Seguiamo la dottoressa Elisa Bortoluzzi Dubach, solcando l’antico portone segnato dal tempo. E si spalanca un’antica villa, immersa nel verde, solare e affacciata sul panorama celebrato da Guttuso. Nella stessa località il maestro di Bagheria aveva studio e si dilettava a dipingerne gli infuocati tramonti.
È lì che Elisa, quando rientra a Varese, accoglie gli amici nell’ampio salone, il soffitto altissimo e decorato e le poltroncine ammorbidite dall’uso di conversare e ascoltare ottima musica in compagnia, secondo una tradizione di famiglia che continua con il violino del figlio Pietro, concertista affermato. Ma che proprio dalla nonna era iniziata.
Si può immaginare Alice intenta a esaudire il desiderio dei suoi ospiti di ascoltarne la voce, ritta in piedi, accanto al pianoforte a coda, contenta di poter riprendersi in mano la vita d’artista, almeno per una sera. Le voci di entrambe, quella del soprano in sottofondo e quella di Elisa, che ha anche lei scelto l’armonia, a volte si mescolano.
Com’è cominciato il suo viaggio professionale nell’universo della filantropia?
«Cercavo me stessa e ho trovato un mondo. Volevo rifarmi dalle insicurezze di bambina, quando a scuola mi capitava di mischiare tedesco e italiano, e il mio orgoglio, di fronte alle correzioni dell’insegnante, mi chiedeva di non farlo mai più. Così ho scelto di seguire all’università proprio studi linguistici, a Venezia prima, dove ho frequentato Lingue orientali e a Roma poi dove ho frequentato Lingue e letterature straniere. Ho imparato anche l’arabo, una lingua che ora ho completamente dimenticato.
Mentre studiavo ho fatto famiglia e messo al mondo i miei due figli. Sarei probabilmente diventata un’insegnante di lingue se le cose non avessero preso una piega diversa. Dopo una serie di altri contatti e i primi lavori, sono stata coinvolta in progetti di comunicazione e assunta finalmente in un ufficio. Un giorno una mia amica mi segnalò che la Fondazione per la ricerca sulla distrofia muscolare cercava una volontaria che si dedicasse a una raccolta fondi per una delle prime edizioni del Telethon. Mi chiese se volevo provarci. Avrei dovuto impegnarmi in una sfida che non sapevo ancora come affrontare. Ma decisi di accettare. E alla fine, con impegno e determinazione, potevo dire di aver contribuito a raccogliere una somma significativa».
Ha proseguito poi sull’onda dell’entusiasmo?
«Sì, certamente. Mi sono trasferita in Svizzera ed è cominciato un periodo molto gratificante. Ho ripreso gli studi mi sono laureata anche in comunicazione e con tre colleghi abbiamo introdotto lo sponsoring in televisione di Stato.
Lavoravo direttamente con un dirigente RSI molto simpatico e capace che dopo iniziali perplessità (chi sarà mai questa giovane italiana?), mi ha supportato con coraggio e determinazione. Lo ricordo con riconoscenza.
Nel frattempo scrivevo anche un libro. Il mio primo, che è stato un grande successo nel mondo di lingua tedesca Sponsoring dalla alla Z Manuale operativo realizzato per colmare una lacuna, ora giunto alla quinta edizione. Un libro scritto il sabato mattina con un collega in un caffè, in ore e ore di confronto allegro e spensierato.
Oggi sono una libera professionista. Vivo e lavoro a Zug. Sono consulente, continuo a scrivere e insegno. L’ultimo progetto è un corso durato nove settimane, “Family Office & Strategic Philanthropy: Theory, Best Practice, Instruments and Visions”, all’Università di Lucerna (https://www.unilu.ch/weiterbildung/weiterbildungsakademie/strategicphilanthropy/). Ne sono particolarmente orgogliosa sia per il fatto che abbiamo percorso una strada inedita e concepito qualche cosa che in area tedesca non si conosceva, sia per i relatori straordinari che siamo riusciti a coinvolgere. Il corso si ripeterà e spero porterà a una serie di conseguenze virtuose, fra le altre a un incremento di donazioni. Anche in questo progetto ho seguito la mia vocazione, che è poi quella di consigliare e seguire chi si dedica alla filantropia e, magari, vorrebbe farne anche lo scopo della propria vita».
Che cosa la appaga maggiormente del suo lavoro? È vero che la filantropia ha una ricaduta benefica su chi la pratica?
