Il pensiero che guida le idee e la mano di Gianfranco Baruchello (Livorno 1924) – un artista ed un intellettuale estremamente colto e profondo e complesso – disegna una spirale rapida e lentissima, umile e universale, semplice e vertiginosa. Esistono artisti che, per tutta la loro vita, si concentrano su pochi temi, poche tecniche, alcuni motivo. Al contrario, la spirale mentale di Baruchello ha spaziato e spazia su tutti i possibili punti e temi che la sua inquieta coscienza ha sentito il bisogno di percorrere ed indagare. Amico e discepolo di Marcel Duchamp – il più importante artista-intellettuale del Novecento – Baruchello ha capito presto che l’arte è e può essere moltissime cose. Oltre una tecnica, un artigianato, oltre un sapiente manufatto, l’arte è intuizione, visione, rivelazione, coscienza, gesto, gioco. Tra le infinite forme del mondo – questo bellissimo caos-armonia dove Dio o nessuno ha dato forma a tutto ciò che contiene – la mente dell’artista ha l’intelligenza ed il gusto di poter scegliere, di poter indicare. Così, dopo Duchamp, l’arte non è più necessariamente legata ad una estetica, una ideologia, un’etica, una manualità: essa è soprattutto un’operazione mentale, concettuale, che gioca con le infinite forme dell’universo.  

Perché limitarsi al dipinto o alla scultura tradizionale? Perché circoscrivere i gesti delle mani su di un foglio, una tela, un’unica materia? A partire dagli anni Sessanta Baruchello ha usato il frammento, meglio molti frammenti: di oggetti, cose, presenze – dalla carta ai legni, dai ferri alla plastica – combinandoli insieme in varie forme e dimensioni: incollandoli su tele bianche, racchiudendoli in teche di plexiglas, armonizzandoli in piccoli teatrini del sogno e della memoria, assemblandoli in totem, o componendo oggetti fatti con ritagli di giornali incollati su tavola, che a New York tanto piacquero ad Ileana Sonnabend. Ma, appena toccato questo punto, l’irrequieta spirale mentale di Baruchello ha sentito il bisogno di altre sperimentazioni, altre forme, altre mete. Estremamente distante da una ripetuta formula di successo – laddove oggi il mercato dell’arte premia soprattutto la ripetitività, la serialità, l’essere facilmente riconoscibile – Baruchello ha ampliato il suo pensiero andando ben oltre l’oggetto tradizionale. Dapprima utilizzando la telecamera e facendo alcuni video, presto realizzando quel capolavoro di nuova arte dada – basata sul gioco e la provocazione –  nel film “Verifica incerta” del 1964, in collaborazione con Alberto Grifi, dove incollando soprattutto a caso molte scene di diversi films americani, in una ironica e tragica visione, ha testimoniato di questo nuovo mondo, fondato sull’estrema velocità dell’immagine: il nostro mondo dominato dalla telecrazia, che a favore di una estrema facilità e superficialità, ha distrutto i tempi della liturgia, e la cerimonia dell’attenzione. 

Un’unità che si scompone in frammenti, frammenti che desiderano ritrovare l’unità. Poiché, come scrive il nostro amato Ceronetti: «L’unità non è un luogo; il frammento è un luogo, è tutti i luoghi, e l’unica unità possibile». Poiché la periferia è il centro ed il centro è la dispersione. Poiché questo è quello, e il senso dell’immensità, dell’infinito, possiamo percepirlo solo nel limite, e nel più piccolo dei dettagli. Da quando, a soli quattro anni, i suoi genitori si separarono – dando vita a due mondi contrari e totalmente diversi – Baruchello, di fronte all’enigma ed il dolore del contrasto e della separazione, ha sempre sentito la necessità di ricostruire l’armonia originaria. Anche come poeta, come scrittore, egli ha sempre saputo che il cuore dell’invenzione è nel sogno della metamorfosi. Metamorfosi come gioco, trasformazione, infinito desiderio di vita, partecipazione, fuga, indagine e trasfigurazione della realtà – una realtà talvolta intollerabile. Da una parte il suo grande amore per i sogni: queste presenze così misteriose, mentali, libere, irrazionali; sogni spesso trascritti in segni, immagini, parole: come fili che trattengono i più variegati aquiloni, come nuvole dalle infinite forme sul cielo della vita. Dall’altra l’immensa presenza del mondo: gli interrogativi della coscienza, l’enigma del male, la presenza dell’Altro, degli altri. Così la sua concezione artistica si è presto aperta ad una realtà sociale, comunitaria, politica. Nel 1973 fondando la comunità Agricola Cornelia tra le colline nei dintorni di Roma, Baruchello ha voluto andare oltre un’arte individuale, solipsistica: abbracciando i più profondi ideali della Land Art, e concependo una comunità di persone dove il dialogo e lo scambio interpersonale sono fondamentali, dove l’etica e l’estetica possono ritrovarsi, intrecciando il loro senso e le loro ragioni più profonde. Soprattutto un luogo, uno spazio sociale, dove l’arte non implode più in un semplice e limitato oggetto – la storia dell’arte è molto diversa dalla storia della pittura – ma si apre ad un illimitato dialogo e confronto con l’Altro, tra l’oggetto, la natura e la materia. «La terra come radice di un luogo, l’essere, e poi la materia». La terra con i suoi frutti. Il duro, buon lavoro dell’uomo nell’orto. Il cibo del corpo – l’agricoltura, gli animali – ed il cibo dello spirito. «Per sette anni ho portato avanti l’Agricola immaginando che l’arte non dovesse nobilitare la realtà ma coglierne le asperità, le durezze. La terra non giustifica nulla». «La verità è che nella terra non c’è solo la poesia ma anche i veleni; non c’è solo la bellezza ma anche la durezza ed il sacrificio. Un giorno scavai una buca di quattro metri e profonda altrettanto. Dissi ai miei amici. Scendiamo dentro. Come se fosse un luogo normale». «A volte penso che la sola utopia possibile sia scoprire il tragico nel reale. Per quanto il mare sia bello non puoi bere la sua acqua». Una natura anche maligna; una natura che ci muove alla solidarietà e alla comunione. Non vorrei proporre confronti fuori luogo ma, come Tolstoj, giunto sulle vette di una altissima intellettualità, anche Baruchello ha sentito il bisogno di un ritorno alla terra: «Solo col lavoro agricolo si può avere una vita razionale, morale. L’agricoltura indica cos’è più e cos’è meno necessario. Essa guida razionalmente la vita. Bisogna toccare la terra» (Lev Tolstoj, Diari, 17 aprile 1906). E, del resto, anche l’ampio progetto pedagogico di Jasnaja Poljana, anticipa la realtà e l’utopia di molte comunità. Più tardi, anche con la sua casa/Fondazione, Baruchello ha voluto sviluppare la sua vasta concezione artistica in questa ampia visione umanitaria e sociale, aiutando molti giovani artisti e collaborando a molte idee.  

