Nel corso della sua carriera registica, lei ha affrontato Shakespeare una sola volta dirigendo Giulio Cesare prodotto dal Piccolo Teatro di Milano (2012). A distanza di quasi dieci anni torna a Shakespeare per questo allestimento che debutterà a Lugano nel gennaio 2020. Ci può spiegare il percorso che l’ha portata a maturare questa scelta?

«Tra il Giulio Cesare e questo Macbeth, le cose nascoste  ci saranno delle differenze enormi. Prima di tutto il Macbeth è una riscrittura, mentre lo spettacolo al Piccolo affrontava direttamente il dramma shakespeariano. Ricordo Giulio Cesare con grande affetto, ma anche con lo sguardo di chi sa di avere commesso molti errori d’interpretazione. Era un ottimo spettacolo, che ebbe un grande successo di pubblico, ma di cui non avevo afferrato il concetto che stava alla base della tragedia: il disordine generato dalla crisi del capo carismatico. Avevo intuito alcuni importanti nuclei tematici come il capro espiatorio e l’invidia mimetica; per il resto c’era troppa costruzione formale, troppa regia. In questo Macbeth non esiste la possibilità di quest’errore, caso mai la critica che mi potranno fare sarà quella di non essermi affidato totalmente alle parole di Shakespeare, di per sé sufficienti a raccontare tutto. La mia ricerca però non sta più lì, il testo classico preso nella sua interezza non mi attrae molto in questa fase della mia vita di regista. Dopo Ifigenia, liberata non penso di potere tornare indietro, sono quindi pronto a subire eventuali critiche alla filologia del progetto. Il Macbeth, come per Ifigenia, ha un sottotitolo: le cose nascoste. Questo è il motivo del lavoro, andare alla ricerca, grazie ai testi classici, dei meccanismi umani sepolti nella letteratura. Shakespeare ha avuto un dono e un intuito sorprendenti, il suo è un teatro antropologico e misterico. Le parole ci aprono a possibilità inaspettate. Non servono tutte le parole, credo sia importante trovare quelle giuste. Sarebbe però inesatto non sottolineare che questo approdo è maturato proprio grazie ai vari tentativi di ricerca che faccio risalire esattamente al Giulio Cesare. Forse è interessante sapere che quel testo fu una seconda scelta, all’inizio doveva essere realizzato il Macbeth, ma per problemi con il teatro si optò per questa seconda opzione. Nel mio percorso shakespeariano vanno però annoverati una riscrittura de Il mercante di Venezia a Parma e l’esperienza da me maturata come assistente alla regia degli spettacoli elisabettiani di Luca Ronconi, un grande apprendistato».

 Firma la drammaturgia del progetto insieme ad Angela Demattè, – autrice che accompagna il suo lavoro da anni – mentre a Simona Gonella è affidato il ruolo di dramaturg. Ci spiega il motivo di questa distinzione?

«Angela Demattè è assolutamente la mia drammaturga di riferimento, ci capiamo al volo, abbiamo fatto insieme spettacoli importanti come Ifigenia, liberata e Avevo un bel pallone rosso. È un’autrice profonda e inquieta. Da qualche anno scriviamo a quattro mani. Siamo consapevoli del fatto che sia un metodo poco ortodosso e pieno di trappole ma ci piace, ci stimola; io propongo un tema, una serie di testi, e si inizia lo studio e gli approfondimenti. Poi cominciamo a scrivere separatamente, ci confrontiamo, discutiamo, Angela affina, pulisce; io creo caos e disordine, lei è lucida e umana. In questo caso abbiamo chiesto alla dramaturg Simona Gonella di aiutarci nel progetto di scrittura. Il dramaturg semplicemente è un avvocato del diavolo, mette in discussione le scelte del regista e del drammaturgo finché non arrivano a una concreta coerenza. Il dramaturg porta l’aspetto critico che spesso il regista dimentica, perché ha paura di mettere in discussione le sue scelte. Mi sembra un modello di lavoro, almeno per Macbeth, ideale».

Prosegue la sua indagine sull’inconscio avviata con Ifigenia, liberata. Qui lei affronta il tema del suo progetto avvalendosi della consulenza di uno psicanalista e di una psicoterapeuta: ci spiega il motivo di questa scelta? In che modo avete lavorato?

«In Ifigenia, liberata abbiamo usato la filosofia come strumento di lettura della tragedia, per Macbeth serviva uno strumento molto legato all’analisi dell’archetipo. La psicanalisi junghiana era perfetta allo scopo. Giuseppe (Lombardi ndr) e Luciana (Vigato ndr) sono stati compagni di viaggio fantastici, ci hanno spalancato le porte a mondi e sensazioni di rara emozione, con loro abbiamo fatto un viaggio all’interno dell’anima degli attori, insieme a loro abbiamo indagato che cosa, ancora oggi, un testo di tale intensità susciti negli attori, quanta materia inconscia tira fuori. Il progetto prevede tre parti: la prima consiste in un’analisi degli attori coinvolti nello spettacolo; dai loro lati “nascosti” si passerà al lavoro sui personaggi. Macbeth vuole scoprire che cosa c’è oltre le cose conosciute, vuole distruggere il senso delle cose, prima di poterlo lasciarglielo fare era importante entrare nell’universo privato dell’attore. La terza parte sarà invece legata al mondo infero delle streghe, Ecate, il mare nero nel quale nuota inconsapevolmente la collettività, la comunità degli uomini. Il mare nero ci spaventa e ci seduce, senza però la sapienza antica delle streghe saremo persi, saremo uomini senza inconscio: un’ipotesi di futuro terribile che speriamo di non vedere mai. Questo lavoro su Macbeth ci pare necessario per mettere il pubblico nuovamente in contatto con le proprie paure, con la morte, rimetterlo in sintonia con il senso del tempo. Il tempo è destino e fatica, il tempo fa paura ma porta conoscenza, è il custode della conoscenza passata, presente e futura. Oggi l’uomo non ha tempo, e mentre trova ogni espediente tecnologico per allontanarsi dalla fatica del vivere, sembra sempre più schiavo dell’assenza di tempo. Questa è una tragedia. Macbeth fa lo stesso, cerca di sospendere il tempo. Sapete chi fa questo? Il bambino, quando gioca sospende il tempo. Gli adulti però hanno altre responsabilità, ma quando una società rifiuta la responsabilità e il rapporto con le paure sprofonda in un infantilismo pericoloso. Le streghe, accompagnatrici dell’uomo e filatrici di destino, sono sempre lì a ricordarcelo».

 

Gio 09.01.2020 ore 20.30

Ve 10.01.2020 ore 20.30

Sala Teatro

 

Macbeth, le cose nascoste

da William Shakespeare

progetto e regia Carmelo Rifici

drammaturgia Angela Demattè e Carmelo Rifici

dramaturg Simona Gonella

équipe scientifica Dottore Psicoanalista Giuseppe Lombardi

e Dottoressa Psicoanalista Luciana Vigato

con Alessandro Bandini, Angelo Di Genio, Tindaro Granata, Christian La Rosa, Maria Pilar Pérez Aspa, Elena Rivoltini, Giulia Vecchio
scene Paolo Di Benedetto

costumi Margherita Baldoni
musiche Zeno Gabaglio

produzione LuganoInScena/LAC Lugano Arte e Cultura
in coproduzione con Teatro Metastasio di Prato, TPE – Teatro Piemonte Europa, ERT – Emilia Romagna Teatro Fondazione

Sponsor di produzione e coproduzione Clinica Luganese Moncucco

Tutti i titoli e le proposte della stagione 19/20 sono consultabili sul sito luganolac.ch.