Quali alterazioni possono determinarsi, da un punto di vista emozionale, per il fatto di trovarsi a confronto con una malattia globale che rimanda alla memoria di epidemie di secoli lontani?

«Siamo anzitutto confrontati con l’angoscia che deriva da un pericolo invisibile, senza volto ma che allo stesso tempo potrebbe avere il volto di ognuno di noi, perché tutti abbiamo ormai capito che possiamo essere contagiati e vettori del contagio: “vittime e carnefici”. In secondo luogo l’ambiente surreale – città quasi deserte, strade vuote, silenzio – nel quale stiamo vivendo ci misura con i nostri limiti, la nostra umanità e la nostra fragilità in un modo rude al quale la nostra società postmoderna non è più abituata. Le limitazioni imposte alla nostra libertà di movimento, necessarie per tutelare l’interesse superiore della salute collettiva, acuiscono ulteriormente la sensazione di essere di fronte a qualche cosa di estraneo, di sconosciuto e per questo di potenzialmente minaccioso. In terzo luogo tutto ciò ci costringe fatalmente, e nostro malgrado, al confronto con alcuni dilemmi esistenziali che ci illudevamo non facessero più parte della nostra vita quotidiana: ovvero l’esperienza della solitudine, la gestione della libertà e l’incontro con la morte. Riscopriamo perciò il senso di finitezza e di destino a volte ineluttabile, mentre sembra svanire nel nulla l’idea a noi così familiare che tutto è possibile».

Quali meccanismi psicologici possono aiutare ad adattarsi alle disposizioni imposte dalla nuova situazione?

«Come gestire anche lo stato d’isolamento e solitudine determinato dalla sospensione della vita sociale? In primo piano va posta la questione dei limiti che normalmente non consideriamo un pregio ma all’opposto una vergogna: il fatto che per dare valore a ciò che siamo dobbiamo potere riconoscere e convivere con il dolore derivante da ciò che ci manca, è un concetto oggigiorno quasi impensabile. La nostra società ha sostituito la disciplina, l’obbedienza e il senso del dovere con l’indipendenza dalle convenzioni sociali e l’autogestione: è anche per questo motivo che il “fermarsi e rimanere a casa” ha dovuto essere imposto dalle autorità, causando in noi un sentimento di frustrazione. L’adattamento in questo caso presuppone quindi l’inevitabile convivenza con dei vissuti sgradevoli come appunto la frustrazione ma anche la solitudine e la lontananza che accompagnano l’inattesa separazione dalla nostra quotidianità e dai nostri affetti. La facoltà di tollerare questi vissuti dipende dal nostro grado di separatezza, vale a dire dalla capacità psicologica di riconoscerci come degli individui “a pieno titolo”, integri, sufficientemente autonomi e perciò in grado di stare anche da soli. Questa capacità si sviluppa in noi progressivamente a partire dalle prime relazioni significative dell’infanzia ed è soggetta ad essere messa alla prova nei momenti importanti della nostra vita, ad esempio quando siamo chiamati ad affrontare un cambiamento. La situazione attuale ci confronta perciò con la fiducia di base in noi stessi».

In particolare, quali sono i comportamenti da adottare per imparare a gestire l’ansia?

