Giulia Genini è affascinata dalla Musica Antica e del Barocco classico, che per il rigore e la struttura numerologica del messaggio musicale del periodo (basti pensare a Bach) obbliga l’esecutore a conformarsi a interpretazioni scevre da emozioni troppo personali, da cui con l’ossequio al genio e alla partitura, nasce la grande interpretazione. Anche qualche secolo più tardi, in un tempo denso di passioni e di emozioni rinascimentali, Verdi stesso consigliava di “non cedere alla interpretazione, perché è una strada che porta all’abisso”.
Giulia Genini, oggi affermata musicista, in simbiosi con questo rigoroso tracciato musicale del Mondo Antico e del Barroco, vive il nostro tempo come una icona che affonda le radici nella “classicità greca” di un tempo aureo, che da Guido d’Arezzo fino ad un “Nuovo Orfeo”con Monteverdi, poi Vivaldi, Bach, Haendel…percorre il viaggio nella grande musica con il canto interiore dolcissimo dei suoi strumenti. Partendo da questa immagine classica, chiedo a Giulia Genini di raccontarsi.
«Una grande fortuna che ho avuto dopo i miei studi di liceo qui a Lugano, è stata quella di essere ammessa alla Schola Cantorum di Basilea, conservatorio dedito unicamente alla Musica Antica. Da quel momento in poi si è delineato un percorso in linea retta, diciamo fino ad oggi. L’ambiente molto particolare di Basilea mi ha permesso di venire a contatto con delle personalità molto importanti e con insegnanti e artisti di un certo calibro. Parallelamente al Flauto Dolce ho iniziato lo studio dei Fagotti Storici (dulciana, fagotto Barocco e fagotto classico) per un mio bisogno quasi fisico di passare anche alle “frequenze basse”.
Lo studio di questi ulteriori strumenti ha notevolmente ampliato il mio raggio d’azione, permettendomi tra l’altro di lavorare in orchestra. Il Fagotto deriva dalla Dulciana, uno strumento rinascimentale di enorme fascino sonoro, anch’esso ad ancia doppia, nato “in consort” ovvero in “famiglie” di taglie diverse, come i Flauti. Ci sono infatti Dulciane dal basso al soprano.
Hai una Agenzia che si occupa della tua attività?
«No, non ho alcun agente e sono sempre chiamata direttamente. Dopo gli anni di studio a Basilea ho cominciato a muovermi in questo ambiente musicale, a volte ho avuto fortuna di essere al momento giusto nel posto giusto e anche questo, oltre ovviamente alla mia competenza, mi ha portato a collaborare con ensemble svizzeri e europei».
Quali emozioni e quali immagini ti raccontano le numerose Danze e Arie Antiche del periodo Barocco, i Duetti Fiorentini del 600, i Duetti Romani del XVII secolo, la sterminata produzione vivaldiana con i 16 concerti per flauto, i 38 per fagotto, Georg Friedrich Haendel con le 15 Sonate, Gabrieli Corelli, Praetorius, Schutz, Telemann con le composizioni per flauto traverso?
«Più che emozioni riguardo a un brano in particolare, parlerei di uno stato d’animo che questo repertorio mi regala ogni volta che l’ascolto e che lo suono. Nella Musica Antica c’è un contatto immediato con la naturalità delle emozioni, che vengono espresse in una maniera molto pulita, definita, diretta. Veramente una gioia per chi ascolta e per chi suona.
E più che immagini particolari su un brano, evocherei questa grande energia che questa musica trasmette, la purezza naturale delle emozioni che suscita, il che per me è sempre stato un punto di riferimento. In questa musica c’è moltissima retorica, ma non una retorica affettata, bensì qualcosa di lineare, naturale, semplice ed efficace».
Il Flauto dolce, il Fagotto e la Dulciana sono tra gli strumenti più espressivi della storia della Musica. La bellezza del suono e le grandi possibilità di virtuosismo, consentono mirabilmente di accompagnare la voce umana e persino di sostituirla.
«A questo proposito, nel trattato “La Fontegara” (1535) il teorico, flautista e violista (viola da gamba) Silvestro Ganassi dal Fontego scrive: “così come il degno è perfetto dipintor imita ogni cosa creata dalla natura con la variazione dei colori, così con tale instrumento di fiato potrai imitare il proferire che fa l’umana voce”. Il legame strumenti/voce umana è irrinunciabile nel repertorio antico. Anche se nel corso del barocco gli strumenti hanno sviluppato un impressionante repertorio totalmente indipendente dalla musica vocale, la voce come esempio da seguire, e non solo nella linea melodica ma anche nella prontezza dell’articolazione delle parole, rimane un punto fondamentale della prassi esecutiva antica. Ganassi scriveva anche che un buon esecutore deve poter arrivare letteralmente a “parlare” col proprio strumento, facendo capire all’ascoltatore vere e proprie parole».
I primi tipi di Fagotto risalgono alla fine del 500, tuttavia assai diversi dal Fagotto moderno. Quali sono le differenze tecniche e espressive, rispetto ad oggi, quando le orchestre suonano con un diapason intorno ai 444 Hertz?