Considerando questa irrequieta, mobile spirale – una vastissima visione artistica insieme sperimentale, poliedrica, sociale, politica, che spazia dall’”opera aperta” di Marcel Duchamp e di John Cage alla video arte, dall’universo concettuale alle ultime prospettive della Land Art – di Gianfranco Baruchello non possiamo considerare questi suoi oli su tela, e i suoi smalti su alluminio o su cartone, le sue tecniche miste, i suoi collage, come opere isolate, autoreferenziali, ma come le tessere di un mosaico artistico molto vasto. Su superfici sempre bianche, vediamo scorrere e dialogare segni, tracce, disegni, geroglifici, “punti cosmogonici”, in una visione che ancora una volta rivela il frammento come unità e l’unità come frammento:  la centralità come dispersione e la periferia come centro. Nulla si sa, tutto si immagina. In un suo libro ancora inedito, “I consigli del tricheco”, Baruchello riprende una frase di questo curioso personaggio di Lewis Carroll: «È venuto il tempo di parlare di molte cose, di navi e scarpe, di ceralacca, di cavoli e di re».  Così una mente razionale, colta, enciclopedica, si fonde con il fiabesco: la fiaba come racconto, possibilità, visione di un universo poetico libero, aperto, magico, irresponsabile. Poiché il senso che sfugge deve intrecciarsi al non senso: qui dove tra la realtà ed il sogno, il possibile e l’impossibile si innesta una terza via. Come il suo amatissimo Klee, posseduto da una profonda ansia metafisica, Baruchello sa che la razionalità è solo uno strumento relativo e limitato; ed il mondo è molto di più della sua apparente superficie: «In passato si rappresentavano cose visibili sulla terra, cose che volentieri si vedevano o si sarebbe desiderato vedere. Oggi la relatività delle cose visibili è resa manifesta, e con ciò si dà espressione al convincimento che, rispetto all’universo, il visibile costituisca solo un esempio isolato e che esistano, latenti, ben più numerose verità» (Klee). Al concetto statico di forma, anche Baruchello ha sempre preferito quello di formazione: la forma come movimento, mutazione, metamorfosi. «La forma è fine, morte. La formazione è Vita». Poiché «la natura della totalità cosmica è un dinamismo senza inizio e senza fine».  In questo prodigioso allargamento della percezione del mondo, in questa felice dilatazione delle potenzialità ricettive, in questo estremo ampliamento del senso del fare arte, lo spazio non è più una logica successione di piani, ma insieme è sopra e sotto, davanti e dietro, destra e sinistra; ed il tempo non è più una progressione regolare ed uniforme, ma insieme è prima e dopo, passato e futuro, questo e quello, «perché è la costellazione, e non la successione a dare l’idea». «Perché ogni cosa è talmente legata con tutto che voler escludere una qualsiasi cosa vuol dire escludere tutto» (Adorno). Baruchello uomo del pensare e uomo del fare. Baruchello poliedrico artista del disegno, dell’assemblaggio, del video, del concetto, della performance, della Land Art. Baruchello che pensa e sorride. Dice un antico proverbio cinese: «Se vuoi essere felice un’ora, bevi una bottiglia di vino. Se vuoi essere felice un anno, sposa una bella donna. Se vuoi essere felice per tutta la vita, coltiva un bel giardino».  

 

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Gianluca Bonetti 

Intimate Wilderness 

Dal 10/02 al 10/03 

Inaugurazione giovedi’ 9/02 ore 18.00