«Durante una situazione insolita che ci sorprende è comprensibile sentirsi spaesati, provare paura e anche ansia. Quest’ultima però spesso, al contrario della paura, non ha un oggetto specifico ma è invece una sensazione diffusa d’inquietudine che viviamo in noi e che ci spinge ad agire, purtroppo di frequente in maniera inefficace: ad esempio seguendo in modo compulsivo le notizie dell’ultima ora trasmesse dalle varie fonti e ricavandone soltanto l’impressione di essere ancor più confusi. In un simile contesto sentiamo il bisogno di ripristinare il nostro sentimento di benessere e di sicurezza ma il fatto che le nostre abitudini si siano capovolte al di là della nostra volontà non ci facilita il compito. Per questo motivo in questo momento si avverte molto nelle persone la necessità di vicinanza, di calore e di rassicurazione: gli striscioni “#andratuttobene” apparsi sui balconi un po’ ovunque sembrano esserne la testimonianza. Quindi i mezzi elettronici di comunicazione, dei quali molte volte facciamo cattivo uso, adesso ci possono utilmente servire per sentire la presenza dell’altro, uscire da una condizione di faticoso isolamento e ristabilire un certo senso di continuità nella nostra vita sociale. Anche l’impressione di sentirsi disarmati e di non avere il controllo della situazione è diffusa, e questo porta con sé il rischio di subire passivamente gli eventi. Di conseguenza è fondamentale potere riconquistare un ruolo proattivo focalizzando la nostra attenzione sugli aspetti quotidiani sui cui abbiamo la facoltà d’intervenire direttamente e concretamente, come ad esempio la gestione dei tempi e dei ritmi di vita all’interno delle mura domestiche oppure scegliendo da quali canali attingere le informazioni. Oltre alla dimensione concreta è tuttavia molto importante non trascurare quella emotiva ed affettiva cercando di dare ascolto sia alle nostre emozioni, per quanto sgradevoli e contrastanti, sia ai vissuti di chi ci è accanto. A questo proposito capita che i bambini ci vengano in aiuto con la loro spontaneità e curiosità. Essi hanno la necessità e anche il diritto di sapere come stanno le cose: prendersi del tempo per spiegare loro cosa è un virus, quali pericoli può comportare ammalarsi, che si può morire ma che si può pure guarire, che ci si può adeguatamente proteggere, ecc. Tutto ciò consente di condividere le paure ma anche le speranze: spiegare ai bambini che non va sempre tutto bene e che la vita non è sempre garantita li prepara ad affrontare meglio le possibili future avversità e obbliga al contempo l’adulto a non negare le proprie emozioni».

Quali conseguenze si potrebbero determinare, una volta passata l’emergenza, nei comportamenti sociali e individuali delle persone?

«Alcuni parlano già di “un prima e un dopo” la pandemia evocando possibili cambiamenti sociali a livello globale e strutturale. Altri ci incoraggiano a “tenere duro adesso” e restare a casa per “ripartire come prima appena possibile”, e forse con ancora maggiore slancio. Queste contrapposizioni suscitano alcuni interrogativi. Ritengo che la crisi che ci sta sconvolgendo sia anche il frutto marcio di un tipo di speculazione che mira unicamente a realizzare un profitto massimo ed immediato e in nome del quale abbiamo esportato i nostri problemi convinti di ricavarne soltanto ricchezza: questa volta la natura si è ribellata e ci ha ricambiato con il veleno, il virus. Ma una volta passata cosa rimarrà di questa esperienza collettiva dirompente? La psicoanalisi ha chiarito che l’uomo può dare vita alla società civile, quindi una società che si occupa anche dei più deboli, solo se l’individuo rinuncia ad una parte della sua libertà: ma tale rinuncia implica ovviamente dei sacrifici e delle limitazioni nella realizzazione dei propri desideri pulsionali o per lo meno il fatto di non poterli soddisfare sempre immediatamente. Saremo dunque in grado di ritornare a porci la domanda cruciale “Questo lo posso fare, è lecito?” Oppure continueremo come se nulla fosse stato facendo tutto ciò che ci passa in mente per il semplice motivo che ci piace farlo? Saremo capaci di investire a lungo termine e reggere le frustrazioni derivanti dal dovere aspettare prima di raccogliere i frutti maturi? Potremo tollerare meglio il fatto che scegliere vuole dire anche rinunciare? Sapremo ritrovare in noi stessi le basi della nostra sicurezza e rafforzarci o avremo ancora così bisogno delle conferme degli altri alimentando a dismisura i nostri sentimenti di vuoto e d’inadeguatezza? Credo che se sarà possibile affrontare tutti assieme con determinazione e coraggio questi interrogativi, l’angoscia che stiamo vivendo oggi non sarà stata inutile, potrebbe anzi prefigurare un futuro migliore nel quale la prosperità non implichi per forza l’avidità e l’autodistruzione. Viceversa se tutto terminasse con un “#” qualsiasi, segno non solo dell’attuale bisogno profondo di vicinanza ma anche della futilità e della bramosia di apparire e di ricevere consensi, avremo vissuto un dramma senza senso, un’esperienza inutile perché non ci ha insegnato nulla».