Chi è Armando Grandi ? Vuole raccontarci le tappe fondamentali della sua vita ?
Sono nato nel 1927 e ho vissuto per un lungo periodo in Argentina. Dopo essermi laureato in ingegneria nel 1952 al Politecnico di Milano, mi sono sposato con Anna Maria Gonzaga e abbiamo avuto 4 figli, una femmina e tre maschi. Il mio ultimo figlio Renato è morto a 27 anni a causa di un incidente stradale. Ora sono bisnonno di 8 splendidi bambini. Ho una grande passione per la vela che pratico regolarmente durante l’estate, mentre in inverno leggo molto e soddisfo la mia passione per la musica classica frequentando il LAC di Lugano».
Quando ha deciso di diventare filantropo e perchè ?
«Dopo i primi anni di residenza a Lugano ho avuto ripetuti rapporti con Terre des Hommes e, colpito dai loro progetti umanitari, ho deciso di partecipare concretamente alle loro attività, finanziando diversi programmi».
Quando nasce nasce la Fondazione Renato Grandi e quali sono le sue finalità ?
«Ho creato la FRG (Fondazione Renato Grandi) in memoria di mio figlio Renato nel 2009, dotandola inizialmente di un patrimonio limitato ma sufficiente a promuovere i primi progetti.
Come fondatore sono stato Presidente del Consiglio di amministrazione per qualche anno, poi, raggiunta una certa età, ho chiesto a mia figlia Viviana di sostituirmi in tale incarico, restando come Vice presidente del CdA.
Scopo della Fondazione è quello di erogare e gestire servizi assistenziali e socio-sanitari a favore dei bambini bisognosi e realizzare e gestire strutture residenziali accessorie alla fruizione di tali servizi. Inoltre, ci proproniamo di costruire e gestire pozzi e acquedotti ovunque sia prioritario il bisogno di acqua potabile. E, ancora, vogliamo creare servizi di assistenza, di sostegno sociale e socio sanitario a beneficio di altre persone che si trovassero in stato di bisogno o non fossero autosufficienti a causa di situazione di estrema povertà, di indigenza, malattie, infermità, epidemie, guerre ecc. Infine, realizziamo, autonomamente e/o in collaborazione con terzi, strutture ospedaliere, case di accoglienza per anziani, centri di ricovero per persone indigenti»
Perchè ha scelto di dedicarsi ai bambini ?
«La mia esperienza in Terre des Hommes mi ha indotto a continuare ad aiutare i bambini più bisognosi, in particolare in Paesi dell’Africa dove è nota la carenza di adeguate cure igieniche oltre che di risorse alimentari».
Quali sono state le prime opere che ha scelto di finanziare ?
«La prima opera importante che la Fondazione ha finanziato in collaborazione con la Comunità Europea, la Caritas di Germania e la Provincia di Milano è stato un acquedotto in Tanzania che ha portato l’acqua a 18 villaggi per 250 mila persone. Durante la mia permanenza in quel Paese ho conosciuto un missionario Italiano che mi ha illustrato la drammatica situazione dei tantissimi bambini rimasti orfani a causa del flagello del IDS. Allora la Fondazione ha deciso di costruire un orfanotrofio, abbiamo comperato 5 ettari di terreno e costruito 10 casette per ospitare in ciascuna 10 bambini, ognuna con il suo piccolo orto e giardinetto. È stato creato anche un piccolo parco giochi. Il rimanente terreno, libero dalle costruzioni, viene ora coltivato a grano e la farina prodotta viene dedicata esclusivamente al consumo del orfanotrofio».
In Burkina Faso la Fondazione Renato Grandi ha costruito una scuola. Perchè?
«Alcuni giovani di Mendrisio, miei conoscentii, che si erano recati a Ouagadougou, capitale del Burkina Faso per fare del volontariato, si sono imbattuti in un ragazzo di nome Sansan, sdraiato sulle scale d’ingresso di un albergo, che li ha incuriositi per l’evidente stato di sofferenza fisica che mostrava. Interrogandolo sul suo stato di salute, hanno ricevuto la risposta che soffriva di una malattia del sangue chiamata drepanocitosi; era orfano, scappato dal orfanotrofio per maltrattamento e dimesso dall’ospedale, dove si era rifugiato, perchè incapaci di curarlo.
