Come definirebbe il suo personalissimo modo di fare arte?

 

«Definire la propria arte è una delle cose più difficili che un artista possa fare. Al di là degli aspetti più evidenti quali il mezzo che si usa, bisogna considerare il periodo storico, la situazione personale e come l’artista filtra la realtà intorno a se in quel preciso momento. Questi tre aspetti sono ovviamente legati tra loro e fanno sì che l’opera d’arte possa nascere. 

Io ho avuto fin da piccola una grande immaginazione combinata con un’ottima capacità manuale: insomma ho cominciato a creare molto presto. Durante la mia formazione (prima al Centro Scolastico per le Industrie Artistiche CSIA a Lugano e poi all’Accademia di Belle Arti di Brera a Milano) ho sperimentato molti mezzi espressivi che ancora oggi utilizzo con piacere. Ho cominciato ad esporre negli anni ’90, ero a quel tempo attratta dalla videoart, dalla fotografia e dalla performance, in quegli anni sono nate anche le mie prime installazioni. L’accumulo e la serialità sono sempre stati presenti fin dall’inizio e molti miei lavori sono composti da oggetti che ho cominciato a raccogliere trent’anni fa. 

Ho principalmente due modalità d’approccio: una di “testa” e una di “pancia”. Quella di “testa” mi porta ad immaginare il lavoro che voglio realizzare, il tema, il titolo e il perché. Poi, dopo gli schizzi preparatori, arriva la scelta del mezzo più consono all’obiettivo: che sia poi il disegno, la pittura, l’acquarello, la scultura, la ceramica, il readymade o la fotografia poco importa. L’importante è il raggiungimento dell’idea attraverso il mezzo espressivo. Il metodo di “pancia” invece è quello più legato alla mia ossessione per l’accumulo e la collezione. Ho infatti raccolto, prevalentemente in mercatini dell’usato, migliaia di piccoli oggetti che fin dal primo momento mi hanno trasmesso un pensiero, una riflessione e che prima o poi ho trasformato in un’opera d’arte. Chiamo questo modus operandi di “pancia” perché il concetto nasce dopo aver dialogato con l’oggetto e non viceversa. 

Il mio modo di fare arte ha subìto un radicale cambiamento dopo il mio definitivo trasferimento negli Stati Uniti nel 2013, dove risiedo tutt’ora. Sono partita senza niente, senza l’immensa collezione di oggetti che ha accompagnato tutta la mia vita e ho ricominciato da un foglio bianco. Quest’importante cambiamento ha comportato inevitabilmente ad un ritorno alle origini, all’essenzialità del niente. Sono nati così i miei nuovi lavori che sono prevalentemente acquarelli, piccoli olii ed assemblaggi. Gli acquarelli sono accompagnati da una frase: la scintilla da cui è scaturita l’idea e a cui ho abbinato l’immagine, la figurazione. Ogni lavoro è un piccolo universo, un fermo immagine di un momento irripetibile».

 

Che cosa significa la sua dichiarazione d’intenti “My art is a tragicomic vision of life”?

 

«Ho certamente per carattere una forte predilezione per il tragicomico, per l’assurdo e il paradossale. Penso che il gioco debba continuare ad essere presente anche nella vita adulta; inoltre non prendersi troppo sul serio e saper ridere di se stessi è per me fondamentale. Questa visione della realtà mi porta a prestar particolarmente attenzione ai piccoli dettagli che spesso ai più passano inosservati. Sono le piccole cose a far la differenza e prestarci attenzione è per me un meraviglioso modo di rendere la quotidianità un pozzo d’ispirazione (oltre a poter godere della sua bellezza)».

 

Che cosa è per lei un oggetto kitsch ed attraverso quale processo può diventare un’opera d’arte?

 

«Il kitsch è senz’altro un’espressione della cultura popolare e mi affascina in quanto fenomeno legato alla non-consapevolezza. Purtroppo io che lo conosco e lo utilizzo (essendone consapevole) smetto immediatamente di esserlo. Il kitsch insomma è inconsapevolezza, chi lo è non sa della sua esistenza. Lo è e basta.

Ho sempre nutrito interesse per la cultura popolare in tutte le sue forme e l’aspetto ridondante che spesso gli oggetti kitsch hanno è per me fonte d’attrazione. Nelle mie raccolte di oggetti ho sempre dato molto spazio a questo tipo di orpelli che, anche se considerati dai più privi di gusto, nella loro formale inutilità hanno un’anima che riconduce all’essenza, al primordiale e paradossalmente alla semplicità. 

