Christian Bührle, quando ha capito che l’arte avrebbe avuto un ruolo centrale nella sua vita?

«Non è stato un evento specifico, piuttosto un processo graduale che è durato per anni.  Fin da piccolo ho amato la pittura, l’architettura, la musica classica e il teatro, e questo mio interesse non ha potuto che intensificarsi nel tempo. Ancora oggi ricordo il viaggio per il conseguimento del diploma lungo la cosiddetta “Strada Romantica” e il mio primo incontro con le opere di Tilman Riemenschneider, Balthasar Neumann e Giambattista Tiepolo. Tre soggiorni di un mese a Firenze e Roma sono stati particolarmente formativi, nel corso dei quali ho potuto conoscere più da vicino la storia e le opere d’arte di queste due immortali città d’arte».

Quando si è avvicinato, invece, alla filantropia?

«Sono arrivato alla filantropia, che intendo più nel senso illuminista che in quello caritatevole, essenzialmente attraverso i miei molti anni di lavoro per la Fondazione Goethe per l’Arte e la Scienza, prima come consigliere, poi come segretario e presidente».

Ancora oggi presiede la Fondazione Goethe: quali sono le pietre miliari nella storia della fondazione e qual è il suo scopo?

«Lo scopo della fondazione è definito in termini molto generali nello Statuto: promuovere l’arte e sostenere gli sforzi scientifici nel territorio della Confederazione Svizzera. Una pietra miliare nella sua storia è stato certamente il restauro completo della Certosa di Ittingen, nel Canton Turgovia. Per portare a termine questo progetto la Fondazione Goethe ha approvato un contributo molto elevato rispetto ai suoi standard finanziari. Tra gli altri progetti significativi co-finanziati dalla Fondazione, ma che non definirei pietre miliari, citerei lo studio cronologico-scientifico in otto volumi “Goethes Leben von Tag zu Tag”, il restauro della Collegiata di Beromünster con le sue case canoniche, le tournée della Orchestra Sinfonica Svizzera della Gioventù, la Gstaad Conducting Academy, i cataloghi ragionati delle opere di Cuno Amiet e Félix Vallotton e la pubblicazione della corrispondenza completa di Ferdinand Hodler».

Quali progetti sostiene la Fondazione Goethe in Ticino?

«La Fondazione Goethe è attiva nelle seguenti aree: letteratura e saggistica scientifica, teatro, musica, conservazione dei monumenti e ricerca scientifica, anche se in quest’ultimo caso preferiamo essere coinvolti in programmi di tutela e promozione delle specie di fauna e flora. La Fondazione riceve in media circa 175 richieste di progetti all’anno, di cui 12-15 vengono approvati, preferibilmente quelli che possono realizzare un impatto positivo e sostenibile. Vivendo a Lugano da diversi anni, il supporto di progetti in Ticino mi sta molto a cuore. Non voglio tuttavia suscitare l’impressione che preferiamo un Cantone all’altro: tutti sono trattati allo stesso modo. In Ticino, la Fondazione Goethe ha co-finanziato negli ultimi anni diversi progetti di restauro, soprattutto in Valle Maggia. Inoltre, abbiamo conferito negli anni ripetutamente borse di studio a giovani musicisti del Conservatorio della Svizzera Italiana. Nel 2020, la Fondazione Goethe ha stanziato un grande contributo per un concerto dell’Orchestra della Svizzera Italiana (OSI), che purtroppo non ha potuto aver luogo a causa del Coronavirus».

Che cosa pensa della filantropia strategica? Che cosa dovrebbero fare donatori e mecenati per diventare motori dell’innovazione nelle arti?

«Adottare una mentalità strategica permette di raggiungere determinati obiettivi, ma questo può essere applicato alle fondazioni solo in misura limitata. Dotarsi di linee guida chiare aiuta a “separare il grano dalla pula” quando si tratta di valutare le richieste di contributo: di norma, il nostro lavoro resta un’attività reattiva, quella cioè di selezionare quelle richieste che corrispondono allo scopo della fondazione.  Per diventare un motore di innovazione, tuttavia, un approccio proattivo sarebbe un prerequisito ai miei occhi indispensabile. La maggior parte delle fondazioni – compresa la Fondazione Goethe – non sono probabilmente in grado di agire in questo modo a causa delle disposizioni dei loro statuti. I mecenati che non si avvalgono di una fondazione sono avvantaggiati da questo punto di vista, perché non sono obbligati a rendere conto all’Autorità federale di vigilanza sulle fondazioni».