Quei giovani, impietositi, lo hanno allora portato al ospedale francese depositando una somma in garanzia e promettendo che, tornati in Europa avrebbero provveduto alle spese necessarie per curarlo. I miei giovani amici al rientro in Svizzera mi hanno raccontato questa storia. Sono rimasto molto colpito e ho provveduto a farlo ricoverare in Francia. Per non lasciarlo solo ho cominciato a visitarlo frequentemente e lentamente mi sono accorto che iniziavo a provare dell’affetto per lui. Gli ho raccontato della mia Fondazione e un giorno mi ha proposto di costruire ad Ouagadougou un buon orfanotrofio dove gli orfani venissero trattati con il dovuto affetto. La sua proposta mi ha commosso. Abbiamo deciso di costruire una scuola nel suo villaggio natale che avrebbe dato istruzione a giovani dai 12 ai 18 anni. Col passare degli anni Sansan, è diventato per me come un figlio, infatti mi chiama papà e sono anche “nonno“ di una bella bambina africana di nome Chloe».
Vuole ricordare qualche altro progetto ?
«Sono venuto a conoscenza che di un villaggio in Congo, a 650 kilometri da Kinshasa, dove il 10/12% dei bambini crescendo sviluppavano piedi deformi, malformazione causata dal acido cianidrico contenuto nella manioca, loro alimento abituale, perché non lavata per mancanza di acqua.
Ho subito fatto verificare la possibilità di sfruttare la portata costante di un fiume, quale fonte di energia. Abbiamo costruito un acquedotto che ha raggiunto il villaggio distante 15 chilometri, portando così acqua preziosa per tutti gli abitanti. Le donne hanno via via compreso l’importanza di lavare accuratamente la manioca prima di trasformarla in farina, e in questo modo i nuovi nati non hanno più manifestato questa deformazione.
Un altro progetto che mi piace ricordare è del 2015. In quell’anno il professor Pedrazzini, che è spesso a Bissau, capitale della Guinea Bissau, in quanto assiste volontariamente bambini cardiopatici della capitale, mi fece notare un grave deficit della sanità locale. Nell’ospedale statale mancava del tutto un reparto pediatrico, oltre al fatto che c’era un solo pediatra a disposizione. La mancanza di assistenza sanitaria per questi piccoli pazienti mi ha profondamente toccato e portato alla decisione di costruire un centro sanitario pediatrico. Dopo 18 mesi di progettazione abbiamo spedito una quarantina di container con tutto il materiale necessario, acquistato in Italia. Durante il periodo di costruzione abbiamo inviato tre giovani medici a Cuba per specializzarsi in pediatria così che fossero pronti al momento dell’inaugurazione, avvenuta in febbraio 2020».
Quali sono i progetti che sta attualmente portando avanti la sua Fondazione ?
«La quasi totale mancanza di ossigeno medicale in Guinea Bissau è un grosso problema. Per supplire a questa carenza stiamo costruendo un impianto che non solo servirà la struttura da noi costruita, ma potrà anche fornire altri centri ospedalieri. Il grande successo riscosso dadel nostro centro ha favorito la decisione di ingrandirlo sulla base delle indicazioni e delle esigenze espresse dal personale sia tecnico che amministrativo. In Burkina Faso invece stiamo raddoppiando la capacità della scuola già esistente per l’istruzione dei piccoli dai 6 ai 12 anni».
Che cosa ha imparato personalmente dalle sue esperienze filantropiche?
Ho imparato ad amare sempre di più i piccoli africani. Dal momento in cui vengono al mondo, questi bambini non chiedono niente e purtroppo non ricevono quasi nulla. Eppure quando gli fai un sorriso, ti ringraziano come se avessero ricevuto il più grande dei doni. È una cosa che non finisce mai di commuovermi e di motivarmi».
Che cosa si sente di suggerire ad altri filantropi che vogliano intraprendere un percorso simile al suo ?
«La filantropia ‘umanitaria’ non è un passatempo o una forma di autocompiacimento ma un impulso ad intervenire dove altrimenti la situazione precaria resterebbe tale. La povertà, le malattie, la fame, la sete sono problemi gravi in tutto il mondo. Chi vuol essere un filantropo (parola che personalmente non amo molto) in campo umanitario, non deve aspettarsi riconoscenza o ammirazione, deve ascoltare la voce del cuore e quella della mente, agire con accortezza e lucidità e sentirsi appagato di quanto ha fatto indipendentemente dal fatto che la sua iniziativa abbia avuto successo o meno. Il rischio fa parte dell’opera di un filantropo».
Da ultimo, un suo suggerimento a chi si vuole occupare di bambini come filantropo. A che cosa occorre prestare particolare attenzione ?
«Innanzitutto, amarli. Un progetto che possa portare beneficio ai bambini, deve essere realizzato con la collaborazione di persone fidate, che condividano totalmente i valori del fondatore, e che siano attente e amorevoli, capaci ed efficienti».
