Nel corso della sua carriera lei ha accompagnato più volte artiste, artisti e istituzioni con testi critici e progetti curatoriali. Quale ruolo può svolgere oggi la filantropia culturale per rafforzare e rendere più visibile questo impegno intellettuale?

«La filantropia culturale, sostenuta da curiosità, competenza, intuizione, propensione al rischio e senso di responsabilità sociale, è oggi particolarmente necessaria come pratica morale. A differenza dello sponsoring, non si orienta principalmente al valore di mercato, alla popolarità o alla spendibilità mediatica. Sostiene anche riflessioni sulle profondità storiche, che aprono nuove prospettive sulla percezione del presente.

I filantropi convincenti sono personalità che sanno recepire i progetti culturali e che hanno interiorizzato la cultura. Per loro la cultura non significa soltanto prestigio, svago o ornamento sociale; è qualcosa di esistenziale per la propria formazione e per il loro concreto agire e operare. Queste persone praticano la trasformazione del capitale finanziario in capitale culturale.

Il piacere del confronto intellettuale dovrebbe essere coltivato molto più fortemente nelle scuole e nei media. Tuttavia, il sistema educativo svizzero è orientato soprattutto alla pragmaticità e all’efficienza. Le discipline umanistiche vengono sempre più marginalizzate e la cultura viene spesso trasmessa in modo offensivamente semplificato. Ciò significa che il valore della cultura è sottovalutato nel nostro Paese del benessere. Tanto più importante è quindi la filantropia culturale».

L’Accademia estiva del Zentrum Paul Klee, che lei ha diretto per molti anni, offriva a giovani artiste, artisti e curatrici, curatori uno spazio di ricerca intenso e al tempo stesso aperto. Quale effetto a lungo termine può avere un’iniziativa di questo tipo sostenuta filantropicamente?

«L’Accademia estiva (2005-2016) fu resa possibile grazie alla lungimiranza dell’allora CEO della Berner Kantonalbank. Quando alla banca fu chiesto di contribuire alla costruzione del Zentrum Paul Klee, il CEO preferì destinare i fondi non a investimenti in acciaio, vetro e cemento, ma alla creazione, all’interno dell’istituzione, di un forum vivace e intellettuale. Ogni anno selezionavo insieme al comitato scientifico dodici fellows internazionali e invitavo inoltre artiste, artisti, curatrici, curatori e teoriche, teorici che, ogni agosto, si confrontavano con un tema specifico (http://sommerakademie.zpk.org). In questo modo, Berna venne percepita come un luogo ispiratore di riflessione sui fenomeni contemporanei. Fu quindi tanto più deplorevole quando, dopo dieci anni, la banca – sotto una nuova direzione – modificò il proprio programma di sponsoring a favore dello sport.

Proprio nel campo della cultura, un mecenatismo continuo e stabile è essenziale affinché possano nascere e perdurare un’autentica consapevolezza culturale e reti significative».

Parkett ha reso possibile per decenni un dialogo internazionale tra arte, critica e istituzioni. In che modo la filantropia può oggi sostenere pubblicazioni indipendenti che favoriscono tali processi di scambio transfrontaliero?

«Senza mecenati, la rivista d’arte Parkett non avrebbe potuto esistere per 33 anni – ma neppure senza “l’auto sfruttamento” delle sue editrici e dei suoi editori. Proprio nel campo del lavoro intellettuale, della ricerca e della mediazione culturale è difficile trovare sostenitrici e sostenitori che si interessino anche ad archivi e progetti interdisciplinari – cioè a iniziative che non producono qualcosa di immediatamente visibile o facilmente comunicabile. Ancora una volta vale lo stesso principio: a tutti i livelli della società e ovunque, l’interesse per la cultura deve essere ravvivato attraverso strategie sensate».

Molte fondazioni sostengono l’arte contemporanea. Che cosa rende, dal suo punto di vista, una fondazione una partner davvero affidabile per artiste, artisti e istituzioni culturali?

«Tutto dipende dalla competenza delle personalità che, all’interno di queste fondazioni, prendono le decisioni. Un consiglio di fondazione deve sapere dove risiedono le proprie debolezze e da chi può farsi consigliare in modo competente. Una fondazione affidabile non si distingue soltanto per il numero e l’entità dei contributi erogati, ma soprattutto per la sua capacità di riconoscere qualità, potenziali e urgenze».

Lei ha accompagnato importanti progetti nello spazio pubblico, come le vetrate di Sigmar Polke nel Grossmünster. In che modo la filantropia può contribuire a rendere possibili opere che arricchiscono in modo duraturo la collettività e il patrimonio culturale pubblico?

