Come è nata la sua passione per la fotografia e quali sono stati i passaggi che l’hanno portato a svolgere la professione di fotografo?

La passione per la fotografia è nata circa cinque anni fa, quando ancora lavoravo come chiropratico. Stavo passando un brutto periodo di salute a causa della malattia di Lyme cronica, cosa che ho scoperto accidentalmente dopo anni che vedevo deteriorare la mia condizione fisica. Dato che non ci sono cure chiaramente delineate da seguire, stavo provando un po’ di tutto, tra cui una dieta estremamente ferrea e priva di alcool che mi costringeva a cucinare a casa ogni singolo pasto. Essendo single e abituato ad uscire al ristorante e a fare aperitivi alla sera, questo mi impediva di socializzare come facevo normalmente, portandomi ad isolarmi sempre di più. Quando tornavo a casa dopo il lavoro mi sentivo da una parte stanco e dolorante per via della malattia e dall’altra depresso per la mancanza di stimoli. Così una sera, sdraiato sul divano e guardando il muro bianco del mio salotto, mi sono detto che sarebbe stato bello appenderci una bella foto su quello stupido muro e che quella foto l’avrei fatta io. Sarebbe stato anche un modo per tenere occupata la mente e trovare nuovi stimoli. Avendo una minima nozione di come scattare con una reflex, ho iniziato a viaggiare durante il fine settimana per fotografare, e più lo facevo più mi sentivo ispirato, avvertivo la fotografa come una cosa mia, personale, un mezzo creativo che mi permetteva di esprimermi con precisione e mi forniva un veicolo per conoscermi meglio. A ripensarci oggi la fotografia mi appare come una vera e propria terapia che mi ha aiutato a superare un periodo molto difficile.
Poi un giorno, dopo qualche mese che scattavo, decisi di stampare alcuni lavori presso un laboratorio che faceva stampe fine art a Milano, con l’intenzione di ottenere il massimo della qualità. Al mio ritorno lo stampatore era molto stupito e, chiedendomi se stessi organizzando una mostra, mi espresse la sua ammirazione e mi disse che se avessi voluto mi avrebbe messo in contatto con una galleria d’arte di Milano che si occupava di fotografia. Da lì a breve entrai in contatto con loro e iniziai a vendere le mie prime foto.  Questo primo contatto mi diede molta fiducia e mi fece comprendere come questa nuova passione poteva diventare una professione. Nei due anni successivi lavoravo sia come chiropratico che come fotografo, finché un giorno l’infiammazione creata dalla malattia di Lyme era diventata talmente insostenibile che mi era ormai difficile svolgere appieno il mio lavoro di chiropratico. Avevo dolori muscolo scheletrici dappertutto e mi resi conto che così non potevo continuare. Presi quindi la decisione che dovevo fermarmi e dedicarmi a me stesso, trovare un modo di gestire questa malattia, cosa che è avvenuta negli anni successivi, e dedicarmi a tempo pieno a questa nuova professione che è la fotografia».

Che cosa si intende per fotografia creativa e come essa è entrata nella sua ricerca artistica?

«La mia ricerca artistica è sempre stata volta a ricercare ed esprimere sensazioni e umori che molto spesso non trovano riscontro nella realtà così come la si percepisce. Non mi sono mai prefissato di usare la fotografia come mezzo per documentare la realtà in maniera oggettiva, riproponendo fedelmente città o paesaggi. Per quanto affascinanti essi possano essere, la mia ricerca è introspettiva, cerco quindi di adattare il soggetto fotografato ad una mia visione personale. Quindi, quando ricerco potenziali soggetti cerco sempre di vedere quanto questi si prestino ad una successiva reinterpretazione, in modo tale da renderli coerenti con ciò che cerco di esprimere. Da tutto questo nasce la necessità di modificare le foto in post-produzione: lavorando sul colore e la luce è possibile creare realtà che evocano sensazioni e sentimenti astratti, sensazioni difficili da afferrare ma che al tempo stesso lasciano lo spettatore sospeso al suo interno».  

È stato scritto che i suoi paesaggi, di solito solitari, ricordano talvolta i set cinematografici. Che cosa significa?

«Molto spesso nel cinema l’immagine è idealizzata, pulita da distrazioni e resa il più semplice possibile per conferire il messaggio in maniera chiara e d’impatto. Ed è un po’ quello che cerco di fare con le mie foto. Inoltre, molta della mia ispirazione proviene dai film che spesso guardo sul laptop, in modo da poter fare degli screenshot di inquadrature interessanti, così da studiarle successivamente e trovare ispirazione.  Probabilmente questo poi traspare successivamente nel mio lavoro».

Quali sono i principali progetti ai quali sta attualmente lavorando?

«Al momento sto lavorando su una serie di foto che ho scattato tra Francia, Spagna e Portogallo. La mia intenzione è di ricreare con geometrie molto precise scene di strada totalmente ricostruite in post produzione. Per fare un esempio, partendo da una scena turistica scattata intorno ad una fontana in una corte interna del Louvre a Parigi, ho scattato dallo stesso punto di vista, usando il treppiede, circa 300 foto alla fontana cercando di catturare momenti in cui le persone facessero qualcosa di interessante. Successivamente scelgo e sovrappongo in un’unica foto alcune delle persone interessanti disponendole in modo preciso tra di loro, ed elimino tutto il resto. Il risultato è un momento inesistente costruito da singoli momenti colti nella realtà».

Attività creative e artistiche occupano un posto importante all’interno della sua famiglia. In che misura ne è stato influenzato o condizionato?

«Nonostante mio nonno materno sia stato un cantante di discreto successo fondando il Quartetto Cetra negli anni Cinquanta a Roma, e che dal lato romano della famiglia ci siano state e ci siano figure importanti nel mondo del doppiaggio italiano, in casa l’arte non è mai stata al centro del discorso se non fino a tempi recenti. Circa una quindicina di anni fa, analogamente a come sono arrivato io alla fotografia, mia mamma ha scoperto la pittura durante un periodo di grande crisi. È stata una vera esplosione, dal nulla ha incominciato a dipingere con grande talento e capacità, lasciandoci tutti sbalorditi e ammirati. Si è poi evoluta sperimentando la scultura e da allora è sempre impegnata in una continua ricerca di nuove ispirazioni e idee da concretizzare. Forse nel caso di mia mamma ed io, l’arte era qualcosa che scorreva in profondità nella famiglia e che aspettava il momento giusto per manifestarsi».