Chi è Armando Grandi ? vuole raccontarci le tappe fondamentali della sua vita ?
Sono nato nel 1927 e ho vissuto per un lungo periodo in Argentina. Dopo essermi laureato in ingegneria nel 1952 al Politecnico di Milano, mi sono sposato con Anna Maria Gonzaga e abbiamo avuto 4 figli, una femmina e tre maschi. Il mio ultimo figlio Renato è morto a 27 anni a causa di un incidente stradale. Ora sono bisnonno di 8 splendidi bambini. Ho una grande passione per la vela che pratico regolarmente durante l’estate, mentre in inverno leggo molto e soddisfo la mia passione per la musica classica frequentando il LAC di Lugano».
Quando ha deciso di diventare filantropo e perchè ?
«Dopo i primi anni di residenza a Lugano ho avuto ripetuti rapporti con Terre des Hommes e, colpito dai loro progetti umanitari, ho deciso di partecipare concretamente alle loro attività, finanziando diversi programmi».
Quando nasce nasce la Fondazione Renato Grandi e quali sono le sue finalità ?
«Ho creato la FRG (Fondazione Renato Grandi) in memoria di mio figlio Renato nel 2009, dotandola inizialmente di un patrimonio limitato ma sufficiente a promuovere i primi progetti.
Come fondatore sono stato Presidente del Consiglio di amministrazione per qualche anno, poi, raggiunta una certa età, ho chiesto a mia figlia Viviana di sostituirmi in tale incarico, restando come Vice presidente del CdA.
Scopo della Fondazione è quello di erogare e gestire servizi assistenziali e socio-sanitari a favore dei bambini bisognosi e realizzare e gestire strutture residenziali accessorie alla fruizione di tali servizi. Inoltre, ci proproniamo di costruire e gestire pozzi e acquedotti ovunque sia prioritario il bisogno di acqua potabile. E, ancora, vogliamo creare servizi di assistenza, di sostegno sociale e socio sanitario a beneficio di altre persone che si trovassero in stato di bisogno o non fossero autosufficienti a causa di situazione di estrema povertà, di indigenza, malattie, infermità, epidemie, guerre ecc. Infine, realizziamo, autonomamente e/o in collaborazione con terzi, strutture ospedaliere, case di accoglienza per anziani, centri di ricovero per persone indigenti»
Perchè ha scelto di dedicarsi ai bambini ?
«La mia esperienza in Terre des Hommes mi ha indotto a continuare ad aiutare i bambini più bisognosi, in particolare in Paesi dell’Africa dove è nota la carenza di adeguate cure igieniche oltre che di risorse alimentari».
Quali sono state le prime opere che ha scelto di finanziare ?
«La prima opera importante che la Fondazione ha finanziato in collaborazione con la Comunità Europea, la Caritas di Germania e la Provincia di Milano è stato un acquedotto in Tanzania che ha portato l’acqua a 18 villaggi per 250 mila persone. Durante la mia permanenza in quel Paese ho conosciuto un missionario Italiano che mi ha illustrato la drammatica situazione dei tantissimi bambini rimasti orfani a causa del flagello del IDS. Allora la Fondazione ha deciso di costruire un orfanotrofio, abbiamo comperato 5 ettari di terreno e costruito 10 casette per ospitare in ciascuna 10 bambini, ognuna con il suo piccolo orto e giardinetto. È stato creato anche un piccolo parco giochi. Il rimanente terreno, libero dalle costruzioni, viene ora coltivato a grano e la farina prodotta viene dedicata esclusivamente al consumo del orfanotrofio».
In Burkina Faso la Fondazione Renato Grandi ha costruito una scuola. Perchè?
«Alcuni giovani di Mendrisio, miei conoscentii, che si erano recati a Ouagadougou, capitale del Burkina Faso per fare del volontariato, si sono imbattuti in un ragazzo di nome Sansan, sdraiato sulle scale d’ingresso di un albergo, che li ha incuriositi per l’evidente stato di sofferenza fisica che mostrava. Interrogandolo sul suo stato di salute, hanno ricevuto la risposta che soffriva di una malattia del sangue chiamata drepanocitosi; era orfano, scappato dal orfanotrofio per maltrattamento e dimesso dall’ospedale, dove si era rifugiato, perchè incapaci di curarlo.
