Diego Fasolis, Lei è riconosciuto nel mondo come uno degli interpreti di riferimento per la musica “storicamente informata”: possiamo spiegare con parole semplici di che cosa si tratta?
«A partire dalla metà dello scorso secolo è comparsa nel mondo dell’interpretazione della Musica d’Arte una corrente che non riteneva più accettabile che gli interpreti piegassero a una visione arbitraria e soggettiva le proprie esecuzioni, ma auspicava di riferirsi il più possibile a dati oggettivi: questo attraverso lo studio delle fonti originali, da rileggere e ripulire da stratificazioni di “tradizioni” e “vezzi” che incrostavano le opere. Per qualche anno e in particolare per il repertorio Barocco, si è parlato di esecuzioni “filologiche” legate allo studio delle partiture scritte, ma poi si è capito che gli studi musicologici dovevano allargare e arricchire l’orizzonte e si parla ora di “esecuzioni storicamente informate” anche per il Classicismo e il periodo Romantico».
Rigore stilistico, versatilità e virtuosismo: quale di queste doti risulta essere fondamentale per arrivare ad una esecuzione musicale “perfetta”?
«L’esecuzione “perfetta” non esiste ma è un forte ideale a cui tendere nel senso di mettere tutta la competenza e l’amore per i brani e l’autore che si eseguono per raggiungere una precisione tecnica, una visione ispirata e il contatto con l’anima del pubblico. L’obbiettivo è quello di commuovere ed educare».
Nel 1993 lei è stato nominato Direttore stabile dei complessi vocali e strumentali della Radiotelevisione svizzera con cui ha realizzato tra l’altro una monumentale produzione con seicento titoli dal Rinascimento al ‘900. Che cosa ha rappresentato la collaborazione con un ente così importante e prestigioso per la cultura in Svizzera e non solo?
«Il mio sogno non è mai stato quello di sviluppare una carriera internazionale ma piuttosto quello di potere disporre di una compagine di persone altamente dotate e desiderose di lavorare assieme regolarmente per un ideale alto di arte e fratellanza. La RSI mi ha permesso di realizzare questo sogno e festeggio quest’anno i trent’anni di attività. Che poi quel tipo di lavoro porti a un successo internazionale è diretta conseguenza della qualità raggiunta e sono pieno di riconoscenza per un’istituzione che ha generato e sostenuto la cultura del nostro Paese grazie a dirigenti illuminati (non tutti) e a uno dei pochi effettivi esempi di solidarietà confederale in Svizzera».
Lei è anche fondatore e direttore dell’ensemble I Barocchisti: qual è il valore aggiunto e quali difficoltà comporta il suonare con strumenti storici?
«Per affrontare esecuzioni “storicamente informate” l’uso di strumenti originali o di copie fedeli è essenziale. Il timbro degli strumenti a fiato così come degli archi montati con corde di budello (non di metallo) è assolutamente non paragonabile al suono di un’orchestra che si esibisce con strumenti moderni. Certamente lo strumento storico presenta insidie in relazione all’intonazione, alla necessità di cambiare strumento a seconda delle tonalità dei brani (mi riferisco ai fiati), ma il rapporto “costi-benefici” pende grandemente per i benefici».
Per ricordare sua moglie Adriana Brambilla, le ha dedicato nel 2013 una Fondazione benefica. Quali sono gli scopi che si prefigge e in quali progetti è impegnata questa fondazione?
«Adriana era una persona molto discreta ma profondamente generosa. Durante la sua lunga malattia abbiamo avuto il tempo di decidere come valorizzare il nostro lascito. Con mia mamma Flavia Brivio e i genitori Jeannine e Adriano Brambilla (ora tutti purtroppo defunti) abbiamo deciso di onorare la memoria di Adriana tramite una fondazione che aiutasse giovani studenti di musica sulla difficile via dell’impegno professionale e che lo facesse nel rispetto della Natura. Abbiamo aiutato molti studenti a diplomarsi al Conservatorio della Svizzera italiana e lavoriamo per compensare l’inquinamento generato dalla nostra attività. Recentemente ho acquistato una grande proprietà a Vernate che diventerà un centro culturale, un piccolo “Monte Verità” nel Malcantone».
Come giudica la politica nel campo della musica, portata avanti della città di Lugano e dalle altre istituzioni culturali cittadine e cosa bisognerebbe fare per raggiungere il livello delle grandi capitali europee della musica?