Mai dare per scontato o peggio snobbare un certo tipo di gusto se questo è direttamente riconducibile alle nostre radici, anche se nel tempo ha subìto una trasformazione che lo ha portato a diventare qualcosa di puramente decorativo. Non esiste il brutto se non nella nostra percezione (che è soggettiva) possiamo scegliere di convivere con gli oggetti che più ci piacciono e qualunque essi siano, se servono a farci stare bene, non saranno mai brutti o inutili».

 

Quali sono le principali tematiche intorno a cui ruota la sua ricerca artistica?

 

«Certamente la fonte a cui attingo più frequentemente è quella dell’attualità, tutto quello che mi circonda personalmente e tutto quello che accade nel resto del mondo. Il qui ed ora. Spesso rielaboro, analizzo ed indago temi quali per esempio il politically correct, i soldi, la condizione femminile. Le piccole grandi tragedie della vita quotidiana, la banalità e la ripetitività, la bellezza e la poesia in generale. Il sognare ad occhi aperti e chiusi, i piccoli piaceri che rendono la vita meravigliosa. Tutto questo viene inevitabilmente filtrato attraverso i miei occhi, il mio vissuto passato ed il mio stato d’animo attuale. 

È un po’ come inserire un elemento in un database e poi aspettare che venga analizzato, ne uscirà qualcosa di diverso, ma con la stessa radice ed energia. Si cambia, si cresce e si evolve, i nostri filtri si modificano costantemente: ma certo la radice resta ed è questa che rende possibile la creazione, sempre e comunque».

 

Quali sono le più recenti esposizioni? Quali programmi la vedranno impegnata nei prossimi mesi?

«Ho esposto in Ticino lo scorso anno tutti i miei lavori recenti e meno recenti legati alla tematica del fiori, i lavori più grandi erano una serie di olii su tela raffiguranti bouquet di fiori finti, tratti da immagini che ho raccolto nel tempo fotografando le tombe di persone decedute in Ticino. I quadri sono molto colorati e gioiosi, ed esprimono quindi quello che più si allontana dal concetto di morte, di lugubre ed oscuro. I fiori sono stati lasciati da persone amate come segno d’amore che va oltre il tempo e lo spazio, questo era per me l’aspetto fondamentale. Ho esposto anche alcuni piccoli olii della serie ikebana dove interpreto la mia personale visione della bellezza legata a questa antica tradizione giapponese.

Un’altra esposizione che mi ha vista protagonista recentemente era alla Galleria Carzaniga di Basilea, con cui continuo la mia collaborazione ed è tutt’ora la mia galleria di riferimento in Svizzera. Ho potuto esporre una grande panoramica dei miei lavori bidimensionali e scultorei, gli assemblaggi e le ceramiche.

I miei progetti futuri sono legati ai miei viaggi e costanti spostamenti che mi hanno portata a viaggiare ovunque negli Stati Uniti, in Canada e Sud America, nord Europa ed Asia. Sto raccogliendo materiale che piano piano elaboro e trasformo in acquarelli, disegni o piccoli oggetti. Le mie opere sono ora quasi da considerarsi tascabili, facili da trasportare ovunque e testimoni di un vissuto cosmopolita. Ho come base New York dove ormai vivo da quasi quattro anni e da cui traggo molta della mia energia vitale, è una città fantastica che  vive di mille realtà diverse, un mondo nel mondo, dove persone di ogni provenienza, etnia o vissuto, convivono fianco a fianco».

 

Ticinese e cosmopolita. Come si concilia il suo attaccamento alle proprie radici con una visione del mondo e della vita di dimensioni internazionali?

 

«Ricominciare a vivere in un altro paese è un’esperienza che certo non lascia indifferenti. Si deve reimpostare il proprio io e si devono rivedere le proprie priorità. 

Sono una cittadina del mondo e questo per me non è un semplice modo di dire. Fortunatamente sono di natura molto adattabile, focalizzo l’essenziale senza perdere il piacere dell’inutilità, della leggerezza.

Torno in Ticino minimo un paio di volte all’anno, dove ho la mia famiglia e gli amici di una vita che rivedo sempre con grande piacere. Non ho grandi difficoltà a conciliare il mio essere ticinese con una visione del mondo internazionale, sono sempre stata abituata a viaggiare e mai ho sentito di non essere parte di questo meraviglioso mondo che ci ospita.Saper tenere dentro di sé un po’ di ogni posto visitato e saper bilanciare le proprie radici con tutto quello che ci aspetta ancora di vivere è un grande esercizio di vita!».