Quei giovani, impietositi, lo hanno allora portato al ospedale francese depositando una somma in garanzia e promettendo che, tornati in Europa avrebbero provveduto alle spese necessarie per curarlo. I miei giovani amici al rientro in Svizzera mi hanno raccontato questa storia. Sono rimasto molto colpito e ho provveduto a farlo ricoverare in Francia. Per non lasciarlo solo ho cominciato a visitarlo frequentemente e lentamente mi sono accorto che iniziavo a provare dell’affetto per lui. Gli ho raccontato della mia Fondazione e un giorno mi ha proposto di costruire ad Ouagadougou un buon orfanotrofio dove gli orfani venissero trattati con il dovuto affetto. La sua proposta mi ha commosso. Abbiamo deciso di costruire una scuola nel suo villaggio natale che avrebbe dato istruzione a giovani dai 12 ai 18 anni. Col passare degli anni Sansan, è diventato per me come un figlio, infatti mi chiama papà e sono anche “nonno“ di una bella bambina africana di nome Chloe».
Vuole ricordare qualche altro progetto ?
«Sono venuto a conoscenza che di un villaggio in Congo, a 650 kilometri da Kinshasa, dove il 10/12% dei bambini crescendo sviluppavano piedi deformi, malformazione causata dal acido cianidrico contenuto nella manioca, loro alimento abituale, perché non lavata per mancanza di acqua.
Ho subito fatto verificare la possibilità di sfruttare la portata costante di un fiume, quale fonte di energia. Abbiamo costruito un acquedotto che ha raggiunto il villaggio distante 15 chilometri, portando così acqua preziosa per tutti gli abitanti. Le donne hanno via via compreso l’importanza di lavare accuratamente la manioca prima di trasformarla in farina, e in questo modo i nuovi nati non hanno più manifestato questa deformazione.
Un altro progetto che mi piace ricordare è del 2015. In quell’anno il professor Pedrazzini, che è spesso a Bissau, capitale della Guinea Bissau, in quanto assiste volontariamente bambini cardiopatici della capitale, mi fece notare un grave deficit della sanità locale. Nell’ospedale statale mancava del tutto un reparto pediatrico, oltre al fatto che c’era un solo pediatra a disposizione. La mancanza di assistenza sanitaria per questi piccoli pazienti mi ha profondamente toccato e portato alla decisione di costruire un centro sanitario pediatrico. Dopo 18 mesi di progettazione abbiamo spedito una quarantina di container con tutto il materiale necessario, acquistato in Italia. Durante il periodo di costruzione abbiamo inviato tre giovani medici a Cuba per specializzarsi in pediatria così che fossero pronti al momento dell’inaugurazione, avvenuta in febbraio 2020».
Quali sono i progetti che sta attualmente portando avanti la sua Fondazione ?
«La quasi totale mancanza di ossigeno medicale in Guinea Bissau è un grosso problema. Per supplire a questa carenza stiamo costruendo un impianto che non solo servirà la struttura da noi costruita, ma potrà anche fornire altri centri ospedalieri. Il grande successo riscosso dadel nostro centro ha favorito la decisione di ingrandirlo sulla base delle indicazioni e delle esigenze espresse dal personale sia tecnico che amministrativo. In Burkina Faso invece stiamo raddoppiando la capacità della scuola già esistente per l’istruzione dei piccoli dai 6 ai 12 anni».
Che cosa ha imparato personalmente dalle sue esperienze filantropiche?
Ho imparato ad amare sempre di più i piccoli africani. Dal momento in cui vengono al mondo, questi bambini non chiedono niente e purtroppo non ricevono quasi nulla. Eppure quando gli fai un sorriso, ti ringraziano come se avessero ricevuto il più grande dei doni. È una cosa che non finisce mai di commuovermi e di motivarmi».
Che cosa si sente di suggerire ad altri filantropi che vogliano intraprendere un percorso simile al suo ?
«La filantropia ‘umanitaria’ non è un passatempo o una forma di autocompiacimento ma un impulso ad intervenire dove altrimenti la situazione precaria resterebbe tale. La povertà, le malattie, la fame, la sete sono problemi gravi in tutto il mondo. Chi vuol essere un filantropo (parola che personalmente non amo molto) in campo umanitario, non deve aspettarsi riconoscenza o ammirazione, deve ascoltare la voce del cuore e quella della mente, agire con accortezza e lucidità e sentirsi appagato di quanto ha fatto indipendentemente dal fatto che la sua iniziativa abbia avuto successo o meno. Il rischio fa parte dell’opera di un filantropo».
Da ultimo, un suo suggerimento a chi si vuole occupare di bambini come filantropo. A che cosa occorre prestare particolare attenzione ?
«Innanzitutto, amarli. Un progetto che possa portare beneficio ai bambini, deve essere realizzato con la collaborazione di persone fidate, che condividano totalmente i valori del fondatore, e che siano attente e amorevoli, capaci ed efficienti».