Spesso le speranze per la soluzione di molti problemi poggiano sui mecenati. Che cosa dovrebbe fare il settore pubblico per incoraggiare più individui ad attivarsi e divenire mecenati?

«Da quasi un anno ormai, la pandemia di Covid-19 ha impedito la maggior parte degli eventi in cui molte persone si riuniscono in uno spazio ristretto. Mi riferisco in particolare alle arti performative, come concerti e spettacoli teatrali. Nel 2020, quindi, la Fondazione Goethe si è concentrata soprattutto sulle pubblicazioni e sui progetti scientifici, la cui realizzazione è stata garantita anche durante il Coronavirus. Non appena sarà possibile eseguire concerti e spettacoli dal vivo senza restrizioni, la nostra fondazione sarà di nuovo – e sempre più – coinvolta nel sostegno di questi ultimi. Una volta superata la pandemia, ci sarà probabilmente un vero e proprio diluvio di nuovi progetti. Fondazioni e mecenati vivranno la sfida di fare la scelta “giusta” tra le molte richieste».

Secondo il suo punto di vista di filantropo, quale impatto ha avuto la pandemia sul mondo dell’arte e della cultura?

«Il problema è che la spesa pubblica è in costante aumento, soprattutto nel settore sociale. Gli aumenti conseguenti delle necessità finanziarie dello Stato e dei comuni comportano che i cittadini siano sempre più percepiti come semplici contribuenti. Ai miei occhi si tratta di uno sviluppo disastroso e controproducente. Il settore pubblico dovrebbe tornare a vedere il cittadino come un partner che, se deve essere incoraggiato a divenire un mecenate delle arti, deve essere incentivato, per esempio grazie a sgravi fiscali. Purtroppo il settore pubblico è spesso miope in questo senso, incapace di riconoscere che una concessione a potenziali mecenati porterebbe a rendimenti di gran lunga maggiori nel lungo termine».

Qual è il suo messaggio diretto ai mecenati per affrontare meglio la crisi?

«La pandemia ci ha costretto a rinunciare a molte cose, ma – nonostante tutta la sofferenza – ci ha anche portato a guardare più da vicino e a mettere in discussione le nostre azioni precedenti, a pensare a che cosa potremmo cambiare e migliorare rispetto a quanto fatto finora. Il fatto che noi filantropi possiamo contribuire a superare la crisi è una questione che vorrei lasciare aperta. Come presidente della Fondazione Goethe per le Arti e le Scienze, tuttavia, sono consapevole che, una volta superata la crisi, dovremo impegnarci più che mai nella cura e nella conservazione del ricco e vario patrimonio culturale europeo. La pandemia e i suoi effetti sulla vita culturale (musei, sale da concerto e teatri chiusi) hanno reso evidente che questa è in pericolo e ha bisogno di sostegno».

Chi è Christian Bührle

Christian Bührle ha studiato storia dell’arte e archeologia classica all’Università di Zurigo, laureandosi con una tesi dal titolo “Die Zürcher Richard-Wagner-Bühne”. Dal 1989 al 1998 ha lavorato all’Istituto svizzero di storia dell’arte; dal 1997 al 2002 è stato curatore della collezione Emil Bührle. Dal 1994 è direttore della Fondazione Goethe per l’Arte e la Scienza. Nel 2013 è curatore della mostra “Valchirie su Zurigo – 150 anni di spettacoli wagneriani a Zurigo” al Kunsthaus Zürich. Nel 2020 è stato pubblicato il volume “Prachtgemäuer – Wagner-Orte in Zürich, Luzern, Tribschen und Venedig”, di cui è co-autore. Attualmente si sta dedicando a un grande libro sugli architetti ticinesi a Roma (Domenico Fontana, Carlo Maderno, Francesco Borromini). 

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