“My dream came true #firstexhibition” scriveva sui social Giacomo ‘Jack’ Braglia in occasione dell’apertura della sua prima mostra personale alla galleria londinese ContiniArtUK il 6 ottobre scorso. Un sogno divenuto realtà per il giovane luganese, che ha da poco compiuto 21 anni e che da qualche anno ha scelto Londra per intraprendere gli studi universitari in Business & Economics. Jack ha nel cuore la passione per la fotografia fin da quando era bambino, infatti per il suo ottavo compleanno chiese in regalo una macchina fotografica per coltivare questo suo interesse. Intitolata “Conversation with Etiopia”, la mostra londinese è stata l’opportunità per incontrare Giacomo Braglia e approfondire il suo coinvolgimento e la sua soddisfazione nei confronti di una tecnica nata ad inizio Ottocento per studiare chimicamente la sensibilità della luce e considerata oggi un’autentica forma d’arte.
Cosa rappresenta per te la fotografia?
«Per me le immagini sono una conversazione senza parole. La fotografia mi affascina fin dall’infanzia e la mia attenzione è rivolta a documentare la realtà che mi circonda. Sono attratto e intrigato dall’utilizzo della macchina fotografica quale mezzo espressivo, perché trovo sia particolarmente adatta a soddisfare la mia perenne ricerca di temi nuovi e stimolanti. Inoltre, le varie tecniche di riproduzione fotografica mi permettono di sperimentare soggetti diversi che riprendo cercando di evidenziarne i dettagli».
Come ti sei avvicinato alla fotografia?
«In primis grazie a mio nonno Gabriele, anch’egli grande appassionato, che ha avuto un’influenza molto significativa nella mia evoluzione artistica. Ho anche condiviso le mie esperienze con Enzo Barracco, fotografo italiano che lavora a Londra. Non da ultimo ha influito Giorgia Panzera che concentra il suo lavoro fotografico sui ritratti e che mi ha aiutato nello sviluppo di nuove tecniche».
Cosa hai scelto di esporre nella tua prima mostra in una galleria internazionale?
«Nella mostra “Conversation with Etiopia” sono esposte 46 foto in 4 diversi formati. Si tratta di una selezione di scatti realizzati negli ultimi due anni che rappresentano il mio personale dialogo con gli abitanti dell‘Etiopia. L’intento è di condividere con altri il mio viaggio alla scoperta del popolo etiope che mi ha trasmesso molto calore umano, umiltà e mi ha insegnato la libertà di sognare».
Cosa ti ha spinto a viaggiare in Etiopia?
«Ho iniziato a viaggiare in Etiopia all’età di 15 anni perché volevo confrontarmi di persona con i progetti di aiuto alla formazione educativa voluti dai miei genitori attraverso l’organizzazione no profit che hanno creato nel 2012, la Fondazione Nuovo Fiore in Africa. In seguito ho trascorso regolarmente dei periodi delle mie vacanze scolastiche estive nella periferia più povera di Addis Abeba e mi sono recato nelle strutture scolastiche costruite dalla Fondazione, in particolare all’Auxilium School di Bole Bulbula, collaborando all’insegnamento di base rivolto ai bambini della scuola dell’infanzia ed elementare».
Quali emozioni vuoi suscitare con i tuoi scatti?
«All’osservatore voglio portare una visione autentica delle persone che ho incontrato sul mio cammino, ben lontana dagli stereotipi ai quali siamo abituati. Con le mie foto desidero sensibilizzare il grande pubblico verso il rispetto e l’accettazione culturale di questo popolo, cercando di offrire uno sguardo nuovo sulla vita quotidiana della popolazione etiope. Ciò che mi sta particolarmente a cuore è catturare la vera essenza di questa comunità africana e la maniera in cui essa interagisce con l’ambiente circostante. Cerco di trasmettere le energie vibranti e i colori intensi della vita rurale africana, perché desidero creare nell’osservatore delle reazioni emotive positive. Inoltre volendo unire la mia passione per la fotografia con quella per l’arte e la scultura in particolare, ho plasmato le mie foto sulla superficie di busti di gesso da me lavorati, che sono diventati delle vere e proprie foto 3D».
Ci sono altri soggetti che catturano la tua attenzione?
«Questa mostra è solo la prima di una serie di “conversazioni” che sto per intraprendere con vari temi e soggetti presenti nelle diverse realtà quotidiane. Con la mia macchina fotografica creo un contatto e la conversazione con il soggetto che ritraggo».
La mostra di Giacomo ‘Jack’ Braglia alla ContiniArtUK, una galleria d’arte moderna e contemporanea situata nel centro di Londra, rappresenta certamente un’importante trampolino di lancio per il giovane fotografo che prima d’oggi aveva presentato il suo lavoro in due occasioni, nel 2015 e 2016, allo scopo di raccogliere fondi da devolvere alla Fondazione Nuovo Fiore in Africa. La predilezione di ‘Jack’ per la fotografia quale mezzo di comunicazione per trasmettere la sua percezione del reale, lo sprona a continuare il suo viaggio alla ricerca di elementi sempre nuovi, messi in risalto attraverso la cura al dettaglio e un’attenzione al valore estetico di ciascuna composizione. Le immagini di ‘Jack’ non sono semplici istantanee di persone o paesaggi, bensì sono interpretazioni che rappresentano il suo personale sguardo sul mondo.