La cosa che colpisce maggiormente di Luca Gianinazzi – head coach dell’Hockey Club Lugano – è che è realmente interessato a chi gli sta davanti. Che tu sia l’intervistatore poco importa, alla fine la chiacchierata “off the record” sarà più lunga di tutto il girato. E forse è anche grazie a questa sua voglia di conoscere il prossimo che è riuscito ad arrivare fino a lì, fino a quella transenna che in fin dei conti in cuor suo sapeva, o per lo meno sperava, di poter raggiungere prima o poi. La panchina del Hockey Club Lugano non è un punto d’arrivo, non può certo esserlo per chi di anni non ne ha ancora 30, è probabilmente la logica evoluzione della sua carriera, del suo rapporto con l’hockey. Un amore, quello per il disco, nato grazie ai fratelli: «Ne ho due, rispettivamente di 5 e 7 anni in più, ed entrambi giocavano a hockey. Li vedevo e volevo essere come loro, alla fine ho rotto così tanto le scatole alla mamma, che mi ha portato. Avevo tre anni la prima volta che ho provato, lei sperava mi spaventassi… invece sono ancora qua oggi».
Da quella prima volta, alla prima da allenatore del Lugano, di cose nel mezzo ce ne sono state molte, così come di allenamenti e partite, disputate sempre con un bastone in mano. A cambiare, a volte, era il tipo di calzatura: «Ho giocato a unihockey e per tanti anni a skater. Anche negli ultimi anni, d’inverno a hockey, d’estate a skater».
La volontà è però sempre stata quella di vestire la maglia del Lugano, squadra del cuore e squadra che l’ha formato. Ma le cose non sempre vanno come si spera, la realtà e i sogni possono prendere due strade ben distinte. Non è stato questo il caso di Luca Gianinazzi, che almeno in parte i suoi obiettivi iniziali li ha raggiunti, ma in ogni caso ha dovuto rivedere il suo percorso: «Sono arrivato a mettere i piedi un po’ in prima squadra, ma non stabilmente. Ho provato allora a scendere in serie B, a farmi una carriera lì per poter tornare in A. Ma a 24 anni mi sono reso conto che la massima serie era solo un sogno e non un obiettivo reale, quindi ho cambiato le mie priorità. Volevo andare a Zurigo a studiare scienze della salute. Non volevo smettere, volevo andare là con l’idea di studiare e giocare in prima lega per pagarmi un po’ gli studi. Il focus in quel momento era più sulla parte scolastica che sull’hockey».
Dalle passioni più viscerali è però difficile allontanarsi troppo e Luca lo sa bene. È infatti bastata una chiamata a fargli tornare quella smania di ghiaccio, una chiamata che di fatto gli ha cambiato la vita: «Krister Cantoni mi ha proposto di andare a fare il vice allenatore assieme a lui nella U17. Non avevo idea se quella sarebbe stata la mia strada, ma dopo 10 minuti ho capito che sì, quella era la cosa che volevo fare».
C’è chi allenatore ci nasce, chi lo diventa. Luca è un po’ l’uno e un po’ l’altro, ma per perfezionarsi decide di partire per la Finlandia, una delle grandi scuole europee dell’hockey, per studiare Management e Coaching: «Era tutto fatto, avevo già trovato l’appartamento e persino una squadra U17 da allenare. Era stata una decisione presa assieme al Lugano, dopo i tre anni di laurea avrei contattato l’Hockey Club Lugano come prima squadra. Ma a una settimana dalla partenza è arrivata un’altra chiamata… Il Lugano mi ha proposto di allenare la U20 e ho accettato, rinunciando alla Finlandia».
Gianinazzi resta in Ticino e si perfeziona sul campo: con gli U20 Elit in cinque anni conquista un terzo e un secondo posto, oltre a una semifinale interrotta dalla pandemia. Numeri di tutto rispetto. Il suo nome comincia a circolare all’interno dell’ambiente bianco-giallo-nero. Lui dimostra di saperci fare e la società sa che in futuro potrà contare sul suo apporto. Quello che la dirigenza non sa è che quel futuro è più vicino di quello che ci si possa immaginare. L’8 ottobre arriva infatti il comunicato del Lugano: «Luca Gianinazzi è il nuovo head coach». Ci risiamo, è una terza chiamata a indirizzare la sua vita: «Non ho avuto molto tempo per decidere. Ho chiamato subito mia moglie, ma avevo già scelto, era più per comunicarglielo. Ovviamente le ho chiesto un parere, ma ne avevamo già discusso in passato, perché sapevamo entrambi che un giorno sarebbe potuta arrivare questa occasione. Quindi sapevamo a cosa saremmo andati incontro, perché alla fine è una decisione che cambia sì la mia vita, ma anche la sua e di tutta la famiglia».
Dopo le telefonate e i messaggi di rito (oltre 450 quelli ricevuti su WhatsApp), Gianinazzi deve immediatamente fare mente locale, perché la sera stessa c’è una partita da preparare: «L’attesa è stata la cosa più complicata da gestire. Mi si era un po’ chiuso lo stomaco durante la giornata, ho mangiato poco. Ma una volta che sono arrivato in panchina ero talmente concentrato su quello che c’era da fare che non ho avuto molto tempo per pensare a cosa stesse accadendo».
Più in generale, il suo compito è quello di ridare smalto a un Hockey Club Lugano lontano dai suoi standard. Un compito non facile a 29 anni, ma il nuovo allenatore del Lugano preferisce non guardare la carta d’identità e a chi storce il naso, mostra le sue idee: «Non credo che la mia età sia uno svantaggio. L’importante è essere autentici, perché vieni valutato per quello che porti, non per gli anni che hai. Ora abbiamo iniziato un percorso, basato su alcuni punti chiave: mettere l’avversario sotto pressione e colpirlo in transizione quando non è pronto. È lì che hai un grosso vantaggio. Cerchiamo poi di tenere il disco il più possibile e di avere i nostri cinque uomini vicini. È un gioco un po’ diverso rispetto a prima».
Per vedere il Lugano ad immagine e somiglianza del suo coach, servirà tempo: «È un progetto a lungo termine. Il mio obiettivo è quello di vincere la prossima partita, ma se facessi di tutto solo ed esclusivamente per vincere quella partita e poi non dovesse succedere, saremmo ai piedi della scala. Voglio mettere delle basi forti su cui costruire, il successo diventa una conseguenza di quello che siamo e non l’unico focus che abbiamo».
Nel frattempo la strada è stata intrapresa e Luca Gianinazzi di chilometri assieme al suo Lugano ne vuole percorrere ancora molti.