I cambiamenti epocali che stiamo vivendo – le grandi migrazioni, le sfide economiche, la crisi dell’ambiente – pongono l’uomo in una condizione di profondo smarrimento. L’essere umano si trova al centro di una spaventosa quantità di impulsi e sollecitazioni, ma per sua natura non può vivere cercando costantemente nuovi equilibri: ciò che persegue sono, piuttosto, certezze e stabilità. I ritmi incessanti a cui ci ha abituato questa società iper-connessa, ai cui processi di velocizzazione è difficile sottrarsi, generano quindi un diffuso malessere.

Diventiamo sempre più vecchi, ma la società non sa ancora rispondere ai molteplici bisogni della vecchiaia. Crediamo di essere multiculturali, ma non siamo in grado di gestire le migrazioni nella quotidianità. Viviamo una sorta di democratizzazione del sapere, che ci permette attraverso internet di accedere alle fonti e alle informazioni, ma ci mancano le chiavi di lettura e quindi la capacità di comprendere.

In questo contesto emergono le sfide più importanti per chiunque voglia donare. Se per una decina di anni lo smarrimento dell’uomo del XXI secolo sembrava un’opportunità per acquisire nuove letture della realtà, ora la mancanza di soluzioni e di proposte condivise sulle grandi sfide sembra essere un argomento che la stampa fa suo nelle cronache di tutti i giorni. La filantropia si inserisce in questo contesto con un’agile capacità di dare risposte tempestive alle richieste dei territori, ma deve oggi ristrutturarsi in una società che è completamente diversa rispetto anche a solo cinque anni fa.

Il filantropo che voglia essere incisivo mantenendo uno sguardo al futuro, deve sapersi centrare e avere consapevolezza della missione e del ruolo della filantropia nel presente: la filantropia funziona quando è radicata nel qui e ora. Nella situazione magmatica e di incertezza che viviamo, consideriamo per esempio quante risorse vengono disperse senza raggiungere gli scopi che i filantropi si erano posti da principio. Un filantropo costruisce un buon futuro (e un buon passato) se è radicato nel presente, con uno sguardo aperto verso i bisogni della società. Egli diviene così un innovatore e sa vedere nella filantropia quel particolare comparto dell’economia in cui sostenere e realizzare innovazione sociale. La capacità manageriale del filantropo si realizza nella definizione chiara delle proprie aspettative e nell’atteggiamento strategico con cui condurre il progetto filantropico, affinché si realizzino partnership collaborative che portino alla scalabilità dei progetti e alla sostenibilità di lungo periodo. Quando è imprenditore, la sua attività imprenditoriale fa da volano a intuizioni che oggi noi definiamo come filantropia strategica e che in realtà rappresentano la sua capacità di leggere il mondo con la consapevolezza del momento presente.

La presa di consapevolezza è sui bisogni, certo, ma anche sulle pratiche: un filantropo che identifichi un bisogno da soddisfare deve poi chiedersi come investire nel modo più efficace il proprio denaro, ottimizzando gli investimenti in modo da generare il maggior return on investment per le istituzioni beneficate e il maggior return on happiness per la sua soddisfazione personale. Sì perché non c’è dubbio che un potente motore della filantropia sia il benessere che scaturisce dall’atto di donare.

I benefici della generosità sul cervello sono stati misurati per la prima volta dal team di ricercatori dell’Università di Zurigo guidati dal Professor Ernst Fehr. Con la ricerca “A neural link between generosity and happiness” (Nature Communication 8, 2017) basata su una metodologia di imaging functional magnetic resonance, gli studiosi hanno evidenziato che la generosità è collegata alla felicità a livello neurale. Dato che persone più felici sono anche persone psico-fisicamente più sane, si apre per la filantropia un tema importantissimo: in che modo la pratica sistematica della generosità possa essere d’impatto sulla salute dei filantropi che la praticano. Una considerazione che potrà far emergere velocemente una nuova generazione di filantropi e spingere un nuovo processo di trasformazione della società civile grazie a un Terzo Settore sempre più competente e finanziariamente dotato.

Mentre le neuroscienze, gli studi di management e di filantropia si muovono in questa direzione, manca un impulso rilevante dai grandi leader spirituali, che non hanno ancora affrontato apertamente la questione etica della concentrazione dei patrimoni, rivolgendosi ai filantropi con una lettera aperta. Eppure, tutte le grandi religioni offrono indicazioni importanti sulla generosità che possono essere lette in chiave innovativa. Cristianesimo, islam, buddismo, ebraismo possono dare un contributo importante al dibattito laico sul futuro della filantropia. Per raccogliere le sfide che ci richiede la durezza del mercato dobbiamo sviluppare una forte dose di professionalità, ma anche di creatività, flessibilità, abilità nell’analizzare scenari e creare visioni con attenzione al prossimo. Oggi tutte le organizzazioni non sono più chiamate a produrre profitto ma valore. Ed è proprio su questi aspetti che la filantropia può agire intervenendo con fantasia e creatività e mettendo a sistema le proposte che via via sviluppa. A che cosa serve dunque investire nella generosità a favore della società civile? Fra le molte risposte possibili me ne viene in mente una: promuovere il sogno di una collettività più felice, più efficiente e più sana.