«Intanto ho scoperto di avere in me la capacità di far emergere il talento degli altri. E questa è già una soddisfazione, perché mi aiuta ad avvicinarmi ancora di più a quanti mi incontrano e si fidano di me. E poi mi spalanca la meraviglia della condivisione di un parallelo lavoro – di chi insegna e di chi ascolta mettendo in pratica i consigli ricevuti – che porta al bene. La generosità, come è stato rilevato da diversi studiosi della materia e anche da famosi medici e psicologi, fa bene al corpo e allo spirito. Il magazine ‘Harvard Medicine’ riporta in un recente articolo una testimonianza di Gregory Fricchione, professore di psichiatria presso l’Harvard Medical School e direttore del Benson-Henry Institute for Mind Body Medicine del Massachusetts General Hospital, che descrive il fenomeno che accompagna un gesto di generosità come un rilascio di “succo chimico”. “Quando aiutiamo gli altri, afferma, i neurotrasmettitori inviano mpulsi all’amigdala, che controlla la paura, all’ippocampo, dove si forma la memoria, e alla corteccia prefrontale mediale, che regola la motivazione. Tra questi neurotrasmettitori c’è la dopamina. Questa sostanza chimica del benessere è collegata al centro di gratificazione sito nel cervello. E viene rilasciata quando doniamo agli altri. Gli scienziati lo hanno dimostrato in laboratorio. Secondo Fricchione il rilascio di numerose altre sostanze sostanze chimiche può essere stimolato numerosi altri dalla generosità: oppioidi endogeni che riducono il dolore, endorfine… Poi c’è l’ossitocina, il cosiddetto ormone dell’affiliazione, che ha numerosi recettori nell’amigdala, da dove aiuta a ridurre la paura e l’ansia» . La filantropia ci fa più felici ed ha un influsso sulla salute. E dunque possiamo dire che ha davvero una funzione benefica e terapeutica».
Dedicarsi agli altri per dar loro aiuto, saperne ascoltare i bisogni, da cosa dipende? Non tutti abbiamo questa personale qualità…
«Questo è vero, e molto conta secondo me averne ricevuto l’esempio in una famiglia nella quale le arti, la musica, la letteratura hanno convissuto per generazioni.
Quella cura che i miei antenati hanno riservato agli altri oltre che alla famiglia oggi bussa forte anche dentro di me. E mi suggerisce di continuare a seguire la strada che ho intrapreso».
Veniamo al mondo femminile, di cui lei è oramai una rappresentante virtuosa. Le donne, nonostante la minore visibilità, si sono sempre distinte, sia nel sostenere la cultura, dalla musica alla pittura, alle arti in genere, sia nel venire incontro alle necessità materiali e sociali di chi ha bisogno, per mancanza di mezzi o per raggiungere traguardi importanti nello studio e nella ricerca; campo quest’ultimo dove sono state protagoniste nel corso della storia: da Marie Curie a Rita Levi Montalcini, per citarne solo due…
«Sì, dalle stesse attrici, cantanti, star dello spettacolo o imprenditrici, alle mogli o ex mogli di grandi imprenditori, come Melinda Gates o MacKenzie Scott, ancora oggi arriva l’esempio di un impegno molto forte, cui guardano molte altre donne filantrope che magari donano senza che si sappia. O che desiderano farne un’attività di lavoro perché capiscono appieno il doppio valore economico e sociale che può esserci in un impegno professionale in questo campo».
Nell’Albo d’oro dell’Ospedale di Varese, redatto dallo storico Luigi Borri e dedicato ai benefattori dell’Ospedale stesso, ripubblicato poi nel 1931 dal giornalista Giovanni Bagaini, l’elenco delle donne benefattrici è lunghissimo. A partire dalla consorte del maggior benefattore dell’Ospedale di Varese, Emma Macchi Zonda…
«Gli esempi sono davvero tanti, in tutto il mondo, e la industriosa terra in cui sono nata ha offerto sempre casi virtuosi in questo senso anche tra le donne. Assieme al marito Silvio e al cognato Corrado, Emma Zonda operò per la nascita di alcuni padiglioni e la crescita della fondazione ospedaliera, oltre che per la realizzazione di diversi asili per l’infanzia ancora oggi aperti».
Quali sono i suoi ultimi impegni?
«Sono reduce da una serie di conferenze internazionali, anche sull’argomento filantropia al femminile, che hanno coinvolto università, associazioni, esperti del campo. Sono stanca ma felice. Perché ovunque ho colto grande interesse, aspettative e voglia di impegno per dare il meglio all’umanità, mettendo assieme le forze, le competenze e le risorse che per fortuna abbiamo. E che dobbiamo cercare di non sprecare ma di utilizzare al meglio. In questo senso l’attenzione delle donne deve essere tenuta alta, anche se attraversiamo un momento storico per noi molto difficile. Le guerre, le violenze quotidiane e la scarsa considerazione che alcuni paesi riservano proprio alle donne, ci chiedono e ci chiamano a un patto di solidarietà tra di noi, sempre più forte. Seguendo anche qui il cammino del bene, la strada che non tradisce mai. Io stessa ho fatto di questo impegno la mia missione. E avverto dentro di me, sempre più, quel beneficio di cui parlavamo all’inizio. L’armonia accompagna la mia vita».
Pare di avvertire alle spalle l’altra voce femminile, il bel canto inonda il salone. Tra poco Elisa ripartirà per Zugo. Il treno l’aspetta. Fuori il sole illumina il parco della casa. Qui amore e musica sono sempre andati a braccetto.
Elisa Bortoluzzi Dubach
Dr. Elisa Bortoluzzi Dubach, consulente di Relazioni Pubbliche, Sponsorizzazioni e Fondazioni, è docente presso varie università e istituti superiori in Svizzera e Italia e co-autrice fra gli altri di La relazione generosa. Guida alla collaborazione con filantropi e mecenati.