La vicenda umana di Georg Baselitz è indissolubilmente legata con quella artistica per farne il personaggio simbolo di una molteplicità di contraddizioni comuni ad altri che, come lui, hanno vissuto lo stesso periodo storico. Nato in Sassonia, nella Germania est, alla fine degli anni Cinquanta giunge a Berlino ovest per studiare all’Accademia di Belle Arti. Il passaggio da uno stato comunista che insegnava e pretendeva dai suoi artisti l’adesione incondizionata al Realismo Socialista, ad una società orientata verso un liberismo di matrice americana sull’onda di un modello consumistico sempre più diffuso, non è certo stato indolore. Baselitz è tra i pochi artisti contemporanei le cui radici affondano nella storia della pittura europea e, a giusta ragione, viene considerato l’inventore di un linguaggio figurativo che attinge a un ricco repertorio di elementi iconografici e stilistici del passato i quali, trasposti nelle sue creazioni, acquisiscono tuttavia valenze nuove, contraddittorie e ambivalenti. Con grande libertà mentale e profonda conoscenza delle radici storiche della cultura tedesca, le sue immagini denunciano fin dagli esordi in termini provocatori e violenti il malessere di una società incapace di risollevarsi dai disastri anche psicologici della guerra. In questa mostra emozionante, ecco dunque svelata l’arte senza compromessi di Baselitz, dilaniata dalla solitudine, eppure vigorosa e caparbia, che si concretizza nelle figure granitiche e dolenti che popolano un mondo inconsapevole. L’artista nella serie degli Eroi, quasi colto da un vero e proprio furore creativo, forse per esprimere una profonda oscurità interiore e collettiva, dà vita ad una serie di dipinti straordinari: uomini colti nella loro fragilità, nella flagranza di un naufragio esistenziale: combattenti, partigiani, vittime di guerra, stretti nelle loro uniformi lacere e stagliati contro scorci desolati, fra arbusti spogli, orizzonti soffocati, cumuli di macerie. Eroi che hanno perduto ogni aura mitologica, affidati a una pittura non più celebrativa ma commossa, contorta, disperata. In loro vive l’angoscia della colpa, il senso della caduta, il ritrarsi lento del futuro e l’ombra di un passato di rovine. Sono modelli per un nuovo tipo umano: senzatetto e sradicati, il loro aspetto lacero cancella gli ideali illusori e gonfiati del Terzo Reich. Seguono poi i protagonisti delle Fratture, dipinti che rappresentano figure solitarie e anonime, smembrate, accompagnate da un bestiario di vacche e cani aggressivi. Le parti del corpo e della testa appaiono inghiottite in un turbinio grottesco nell’aria. Ancora una volta è il ritratto di un mondo caotico, privo di orientamento spaziale e di prospettiva, dove il motivo dipinto è destrutturato. A livello espressivo il problema di fondo della pittura di Baselitz è rappresentato dalla ricerca del superamento dell’irriducibile frattura tra la pittura di figura e quella astratta. L’artista, alla fine degli anni Sessanta, risolve la questione attraverso una provocazione che ne è diventata la cifra stilistica più riconoscibile. In Wald auf dem Kopf introduce il capovolgimento dell’immagine, un espediente formale provocatorio, che gli permette di spiazzare l’osservatore distogliendo la sua attenzione dal soggetto ritratto, filtrando la percezione attraverso la sorpresa e l’ironia. Baselitz ribalta lo spazio, lo presenta in una dimensione dissimile dall’usuale, per liberare il soggetto dal suo contenuto. La sua arte, aggressiva e spesso inquietante, si concentra talvolta su figure semi-astratte, ma anche su animali e paesaggi che sprigionano un senso di ostilità e isolamento, attraverso uno stile assolutamente unico. In queste opere egli ha scoperto un nuovo linguaggio che gli ha consentito di combinare i principi dell’astrazione con quelli del realismo, ma anche filosoficamente di “mettere il mondo a testa in giù”, leitmotiv che ricorrerà poi spesso nella sua opera. Personaggi anonimi, amici e molto spesso la moglie Elke, sua compagna da una vita, assurgono a soggetto delle opere che hanno reso celebre l’artista a livello internazionale. Col trascorrere degli anni la carica rivoluzionaria della sua pittura poi sembra affievolirsi spingendolo nelle opere più recenti a rinunciare quasi del tutto all’immagine per lasciare spazio ad una pittura più concettuale e astratta, liberata da ogni esigenza di racconto. La figure delle opere realizzate lo scorso anno, ed esposte per la prima volta, con le quali la mostra si chiude, risultano appannate, sfuocate, piatte. O per meglio dire, come ha scritto l’artista stesso consapevole di questa deriva: “C’è in me una nuova tecnica pittorica; lasciare le cose svanire nella nebbia”. Ma ad un grande come Baselitz è stato, questo lo si può perdonare.