Il settore lattiero-caseario ticinese si prepara a una fase nella quale la collaborazione tra i diversi protagonisti dovrebbe assumere un peso maggiore. Sono infatti avanzati i lavori per la costituzione dell’Interprofessione lattiero-casearia ticinese, organismo pensato per riunire attorno allo stesso tavolo i principali soggetti coinvolti nella produzione, trasformazione e commercializzazione del latte e dei suoi derivati.
L’iniziativa nasce dalla necessità di affrontare con strumenti condivisi alcune delle difficoltà che interessano il comparto. Il mercato dei prodotti lattiero-caseari, i costi di trasporto particolarmente rilevanti per un Cantone periferico rispetto ai grandi centri di distribuzione e la necessità di ampliare gli sbocchi commerciali sono tra gli elementi che hanno portato gli operatori a cercare una maggiore integrazione.
Il percorso coinvolge produttori, trasformatori e Grande distribuzione organizzata, con il contributo della ristorazione. A sostenere il processo sono il Centro di Competenze Agroalimentari Ticino (CCAT) e la Sezione dell’agricoltura, mentre le organizzazioni direttamente impegnate sono l’Unione contadini ticinesi (UCT), la Federazione ticinese produttori di latte (FTPL) e la Società Ticinese di Economia Alpestre (STEA).
L’obiettivo, almeno nelle intenzioni, non è soltanto creare un nuovo organismo rappresentativo. La sfida consiste soprattutto nel costruire una modalità di lavoro capace di mettere in comune informazioni, dati e competenze oggi distribuiti tra soggetti con interessi e funzioni differenti.
Dai problemi di mercato ai costi della logistica
Il punto di partenza è una situazione nella quale la produzione locale deve confrontarsi con condizioni non sempre favorevoli. Per il settore ticinese, la dimensione relativamente contenuta del mercato interno si somma ai costi legati alla logistica e al trasporto, rendendo più complesso competere e trovare nuovi canali di vendita.
È su questo terreno che si inserisce il lavoro del CCAT. Il presidente dell’organizzazione e segretario agricolo dell’UCT, Sem Genini, individua nella collaborazione tra le diverse componenti della filiera uno degli strumenti per affrontare le difficoltà di commercializzazione e i costi che gravano sul settore.
Il percorso sostenuto dal CCAT, con la Sezione dell’agricoltura, punta quindi a favorire un confronto trasversale tra gli operatori. La logica è quella di superare una gestione separata delle singole problematiche per cercare soluzioni che tengano conto dell’intero percorso del prodotto, dalla stalla fino al consumatore.
È un passaggio tutt’altro che secondario. Nel comparto agroalimentare, infatti, la capacità di produrre non coincide necessariamente con quella di collocare sul mercato un prodotto a condizioni economicamente sostenibili. Tra produzione, trasformazione, distribuzione e consumo esistono interessi diversi che devono trovare un punto di equilibrio.
Un organismo con produttori, industria e distribuzione
La futura Interprofessione dovrebbe proprio rappresentare questo tentativo di coordinamento. Il progetto mette infatti in relazione realtà che occupano posizioni differenti nella catena del valore, includendo anche la Grande distribuzione organizzata.
Per Mattia Keller, direttore di Migros Ticino, l’elemento centrale dell’iniziativa è il confronto tra sensibilità e competenze differenti. La presenza della distribuzione organizzata viene considerata rilevante perché consente di affiancare alla prospettiva produttiva quella legata alla commercializzazione e alle abitudini d’acquisto.
La questione non riguarda dunque soltanto la quantità di latte prodotta in Ticino, ma la capacità di trasformare una materia prima locale in una gamma di prodotti che possa trovare una domanda sufficientemente ampia.
Da questo punto di vista, l’Interprofessione potrebbe diventare uno spazio nel quale discutere anche di posizionamento, trasformazione, prezzi, distribuzione e comunicazione. Saranno tuttavia i risultati concreti del percorso a determinare quanto il nuovo modello riuscirà a incidere sulle dinamiche del settore.
Il ruolo della ristorazione
Tra gli interlocutori chiamati a partecipare al progetto c’è anche il mondo della ristorazione. Un canale che, per i prodotti locali, può assumere una funzione diversa rispetto alla vendita al dettaglio: non soltanto luogo di consumo, ma anche strumento per far conoscere e rendere riconoscibili le produzioni del territorio.
Gabriele Beltrami, direttore di GastroTicino, richiama in particolare il ruolo di Ticino a Tavola, iniziativa che riunisce i ristoranti che utilizzano prodotti ticinesi.
Il collegamento con la ristorazione viene quindi considerato una possibile leva per aumentare la presenza dei prodotti lattiero-caseari locali nei consumi quotidiani e, allo stesso tempo, rafforzare il rapporto tra prodotto, territorio e cliente.
La questione della fidelizzazione è significativa soprattutto per un comparto nel quale la concorrenza non si gioca esclusivamente sul prezzo. La provenienza della materia prima, le modalità di trasformazione e la riconoscibilità del prodotto possono contribuire a costruire un valore aggiunto, ma devono essere accompagnate da una distribuzione capace di raggiungere effettivamente il consumatore.
Non solo mercato: anche ricambio generazionale e investimenti
Il progetto dell’Interprofessione si colloca inoltre all’interno di una discussione più ampia sul futuro dell’agricoltura ticinese. Il capo della Sezione dell’agricoltura, Daniele Fumagalli, sottolinea infatti come alle tradizionali forme di consulenza e sostegno economico si affianchi la necessità di favorire una maggiore capacità di collaborazione.
Gli interventi pubblici riguardano, tra gli altri aspetti, le migliorie strutturali e gli avvicendamenti generazionali. Due questioni che hanno un impatto diretto sulla continuità delle aziende agricole e sulla possibilità di mantenere una produzione locale nel medio e lungo periodo.
