Qual è stato il fattore scatenante che l’ha spinta a impegnarsi nella filantropia?
«Il mio desiderio di donare ha radici profonde, che toccano alcuni aspetti del mio carattere e ciò in cui credo, ma anche gli episodi e le relazioni che hanno caratterizzato la mia vita. In questo senso, uno degli incontri più significativi è stata mia suocera, Ferdinanda Babini Cattaneo, che la città di Varese ricorda ancora come la “dama della carità silenziosa”. Ferdinanda sapeva avere cura degli altri muovendosi con eleganza e intelligenza, aiutando chi ne aveva bisogno con con la massima discrezione. Per tutti noi è stata un grande esempio. Seguendo le sue orme, la casa di famiglia Villa Torelli Mylius, dove lungo il Novecento si sono incontrati i grandi protagonisti internazionali dello spettacolo, dell’arte e della cultura, è stata donata a Varese e costituisce oggi uno dei luoghi più amati della città».
Quando ha iniziato a interessarsi all’Africa subsahariana?
«Ancora una volta si tratta di un incontro con una persona speciale, Don Darius Solo, originario di Bula in Congo e oggi parroco a Intragna. Don Darius fondò l’Associazione Norsuco con sede in Congo, per avviare i primi progetti di aiuto allo sviluppo del territorio. Mi spiegò, infatti, come in quei luoghi difficilmente accessibili mancasse completamente l’assistenza sanitaria: medici, personale infermieristico e medicinali scarseggiavano, addirittura la fornitura di acqua potabile era discontinua. Non solo. Mancava una scuola che formasse sui principi base di gestione e cura della terra e i mestieri più semplici venivano svolti con competenze primordiali. Decisi immediatamente di salire a bordo e la creazione di Fondazione Uriele fu consequenziale».
Quali sono stati i primi progetti di Fondazione Uriele?
«Il primo progetto è stato la costruzione di un ospedale di mille metri quadrati e una capacità di 50 posti letto, articolato in reparti di pediatria, ginecologia e medicina generale, che oggi è condotto da un medico professionista, nove infermieri e tre suore. Il bacino di utenza dell’ospedale copre una superficie di quaranta chilometri e vengono accolti tutti coloro che necessitano di aiuto medico, senza considerare le condizioni finanziarie, la religione o la provenienza. Successivamente ci siamo interessati al diritto allo studio e al microcredito. Abbiamo ristrutturato e sviluppato della scuola elementare esistente, trasformandola in un istituto che oggi ospita 170 bambini e che ha l’obiettivo di dare ai giovani una solida base di conoscenze teoriche ma anche di perfezionare abilità manuali. Alla scuola è annesso un laboratorio sartoriale che ogni anno conferisce il diploma a trenta donne. Durante la festa di consegna del certificato, a ognuna di loro viene anche donata una macchina da cucire, così che possa avviare la propria attività lavorativa immediatamente».
Come prosegue oggi l’attività della Fondazione nella giungla di Bula?
«Stiamo concentrando i nostri sforzi sulla creazione di competenze tecniche e gestionali per lo sviluppo del settore agricolo. All’interno della giungla abbiamo costruito una falegnameria in cui giovani professionisti imparano a lavorare il legno, una materia prima abbondante, e costruire i prodotti di cui la popolazione necessita – attrezzature agricole e strumenti per la vita quotidiana – destinate sia all’uso personale che alla vendita. Stiamo poi avviando un articolato programma di formazione sulle tematiche di risanamento del terreno e nuove metodologie di produzione agricola per il miglioramento della qualità e conservazione dei generi alimentari contando sulla collaborazione di esperti europei».
Come definirebbe la sua formula per una filantropia positiva?
«Decidere con il cuore. Perché solo in questo modo si può avere continuità e ottenere la massima gioia dai propri investimenti. Almeno due volte all’anno mi reco nei luoghi dove i progetti della Fondazione sono attivi, abito con le persone delle nostre comunità, vivo le loro vite. Questi viaggi divengono per me una continua fonte di motivazione e per gli altri una prova tangibile dell’impegno che la Fondazione intende portare avanti. Simbolicamente, una di queste visite cade sempre intorno a Capodanno».
Più recentemente ha avviato progetti di natura artistica e culturale anche a Lugano. Quali sono i suoi obiettivi?
«Le iniziative nella sede della Fondazione a Lugano comprendono un ampio spettro di attività: incontri, corsi, conferenze e rappresentazioni ma anche supporto alle pubblicazioni scientifiche e alla produzione artistica. Il sociologo francese Pierre Bordieu ha spiegato che un individuo che non è mai stato in un museo da bambino, difficilmente ci entrerà da adulto. Devo ringraziare dunque mia madre, che fu un’instancabile amante dell’arte e delle cose belle tanto da portarmi sempre in giro per mostre e gallerie, per avermi trasmesso la convinzione che i linguaggi dell’arte siano una palestra fondamentale per la mente, per capire il presente e immaginare il nostro futuro. Il mio obiettivo è di creare quindi delle opportunità affinché gli artisti e i pensatori possano produrre e diffondere le loro idee e le loro opere a vantaggio di tutti noi».
www.fondazioneuriele.ch