Maestro Muti, il titolo del suo libro L’infinito tra le note, edito da Solferino, evoca lo spunto per compiere insieme un viaggio nella Musica, come missione alla ricerca di una verità interpretativa e di una irraggiungibile perfezione.
Dai tempi più remoti, soavi inscindibili catene hanno legato l’uomo alla Musica. Dalle marmoree arene della classicità greca, tra Fidia e Apollo, Dio delle Arti, della Poesia e della Musica, fin sulle rive dello Jonio e dell’Egeo e all’incontro con un nuovo Orfeo.
Così, già con Platone, la Musica era considerata una forza etica, una profilassi all’igiene della psiche, affinché armonia e ritmo, dal più profondo dell’anima, donassero all’uomo saggezza e ragione.
«…Immaginiamo che un’anima parli alla nostra anima…» (Friedrich Nietzsche).
Infine, con Mozart, un assioma sull’illimitatezza della Musica, con parole che appartengono all’Universo:
«La musica più profonda è quella che si nasconde tra le note. Il mistero è in quello spazio che racchiude l’Universo».
Un mistero, caro Maestro Muti, che con geniale rigore interpretativo e con una straordinaria verità musicale, lei ha restituito dal podio di numerosi eventi, un Eden terrestre tracciato da una sparsa dinastia di sommi compositori, dalla Musica Antica al Rinascimento, al Barocco, ai grandi Classici, ai Romantici, al ventesimo secolo, in un grande viaggio vissuto insieme con amore, l’amore ritrovato nelle sue parole da Recondita armonia (Rizzoli editore):
«Ma prima devi amare. Prima viene l’amore, poi il resto»…
Riccardo Muti, il rapporto con Giuseppe Verdi e con il Melodramma
Verdi cercava nei suoi interpreti voci con colori e accenti particolari. Le cosiddette “voci verdiane”.
Appunto; semplicemente voci per interpretare la prorompente drammaturgia dell’universo verdiano, ossia sublimazione della parola, dei testi, con il canto, nel rigore e nel grafismo tracciato nel pentagramma, possibilmente con suoni e colori necessari, più ancorati alle aree del cervello che a improvvide esercitazioni muscolari dell’ugola.
Grazie a lei, Maestro, ciò non è mai accaduto, né mai potrà accadere. In lei scorre una possente linfa verdiana (un esempio su tanti, Nabucco, nella sintesi dell’inizio dell’opera pervasa da una esaltante vena elettrica).
Dai numerosi eventi e realizzazioni discografiche, come una luce rubata agli astri, emerge la Messa da Requiem.
Nel martellante “Dies Irae”, lei ci trasporta al cospetto di un Cristo immane e possente che condanna i peccatori e salva i beati, in una raffigurazione dell’invisibile musicale (ma solo apparentemente) delle figure rappresentate da Michelangelo nella Cappella Sistina in Vaticano.
Più oltre, il momento struggente del canto e degli archi sospesi nel momento di “Hostias et Preces Tibi Domine” che, con lei, congiunti al Genio di Busseto, ci immerge nel più profondo atto di fede espresso dalla Grande Musica.
Da Verdi a Mozart
Due mondi in un viaggio a ritroso nel tempo.
Lo stesso mistero in una irraggiungibile pagina di Mozart, “Ave verum Corpus” K 618, da lei condotta con i Berliner Philharmoniker e il Coro di Radio Stoccolma.
Orchestra e Coro scorrono in una dimensione profonda, radicale, diversa da altre esecuzioni, nelle quali la Pietà per il Cristo a volte è subordinata a mere esecuzioni filologiche.
Ludwig Van Beethoven, Sinfonia n. 6 “Pastorale”
Suoni e Immagini, come nella visione di una tela, emergono dall’ascolto della Sinfonia n. 6, Pastorale, da lei diretta con la Philadelphia Orchestra.
Il grande rigore, la scansione dei tempi e delle note che interrogano il risveglio della natura, il canto rivolto alle placide acque di un ruscello, il canto dei contadini, la tempesta, la gratitudine dei pastori, fanno della sua interpretazione un capolavoro.
Le sue parole contenute nel suo libro Recondita armonia, edito da Rizzoli:
«Ma prima devi amare. Prima viene l’amore e poi il resto, la tecnica viene dopo».
Così eloquente, insieme a lei, con Beethoven.
Riccardo Muti e il Teatro alla Scala
Tra gli innumerevoli eventi da lei presidiati nel glorioso Teatro milanese, resta indimenticabile una edizione del Mefistofele di Arrigo Boito.
Una rappresentazione condivisa con amici tedeschi melomani, frequentatori abituali di grandi Teatri: Berlino, Vienna, Londra, Parigi, New York.
La conclusione del capolavoro di Boito, caratterizzata da un oceanico suono dell’Orchestra e del Coro e dalle immagini dal palcoscenico del trionfo del Bene sul Male, ha lasciato per qualche istante ad un attonito stupore del pubblico, per poi, al suo apparire sul Podio, scoppiare in un interminabile tripudio di applausi, ma anche di palese gratitudine.
Gli amici melomani tedeschi, con lacrime di commozione, così si espressero:
«Mai visto nulla di così grandioso, così bello, così emozionante, né a Vienna, né a Berlino…».
Come dire, Maestro Muti, in quei tempi, alla Scala, scorrevano impetuose sorgenti, stelle e… genialità italica.
In testa, un particolare della copertina di L’infinito tra le note, edito da Solferino.



