità internazionale di lingua italiana; e alla figlia Vicky che riesce in condizioni difficili a mantenere l’HCL nelle fasce alte del campionato svizzero di hockey, sempre con uno spirito legato a un concetto esemplare di mecenatismo al servizio di una Città e dell’intero Paese. Geo, in una festa di Natale di quegli anni di successo, mi disse, e non fu per me una sorpresa, che sarebbe stato bello avere una squadra di hockey che rappresentasse l’intero Canton Ticino…

Giancarlo OlgiatiLe vostre strade si sono poi incrociate in riferimento alle scelte fatte dalla città di Lugano per lo sviluppo della cultura e dell’arte…

«Ricordo molto bene che nel 2009 mi incontrai con Bruno Corà, all’epoca Direttore del Museo d’Arte e coordinatore dei lavori del costituendo del Polo Culturale (LAC) della Città di Lugano, per discutere alcune ipotesi relative al progetto di conferire in donazione alla Città di Lugano, in modi e tempi tutti da concordare, la nostra Collezione d’arte. Le condizioni per me irrinunciabili erano la conclusione in tempi rapidi dei lavori per la realizzazione del LAC e la costituzione del MASI come esito della fusione fra il Museo Cantonale d’Arte, di cui per ventuno anni fui il Presidente degli Amici del Museo, e il Museo d’Arte della Città di Lugano.

In quella circostanza, ebbi modo di incontrare più volte Geo Mantegazza, a sua volta impegnato nei lavori di restauro del Palace, trasformato in un gioiello di architettura, che mi assicurò, con il suo ruolo e il suo peso politico, tutto l’appoggio possibile di fronte alla miope opposizione a questo grande progetto culturale e urbanistico.

Nonostante le difficoltà incontrate, quasi fisiologiche quando si è di fronte a un’opera di quelle dimensioni, il LAC è ormai oggi un potente centro poli culturale e questo risultato è sotto gli occhi di tutti. È stata pure ridisegnata l’urbanistica del centro di Lugano con la realizzazione di questo polo attrattivo che consente di accogliere cittadini e turisti visitatori interessati alla cultura, indirizzandoli al LAC dalla storica Piazza della Riforma attraverso Via Nassa, la via più importante della Città. Il Comune dispone ora di un complesso di spazi e strutture (LAC, MASI e la Collezione Giancarlo e Danna Olgiati) che lo mettono in grado di svolgere un ruolo competitivo ormai riconosciuto a livello internazionale nel campo dell’arte, della musica, del teatro e dello spettacolo. Questa realizzazione, che ha coinvolto tanto me quanto mia moglie Danna e Geo, va iscritta a un Municipio di indirizzo liberale con un Sindaco come Giorgio Giudici, uomo di visioni, e la Capodicastero alla Cultura, Giovanna Masoni, una persona capace di difendere con intelligenza e coraggio la realizzazione di questo progetto. In quegli anni Giovanna viaggiò per musei e mostre e nessuno fra i politici meglio di lei capì l’importanza della nostra Collezione».

L’incontro con il Futurismo, la principale Avanguardia storica italiana, ha significato l’inizio del legame, non solo artistico, con sua moglie Danna?

«Questo incontro risale a metà degli anni ’80 in un salone d’Arte internazionale a Venezia (SIMA). In quella fiera, complice Arman, mio amico e straordinario artista, ho conosciuto Danna che era titolare della galleria Fonte d’Abisso e molto stimata per le ricerche sul Futurismo e, in particolare, sul Catalogo Ragionato di Balla. Nel suo stand trovai i Balla, di cui ero alla ricerca, e pure mia moglie.

Negli anni successivi abbiamo insieme messo a punto il nostro progetto collezionistico. Danna è stata determinante per evidenziare le più belle opere futuriste e russe e per la formazione della biblioteca futurista che conta oggi più di 1250 titoli.

Le acquisizioni che nacquero successivamente furono sempre il risultato di uno scambio di reciproci interessi. Io più legato a collezionare i Nouveaux Réalistes e, quindi, l’Avanguardia contemporanea, lei più legata all’Avanguardia storica, in particolare al futurismo e ai russi.

Ben presto ci siamo convinti che per essere presenti nel panorama svizzero fosse necessario mettere al centro della Collezione l’Arte italiana e del sud delle Alpi, differenziandosi in tal modo dalle altre collezioni svizzere che guardavano a Parigi fino agli anni ’60 e poi a New York fino ai nostri giorni. Decisiva si è confermata la nostra scelta riguardo agli anni del secondo dopoguerra con le opere di Fontana, Manzoni, Burri, Castellani, e altri. Un capitolo a parte ha riguardato l’Arte Povera con l’acquisto di opere particolarmente significative dei suoi protagonisti (Kounellis, Pistoletto, Paolini, Boetti, per fare i nomi più presenti nella nostra Collezione). Negli anni ’90 abbiamo poi rivolto l’attenzione ad artisti europei oggi di fama internazionale come Kiefer, Gormley, Kapoor, Kabakov e, a cavallo degli anni 2000, ad artisti americani neo-astrattisti e neo-pop come Christopher Wool, Wade Guyton, Mark Grotjahn, Danh Vo e altri ancora. In estrema sintesi, il versante astrattista e la riflessione sull’oggetto hanno creato una continuità nella nostra ricerca di collezionisti e fornito il “fil rouge” che il mondo dell’Arte ci riconosce. Sulla base di questa considerazione, la Città di Firenze ha conferito alla nostra Collezione il “Premio Rinascimento+ della Città di Firenze” che è il premio più prestigioso di Arte italiana, in Italia e all’estero, per il collezionismo. La motivazione è stata che la nostra Collezione “è la più importante Collezione all’estero sull’Avanguardia (storica e contemporanea) italiana confrontata con il mondo”».

Ricorda delle occasioni in cui ha avuto modo di confrontarsi con Geo Mantegazza riguarda all’interesse che anche lui provava verso il mondo dell’arte?

«Nei primi anni dell’attività espositiva della nostra Collezione, Geo era solito venire a visitare le mostre e si intratteneva con me e Danna interessandosi agli artisti e ai loro lavori. Anche lui amava acquistare opere d’arte ed era particolarmente attento ad ascoltare giudizi e valutazioni critiche di chi riteneva avere la necessaria competenza e un’alta linea del gusto. Ricordo uno specifico episodio accaduto nella sua residenza di Brusino dove Danna, che Geo stimava molto per essere stata una gallerista di successo, ed io fummo folgorati da una bellissima opera cubista di Juan Gris. Tutti e tre ci fermammo a guardare a lungo quel dipinto e si capiva che Geo aveva un modo di avvicinarsi al mondo dell’Arte circondandosi di opere di qualità che facevano stare bene lui e i suoi ospiti nella sua bellissima abitazione. In particolare, quell’opera rivelava competenza e sensibilità, perché, si trattava di un dipinto fondamentale del primo cubismo (1913) nel percorso artistico del grande artista spagnolo».