Il ricambio generazionale costituisce in particolare una delle variabili decisive per il futuro del settore. La disponibilità di giovani disposti a proseguire l’attività agricola dipende anche dalla sostenibilità economica delle aziende e dalla possibilità di operare in una filiera capace di garantire sbocchi commerciali adeguati.
Da qui l’interesse per una struttura che non si limiti a rappresentare gli operatori, ma che possa contribuire a individuare modalità più efficienti di organizzazione e cooperazione.
Un nuovo studio per capire dove può andare il comparto
Parallelamente alla nascita dell’Interprofessione è stato avviato un secondo percorso destinato a fornire elementi utili per le decisioni future. FTPL, UCT e STEA, con il coordinamento del CCAT e il sostegno della Sezione dell’agricoltura, hanno infatti commissionato l’aggiornamento dello studio strategico dedicato al futuro della filiera lattiero-casearia ticinese.
Il lavoro è stato affidato ad Agridea, Associazione svizzera per lo sviluppo dell’agricoltura e dello spazio rurale, e alla Hochschule für Agrar-, Forst- und Lebensmittelwissenschaften (HAFL) di Zollikofen.
La conclusione dello studio è prevista per l’inizio del 2027. La sua funzione sarà quella di mettere a disposizione una base analitica aggiornata sulla quale costruire le successive decisioni.
Sibilla Quadri, direttrice del CCAT, indica proprio nell’individuazione delle misure necessarie a rafforzare il posizionamento dei prodotti uno degli obiettivi principali della ricerca. Il riferimento è sia al mercato ticinese sia alla possibilità di raggiungere consumatori al di fuori del Cantone.
Il tema degli sbocchi oltreconfine non è nuovo per l’economia ticinese, ma assume caratteristiche particolari nel caso dei prodotti freschi e trasformati. Costi logistici, quantità disponibili, caratteristiche della domanda e organizzazione della distribuzione possono infatti incidere in modo significativo sulla convenienza di una strategia di espansione.
Dalla materia prima al prodotto trasformato
Uno degli aspetti sui quali il settore sembra voler concentrare l’attenzione riguarda la capacità di aumentare il valore generato dalla materia prima.
La produzione di latte, da sola, non esaurisce infatti il potenziale economico della filiera. La trasformazione in formaggi, latticini e altri prodotti consente di differenziare l’offerta e di intercettare segmenti di mercato differenti. Ma perché questa possibilità diventi una reale opportunità economica sono necessari investimenti, organizzazione e una conoscenza più precisa della domanda.
Il nuovo studio dovrebbe contribuire proprio a definire scenari e misure concrete, valutando modelli di sviluppo sostenibili e possibili interventi sui processi produttivi.
La parola chiave, in questo caso, è coordinamento. Una maggiore integrazione tra chi produce, chi trasforma e chi vende potrebbe permettere di evitare sovrapposizioni, individuare nuove opportunità e affrontare in modo più strutturato le difficoltà che emergono lungo la filiera.
Competitività e identità territoriale
Valerio Morosi, presidente della FTPL, interpreta la costituzione dell’Interprofessione come un passaggio verso una maggiore condivisione delle scelte sul futuro del comparto. Tra gli obiettivi indicati c’è anche quello di aumentare la competitività del latte ticinese e dei prodotti ottenuti dalla sua trasformazione.
Il riferimento al territorio resta centrale. La produzione lattiero-casearia è infatti legata non soltanto alle aziende e agli impianti di trasformazione, ma anche alla presenza dell’agricoltura nelle aree rurali e montane.
È un aspetto che interessa direttamente anche la STEA, rappresentata nel progetto dal presidente Alex Farinelli. Secondo Farinelli, la futura Interprofessione e il nuovo studio strategico costituiscono due componenti dello stesso percorso: da una parte una struttura permanente di confronto, dall’altra un’analisi destinata a individuare possibili direzioni di sviluppo.
La prospettiva indicata è quella di una filiera più coordinata, ma anche orientata all’innovazione e alla sostenibilità economica.
Il passaggio decisivo sarà dalle intenzioni ai risultati
La costituzione dell’Interprofessione rappresenta quindi un tentativo di affrontare con un approccio unitario questioni che finora hanno coinvolto soggetti diversi. La sua efficacia dipenderà però dalla capacità di trasformare il dialogo in decisioni operative.
Il prossimo passaggio sarà comprendere quali strumenti verranno individuati e, soprattutto, quali potranno essere concretamente applicati dalle aziende. Il settore dovrà continuare a confrontarsi con costi, dimensioni del mercato, concorrenza e cambiamenti nelle abitudini dei consumatori.
In questo senso, il 2027 potrebbe rappresentare un momento importante. L’arrivo dello studio aggiornato dovrebbe fornire una fotografia più precisa della situazione e, contemporaneamente, indicare possibili scenari.
La filiera lattiero-casearia ticinese si trova dunque davanti a un doppio percorso: costruire un luogo stabile di confronto tra gli operatori e, parallelamente, dotarsi di strumenti analitici per decidere quali strategie adottare. Il risultato non sarà determinato dalla nascita formale di un nuovo organismo, ma dalla sua capacità di incidere sulla produzione, sulla trasformazione e sulla vendita.
Per un settore che deve tenere insieme dimensione agricola, industria alimentare, distribuzione e consumo locale, la sfida sarà trovare un equilibrio tra sostenibilità economica e valorizzazione delle produzioni ticinesi. L’Interprofessione nasce con questo obiettivo. I prossimi mesi diranno quanto il progetto riuscirà a trasformare una collaborazione ancora in costruzione in una vera strategia comune.
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