«In questo caso, il principale atto di filantropia venne compiuto dallo stesso artista. Poiché la sua opera, con le preziose lastre di agata e tormalina, diventava sempre più complessa e quindi più costosa, ci si chiese come sarebbe stato possibile finanziarla. I fondi donati da una mecenate non sarebbero stati sufficienti. Quando Polke si ammalò gravemente e comprese che quelle vetrate sarebbero state la sua ultima opera, decise di donare il suo lavoro – insieme alle pietre preziose impiegate – come lascito al mondo. Questa generosità fu resa possibile anche dal fatto che si sentiva accompagnato da persone impegnate e compreso nelle sue intenzioni».

Nella sua attività, la promozione delle artiste ha sempre avuto un ruolo importante. In che modo la filantropia può contribuire a rendere il sistema dell’arte più equo – senza limitarsi a gesti simbolici o a una retorica superficiale sulla parità di genere?

«Nella filantropia non si tratta di giustizia secondo un principio democratico di distribuzione, ma della capacità di riconoscere qualità, talenti e urgenze culturali. È a queste che occorre rendere giustizia. Per farlo servono conoscenza, esperienza e intuizione, non un pensiero distaccato o burocratico».

Lei ha contribuito alla creazione del Prix Meret Oppenheim, oggi uno dei più importanti premi d’arte in Svizzera. Che cosa rende un premio sostenuto filantropicamente davvero determinante per la carriera di un’artista o di un artista?

«Il premio rappresenta il riconoscimento istituzionale delle prestazioni pluriennali di personalità influenti nei campi dell’arte, dell’architettura e della mediazione culturale. Porta alla luce figure esemplari, le motiva e rafforza la loro fiducia in sé».

Molti giovani artisti dipendono da residenze, borse di studio e programmi di sostegno. Quali elementi rendono un’iniziativa filantropica realmente utile per il loro sviluppo professionale e personale?

«Gli artisti devono informarsi su tutte queste opportunità, capire di cosa hanno davvero bisogno e, allo stesso tempo, rimanere aperti alla serendipità. La filantropia, da parte sua, non dovrebbe assumere un atteggiamento paternalistico, ma cogliere con sensibilità ciò che merita di emergere, ciò che nel sistema dell’arte non ha ancora trovato spazio, e comprendere come possa svilupparsi in modo significativo».

La Svizzera dispone di una lunga tradizione di filantropia culturale. Quali aspetti di questo modello si rivelano, dal suo punto di vista, particolarmente efficaci per la promozione della creatività contemporanea?

«È vero: più dello Stato, nel nostro Paese sono i filantropi e gli sponsor a sostenere la cultura, e questo ci viene riconosciuto e invidiato a livello internazionale. Tuttavia, da una prospettiva storica e umanistica, la Svizzera non è mai stata una grande ”nazione culturale” come l’Italia o la Francia. Oggi, come democrazia diretta, è fortemente segnata dal pragmatismo. Qui si guarda spesso con scetticismo a ciò che è intellettuale o non immediatamente definibile, soprattutto quando non si inserisce nelle logiche dell’efficienza o nel consenso sociale.

Per questo è importante interrogarsi su come la Svizzera, con i suoi molteplici strati e le sue influenze creative, possa crescere sempre più fino a diventare una vera e propria “nazione culturale”».

Guardando al futuro: quali forme di collaborazione tra istituzioni artistiche e filantropia ritiene particolarmente adatte a promuovere ricerca, sperimentazione e innovazione?

«La filantropia potrebbe incentivare e sostenere in misura maggiore l’interazione tra quelle istituzioni e quelle forze che contribuiscono a rafforzare la consapevolezza culturale nel nostro Paese. Nella politica, e persino nelle istituzioni culturali, mancano personalità operative dotate di visioni culturali. Ci sono buoni funzionari, certo, ma servono persone che puntino sulla formazione e sul pensiero critico. E queste sono sempre più rare. I musei devono orientarsi alle quote di visitatori e abbassano le proprie ambizioni. I media riducono le pagine culturali e pubblicano sempre meno contributi approfonditi.

Vi sono dunque molte ragioni per riflettere su come la filantropia possa impegnarsi in modo più proattivo a favore della cultura – magari rivolgendosi direttamente alla politica dell’educazione, dei media e della cultura, e mettendola alla prova».

*Jacqueline Burckhardt è una storica dell’arte e curatrice, formatasi a Roma e Zurigo. È stata cofondatrice e redattrice della rivista Parkett, presidente della Commissione federale d’arte e docente all’Accademia di Architettura di Mendrisio. Ha curato progetti artistici per il Novartis Campus di Basilea e diretto l’Accademia estiva del Zentrum Paul Klee. Nel 2002 ha pubblicato il libro La mia commedia dell’arte in tedesco, tradotto in inglese nel 2004. Nello stesso anno è stata insignita del Grand Prix Meret Oppenheim.