Chiaro, le motivazioni dirette sono evidenti nei fatti degli ultimi 8 anni, ma non si può nascondere il peso delle frizioni lasciate dal crollo dell’URSS. Le mire di riconquista sempre presenti in una parte del potere russo, l’antipatia di Putin per ogni forma di avvicinamento dei Paesi confinanti con il blocco occidentale, la paura di nuove “annessioni” all’Unione Europea…
Fino a ieri sembrava che tutto potesse limitarsi a una nuova guerra fredda. Il blocco diplomatico ed economico pareva quasi come una speranza, ma persino quella è stata disattesa. Alle 4 di questa mattina – ora italiana – Vladimir Putin, presidente russo, ha dato ordine di attaccare l’Ucraina. Già tre giorni fa – lunedì 21 — il Cremlino aveva ordiNATO l’ingresso di truppe nelle regioni separatiste del Donbass, una regione a sud-est del Paese, dove Putin aveva ufficialmente riconosciuto e appoggiato l’indipendenza dei separatisti filorussi.
E filorusso era anche Viktor Yanukovich, il presidente che reggeva l’Ucraina nel febbraio del 2014, quando il popolo aveva rovesciato il governo, come atto di forza contro la decisione del presidente di non firmare il Trattato di associazione fra l’Ucraina e l’Unione Europea. All’istaurazione di un governo ad interim filoeuropeo non riconosciuto da Mosca, Putin aveva risposto annettendo la Crimea e incoraggiando appunto la rivolta dei separatisti filorussi nel Donbass.
L’attuale presidente ucraino Volodymyr Zelensky — eletto nel 2019 — ben interpreta il sentire della popolazione, specialmente quella più giovane, ed è quindi vicino a posizioni europeiste e filo occidentali.
Ma le motivazioni di Putin sono tante e sembrano avere, come si diceva, radici molto più “antiche”. Il capo del Cremlino non ha mai digerito la perdita dell’Ucraina da parte della Russia, che a suo dire deterrebbe ancora oggi un «diritto storico», che deriva proprio dalla distribuzione territoriale che ha definito i confini di un’abbondante porzione di mondo tra Europa e Asia, fino al crollo dell’Unione Sovietica, nel 1991. In un lungo articolo (lunghi sono sempre gli interventi di Putin, in Tv o sui giornali), lo ha scritto chiaramente: Russia e Ucraina sono un’unica nazione, separate per errore da quella che lo stesso Putin ha definito «la più grande catastrofe geopolitica» della storia.
Ma perché il conflitto si è inasprito proprio in questi ultimi mesi? Le ragioni sono solo politico/territoriali o c’è altro?
Putin, si sa, coltiva la tendenza a controllare l’opinione pubblica e a difendere gli amici. Ecco allora che la scelta dell’Ucraina, lo scorso anno, di approvare una legge che proibisce a 13 oligarchi di possedere mass-media per influenzare la politica, ha colpito direttamente Viktor Medvedchuck, petroliere e l’amico di Putin, uno degli uomini più ricchi del mondo. Medvedchuck — che oggi è ancora ai domiciliari — è il leader del principale partito filorusso in Ucraina ed è proprietario di un impero televisivo, utilizzato per influenzare la politica nazionale con mire palesemente filorusse. Non a caso, poco dopo il suo arresto, Putin ha cominciato ad ammassare truppe al confine.
Ragioni internazionali
Fin qui, le motivazioni di Putin potrebbero apparire tutto sommato locali, quasi personali. Ma in realtà c’è molto di più. In questa partita giocano la NATO e l’Unione Europea.
Già dal 2008, Kiev – ostacolata da Mosca – stava lavorando per entrare nell’Alleanza atlantica. Ma, il perenne stato di conflitto proprio con la Russia, ne ha impedito l’ingresso, dato che la NATO non può accettare nuovi membri già coinvolti in conflitti. (È doveroso sottolineare che in questo momento l’Ucraina non potrebbe comunque entrare nell’Alleanza, a causa della corruzione che dilaga nella politica interna e del sistema governativo e legislativo considerati necessari di importanti riforme democratiche).
Ma, anche se in tempi non brevi, il realizzarsi di questo sogno ucraino, sarebbe l’inizio di un incubo per Putin, basti pensare che le ambizioni filo-occidentali di Kiev hanno già risvegliato gli stessi istinti in Finlandia e Svezia, che Mosca vorrebbe tenere invece fuori dal Trattato nordatlantico e in generale da un’influenza geopolitica diretta dell’occidente.
Il Cremlino vuole invece, al contrario, mantenere la sua sfera d’influenza nell’area. Anzi, possibilmente ripristinarla com’era prima del 1997, quando la NATO ancora non comprendeva le ex-Urss (o simpatizzanti tali) Repubblica Ceca, Ungheria, Polonia, Bulgaria, Estonia, Lettonia, Lituania, Romania, Slovacchia, Slovenia, Albania, Croazia, Montenegro e Macedonia del Nord.
Questo significherebbe che la NATO dovrebbe ritirare le proprie truppe dalla Polonia e dalle tre repubbliche baltiche, oltre che i propri missili da Polonia e Romania. Abbastanza fantascientifico! A meno che…
A meno che il mondo non decida di prendere sul serio le minacce atomiche di Putin: a margine dell’incontro del 7 febbraio con Macron, il presidente russo non ha usato mezzi termini: «Lo capite o no che se l’Ucraina entra nella NATO e tenta di riprendersi la Crimea con mezzi militari, i Paesi europei saranno automaticamente trascinati in una guerra con la Russia? Ovviamente i potenziali militari di Russia e NATO sono imparagonabili, e lo sappiamo. Ma sappiamo anche che la Russia è uno dei Paesi dotati di armamenti nucleari, e che per alcune componenti supera il livello di diversi Paesi. Non ci saranno vincitori. Voi europei sareste trascinati in una guerra contro la vostra volontà».