«I Fagotti, diversamente dagli strumenti ad arco che con un giro di pirolo cambiano la tensione nelle corde e quindi l’intonazione, sono stati costruiti con differenti diapason. Per esempio, una dulciana che suona a 466 Hertz è più piccola di una dulciana che suona a 440. Un Fagotto invece a 392, diapason spesso in auge nel repertorio barocco francese, ha la cameratura ancora più larga e più lunga.
Il fascino grandissimo e anche la difficoltà di questi strumenti sta nel fatto che per ogni diapason vi è una reazione sensibilmente diversa. Ciò porta a dei colori nelle voci e nei fiati molto differenti. Bisogna sapersi adattare a questi strumenti antichi “imperfetti” che rispetto ad un Fagotto moderno hanno pochissima meccanica: questo causa un’ irregolarità nei cromatismi che noi esecutori dobbiamo saper compensare. L’imperfezione crea una bellezza molto speciale, ognuno di questi strumenti ha davvero una personalità propria».
Oggi, la globalizzazione con internet, si presume, puòfacilitare le carriere artistiche, oppure come credo, annacquarle nel marasma di una esasperata mitizzazione commerciale di meriti discutibili, per non dire a volte, clamorosamente inesistenti.
«Internet fa parte della nostra realtà è purtroppo vi si trova di tutto, anche dal punto di vista musicale; in questo senso è veramente un calderone poco selettivo e poco selezionato. Però c’è anche un lato positivo, se vogliamo: rende tutto molto più fruibile, accessibile e immediato. Quando la qualità c’è, è possibile individuarla anche per via telematica.
Quanto a noi giovani musicisti, credo sia una nostra vera e propria missione non piegarci solo alle leggi di mercato, oggi estremamente legate all’immagine, ma continuare ad avere degli ideali, lasciandoci ispirare da chi ha fatto questo mestiere prima di noi, in un momento più differenziato e più calmo. Di modelli del bello e del buono, in ambito musicale, ce ne sono per fortuna ancora alcuni e molto validi».
Nel 2009, hai fondato l’Ensemble Concerto Scirocco. Una vocazione imprenditoriale a lato della tua personalità artistica già attiva con successo in Svizzera e all’estero.
«Si, con Scirocco ci occupiamo soprattutto di musica del 600 quindi del primo Barocco strumentale al quale affianchiamo agli strumenti, dei cantanti, lavorando molto sulla vocalità e sul legame tra voce e strumento. Mi occupo della promozione del gruppo e della ricerca di concerti con il contatto diretto con Festival e Istituzioni musicali».
Oggi, la discografia può essere un mezzo pubblicitario efficace per una attività artistica-imprenditoriale in modo particolare per il repertorio Barocco molto richiesto. Tuttavia, al di là dei meriti, la pubblicazione in catalogo di un CD è prioritariamente subordinata a un investimento finanziario. Tempi difficili, anche perché in rete, si “vende di tutto” a scapito di produzioni di nicchia di grande qualità «Fare un disco oggi è davvero un’impresa sia dal punto di vista finanziario che dal punto di vista dell’uscita sul mercato del prodotto. È vero, in rete si vende di tutto, però va detto anche che le case discografiche che si occupano di musica antica tendono ad essere molto selettive e a prediligere lavori di riscoperta di repertorio inedito, in un certo senso aiutando le produzioni di nicchia. Purtroppo vale spesso anche questa regola: basta che sia inedito e viene pubblicato, non importa con quale qualità. Tutto ciò a discapito magari di esecuzioni eccellenti di repertorio già molto conosciuto… Sono pochi, credo, i discografici disposti a prendere il rischio di ragionare un po’ fuori dagli schemi delle leggi di mercato».
LAC, Lugano, Arte e Cultura è una Istituzione che promuove una offerta culturale e musicale di prestigio.Nella programmazione degli eventi è preminente la presenza di ospiti internazionali. Bene, anche se tuttavia è verosimile pensare che da questa nostra importante Istituzione, debba poter nascere e consolidarsi nel tempo una Tradizione, una identitàregionale, come accade in altre Città confederate, Lucerna, Basilea, Losanna, o nella vasta area germanofona con la Istituzione degli Stadttheater,templi e fucine di repertorio, vere proprie palestre per giovani musicisti.
Un teatro di repertorio darebbe la possibilità inoltre ai giovani talenti per una formazione musicale e per l’ingresso alla carriera. Il nostro territorio ha annoverato in passato e annovera tutt’oggi eccellenze musicali. Giulia Genini, giovane concertista ticinese ha già deliziato altre platee, tra cui basti segnalare su tutte, i prestigiosi Berliner Philharmoniker. Perché non dunque, anche a lato del glorioso Palace?
«Al LAC parteciperò nel prossimo settembre alla rassegna che verrà dedicata al compositore ticinese Francesco Hoch. Eseguirò “Piume di Senso”, un brano per flauto dolce solista che Hoch ha composto appositamente per me qualche anno fa. Sono felice di far parte prossimamente del cartellone del LAC, anche se in questo caso sarà con musica contemporanea di cui mi occupo più raramente. Sarebbe bello incentivare le presenze nell’ambito della Musica Antica».