«L’educazione di noi ticinesi è quella di non dare nell’occhio. Fare maluccio non va bene ma fare troppo bene non genera simpatie. Ecco che appena si pensa di fare un gran passo o un salto ci si reprime subito o si viene gambizzati. Un vero peccato perché non vi è ragione che Lugano (ma parlerei della Città Ticino unendo le forze e le caratteristiche di tutte le città che distano una dall’altra meno che due quartieri di Milano) non possa essere una Salisburgo del sud. Ci siamo lasciati scappare Martha Argerich e il suo festival ma quello era un modello da seguire. Esiste un turismo musicale di alto livello culturale e spesso facoltoso che attende solo di scoprire nuove mete. Il Canton Ticino deve solo decidere di emanciparsi. Prima con l’educazione e poi con l’azione».
Lei ha suonato e diretto in tutti i teatri e le sale da concerto del mondo. C’è una qualche differenza, a livello di partecipazione del pubblico, nell’esibirsi a Vienna piuttosto che a Salisburgo o a Lucerna e perché no a Lugano?
«Per me l’unica differenza sta nella competenza e nella preparazione del pubblico. Di fronte a un pubblico competente si sente una sferzata di energia enorme e la qualità dell’esecuzione sale. Ho diretto tre sere di fila la Nona di Beethoven alla Sala Dorata del Musikverein di Vienna invitato dal grande Nicholaus Harnoncourt e la sua orchestra “Concentus Musicus Wien” con un pubblico attentissimo che alla fine non ha applaudito ma si è alzato con le lacrime agli occhi. Ricordo anche la Grande Messa in si minore di Bach nella sua Thomas Kirche a Lipsia con il pubblico del Bach Festival che seguiva in religioso silenzio il capolavoro con la partitura in mano per poi esplodere alla fine in ovazioni incontenibili. Al sud delle Alpi dobbiamo ancora lavorare molto. Benedetto sia il Conservatorio. La Città della Musica sarà un luogo previlegiato per tutti».
Dopo una carriera così sfolgorante, qual è l’intimo piacere che prova ancora nel fare musica?
«Mio nonno Michelangelo Fasolis, musicista fondatore della Radiorchestra, mi sconsigliava di diventare musicista. Poi si è arreso dicendo “ha il virus della musica”. Malattia inguaribile e meravigliosa. La musica è per me la ragione di vita nel senso che è la sola arte che mette in relazione le anime con una vibrazione fisica. Educa, innalza, cura e consola. Vorrei per me che il piacere potesse tornare ad essere intimo. Per ancora studiare e suonare da solo senza compromessi e senza dover rendere conto alle bramosie di agenti e di direzioni artistiche sempre meno competenti e sempre più desiderose di “apparire” e di “vendere”».
Da ultimo, che rapporto è riuscito a stabilire nel tempo con i musicisti delle nuove generazioni e cosa vede nel futuro della musica “storicamente informata”?
«Con la Fondazione Adriana e l’Associazione “I Barocchisti” siamo sempre al fianco di istituzioni come il conservatorio della SI o l’Accademia della Scala per aiutare gli studenti. Ho recentemente diretto un programma beethoveniano con l’orchestra sinfonica del Conservatorio e ne ho ricavato grande soddisfazione e spero di aver anche potuto trasmettere qualche nozione ed emozione utili. I Barocchisti e il Coro RSI si arricchiscono ogni anno di nuove e giovani leve (anche se ho il massimo rispetto e stima per i miei “anziani” collaboratori che non lascio). Vedo che molte orchestre si indirizzano all’esecuzioni HIP (historically informed performance). Ho fondato al Teatro alla Scala l’orchestra su strumenti storici, altrettanto sto facendo da sei anni con il progetto Vivaldi al Teatro la Fenice di Venezia e sono regolarmente inviato da molte orchestre che desiderano aggiornarsi su questi aspetti. Le nuove generazioni sono tutte informate sulle prassi esecutive e chiedono di applicarle.
Mi sarebbe piaciuto unire le forze con l’OSI per farne una delle prime compagini in grado di offrire sei secoli di repertorio con la strumentazione e lo stile adeguato. Come detto, i balzi verso l’alto non sempre piacciono al nostro Paese…».