Pochi dipinti, poche incisioni come quelle di Giorgio Morandi (Bologna 1890 – ivi 1964), possiedono il dono del silenzio. Certo, tutta l’arte figurativa è silenziosa; e tuttavia nei suoi inconfondibili toni, nei suoi dimessi e lirici colori, nella sua “severa elegia luminosa”, come ha scritto l’inimitabile Longhi, una sovrana concentrazione è sempre fissata in una limpida eternità d’istante. Il silenzio di oggetti semplici e domestici; il silenzio della polvere che ha depositato il suo candido velo sulla superficie di una bottiglia, una ciotola, una brocca, un vaso. Il silenzio di pochi paesaggi, scabri ed essenziali. Il silenzio di una camera, uno studio, la sua cella, dove una coscienza, come poche, ha indagato il mistero delle cose. Il riserbo di un uomo, che si sarebbe sentito imbarazzato ad essere chiamato un grande artista, di una persona umile, schiva, profondamente contemplativa. Non ultimo, la nostra tentazione al silenzio, alla rinuncia della parola, della scrittura, di fronte ad opere tanto belle. Nei suoi dipinti, nelle sue incisioni, una presenza invisibile e inesorabile, discreta e atroce: il tempo, depone la sua trasparente ala di seta e cristallo, di luce e di cenere: testimonianza, pensiero, tremore, memoria. Il tempo di una coscienza che ricerca la difficilissima congiunzione tra il particolare ed il tutto, l’io e l’universo, il presente e l’eterno. Come Sant’Agostino, Morandi sapeva che Dio sta dentro di noi, non fuori di noi; che l’esterno è moltiplicazione e dispersione, mentre solo l’interno è concentrazione e verità. E tuttavia l’arte, il diaframma di un quadro, è sempre la testimonianza di un occhio, una coscienza che scruta e interroga le infinite forme del mondo. Ma la moltiplicazione di queste forme, l’inesauribile metamorfosi della materia, per Morandi, non è che inutile sovrapposizione, retorica, confusione. Per questo tutta la sua opera è svolta intorno al registro di pochissimi temi: la natura morta, il paesaggio, i fiori. In una famosa foto di un famoso fotografo, Herbert List, vediamo Morandi intento ad osservare ed indagare i suoi pochi oggetti, i suoi vasi, le sue bottiglie. Una domestica, semplice ed umile presenza, diviene il più alto simbolo della materia, della forma. La testimonianza dell’altro, del diverso da sé: la realtà esterna che compone lo spazio. Morandi non amava l’eccessiva presenza dell’uomo; e non amava tutti quegli artisti che, in diversi modi, hanno esaltato la dignità e la potenza dell’uomo. Come un mistico, egli sapeva che solo attraverso la rinuncia al proprio ego, solo grazie al totale svuotamento del sé, il vaso del nostro io può essere colmato dalla grazia. Ma quale grazia? Morandi non fu certo un asceta; e la sua fede, come la fede di tutte le persone normali, era abitata dal dubbio. Tuttavia, nella sua vita estremamente appartata, umile, riservata, con pochissimi viaggi, pochissimi spostamenti, il suo lavoro, la sua arte, volle innanzitutto testimoniare del prodigio dell’io di fronte al mondo, del miracolo della coscienza di fronte alla luce. Morandi conobbe bene i grandi movimenti del primo Novecento: il cubismo, il futurismo, la metafisica, e, in parte, li metabolizzò in alcune opere. Ma il problema dell’arte, per lui, come per il suo amatissimo Cézanne, andava risolto dal suo interno, non dal suo esterno. Estremamente concentrato, avvolto nel suo manto di rigore e di silenzio, chiuso nella sua cella di via Fondazza o di Grizzana, la sua casa di campagna sull’Appennino emiliano, Morandi svolse il suo pennello e la sua punta per l’acquaforte, in una fitta variazione di pochissime forme, modellate dalla grazia della perfezione e dalla carezza della luce.
Giorgio Morandi
Dal 24 marzo al 28 aprile
Inaugurazione 23 Marzo ore 18.00